Rivista dell'Università in Movimento
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Dopo la débacle di scuola e università
Sapere / Potere - Proposte
Pietro Cataldi    08.05.11

labirinto1Un declino senza alternative 

Quel che sta succedendo alla scuola non è un fenomeno contingente, legato cioè alla specifica barbarie dei governi berlusconiani di questi anni. Se così fosse, i professori non vivrebbero una condizione di prevalente sfiducia, pessimismo, rinuncia. Certo, vedono bene che i tagli di Tremonti e le riforme di Gelmini costituiscono un modo particolarmente brutale di negare il mandato civile e antropologico della scuola pubblica, cioè la loro funzione; ma non trovano punti politici di riferimento davvero alternativi: alternativi nella strategia di fondo. Hanno ben visto che la ristrutturazione al ribasso della scuola operata nel periodo 2008-2011 non ha fatto altro che portare a fondo con speciale crudezza un orientamento il più delle volte avviato e spesso lungamente condiviso anche dalle forze politiche alternative al berlusconismo.

 

I vantaggi riconosciuti alle scuole private, la mancanza di una seria politica di reclutamento, la precarizzazione sistematica, la demagogia dell’efficienza e della funzionalità autonomistica di tipo aziendale, la creazione di nuove figure manageriali, l’ipocrisia meritocratica sono solo alcuni dei punti dirimenti sui quali le attuali forze di opposizione hanno puntato negli anni in cui hanno avuto responsabilità di governo, e sui quali hanno spesso continuato a riconoscersi nei lavori condotti all’interno delle commissioni parlamentari. Per queste ragioni i professori, che di questa riorganizzazione di lungo periodo pagano il prezzo e vedono il danno, sanno di non poter contare su una credibile alternativa futura, anche ove mutassero le maggioranze di governo; e soprattutto sanno (cosa ancora più scoraggiante) di non avere punti di riferimento politici alternativi, di non avere appoggi per così dire istituzionali alle loro rivendicazioni o anche solo al loro profondo disagio.

 

Certo, vedono bene che la realizzazione operata da questo governo ha specifici tratti barbarici; e possono dunque sperare che una diversa maggioranza avrebbe lame meno affilate e maggiori remore nel devastare i punti di forza della scuola pubblica. Ma, al momento, nulla di più. Il fatto cioè che la Protezione civile abbia dissipato in presunti eventi straordinari, cioè a vantaggio di una torbida élite di nuovi ricchi creata da appalti spesso truccati, la stessa ricchezza che è stata risparmiata sulla scuola e sull’università dà a questa stagione connotati specifici; ma non è da credere che una nuova maggioranza avrebbe il coraggio e l’interesse a investire davvero quelle risorse nella formazione.

 

Scuola e università alla deriva

 

Rispetto a questo orizzonte, la scuola e l’università pubbliche, cioè la scuola e l’università moderne, così come subiscono il medesimo destino di distruzione, condividono anche un analogo sentimento di frustrazione e di scoraggiamento: entrambe si sentono isolate, prive di referenti politici autorevoli, costrette a gestire quasi da sole la propria débacle epocale. Con la differenza che l’università ha in vari modi collaborato a dissolvere il proprio mandato, con la creazione di privilegi e di abusi che sono valsi a sottrarle una parte consistente della propria credibilità nel senso comune nazionale; laddove la scuola ha non solo continuato a esercitare ad alto livello la propria funzione formativa ma anche difeso su un terreno sempre più difficile il valore quotidiano del proprio compito.

 

Alla scuola e all’università mancano risorse. Ma bisogna intendersi. Mancano perché si possa attuare adeguatamente il piano generale della loro riorganizzazione, come sembra ricavarsi dalle contestazioni dell’opposizione? O piuttosto mancano perché si possa avviare un rilancio strategico della formazione che vada in una direzione assai diversa, per non dire opposta, rispetto a quella intrapresa da almeno vent’anni e ora giunta alla sua strozzatura? Come dimenticare che all’inizio del 1990 il movimento della Pantera denunciava con nettezza i rischi aziendalistici insiti nei progetti di riforma di Antonio Ruberti (poi ripresi da Luigi Berlinguer)? Quel movimento oggi dimenticato era senz’altro fragile dal punto di vista dell’elaborazione teorica e politica, ma aveva pur colto precocemente una tendenza di fondo delle riforme autonomistiche.

 

Oggi possiamo meglio vedere che l’autonomia finanziaria – cioè, detto senza ipocrisie, la riduzione degli investimenti sulla formazione – è cosa ben diversa dall’autonomia culturale e formativa, e fa parte di una ridefinizione del welfare state tipico del neoliberismo tardocapitalistico: tatcheriano e reaganiano prima, generalizzato quale parola d’ordine trasversale e condivisa negli anni Novanta e nel Duemila. Di questa ridefinizione fa parte la misurazione in termini di efficienza economica dei pilastri democratici della civiltà moderna (sanità, giustizia, formazione, servizi): le unità ospedaliere sono state ribattezzate “aziende”, i viaggiatori delle ferrovie hanno preso a sentirsi chiamare “clienti”, nella scuola e all’università hanno dilagato “crediti”, “debiti”, “offerta formativa”; le privatizzazioni e la concorrenza sono sembrate i rimedi infallibili agli sprechi e alle disfunzioni. Essere di sinistra non ha più significato opporsi a questa deriva, ma cavalcarla con una sella diversa. E questa deriva ha svuotato l’identità e prosciugato il capitale simbolico della sinistra proprio mentre le forze politiche che avevano ereditato la sua tradizione speravano di servirsene, conformandovisi, per divenire classe dirigente credibile.

 

Una sconfitta storica

 

Questa sconfitta storica, particolarmente penosa in quanto subita senza combattere, è oggi sotto gli occhi di tutti, anche se per vederla bisognerebbe guardare di più la società italiana e di meno la sua deformazione nello specchio dei media. Masse di lavoratori precarizzati sanno che i loro figli avranno dalla scuola una formazione meno solida e ampia, non potranno frequentare l’università o dovranno accontentarsi di un’università squalificata; mentre a loro stessi potrà capitare di languire in interminabili liste d’attesa per una tac dalla quale dipende magari la loro vita, e capiterà senz’altro di non avere una pensione dignitosa. Sullo sfondo, uno stato che spende più che mai in direzioni sottratte a ragionevoli controlli e a vantaggio di un ceto parassitario in imponente espansione. E tutto questo in nome dell’efficienza e della convenienza economica! Un neopauperismo che colpisce disoccupati e sottooccupati (i poor workers): la metà quasi di un paese oggi assai più ricco di trent’anni fa in termini di Pil e assai più infelice e frustrato per il modo in cui l’efficienza neoliberista ha distribuito questa ricchezza.

 

La voce della scuola e dell’università

 

Nonostante lo sfiduciamento diffuso, la scuola e parte dell’università mostrano di aver capito questa situazione e di avere ancora la capacità, nonostante tutto, di reagire: lo abbiamo visto nelle piazze e sui tetti; lo vediamo tutti i giorni in assemblee locali o anche solo nell’umile fedeltà ai propri compiti. Se le forze politiche oggi all’opposizione ascolteranno la loro voce, allora quel senso di scoraggiamento e di impotenza potrà trasformarsi in energia, ricostituire un senso comune più autorevole e fondato della distorsione dei media; e quelle stesse forze avranno finalmente una possibilità di vincere: non di far vincere per mezzo di sé il proprio avversario (perfino questa, comunque, cosa sempre più difficile), ma di vincere in alternativa ad esso.

 

Allegati:
Scarica questo file (dopo-debacle-scuola-universita.pdf)dopo-la-decable-di-scuola-e-universita[dopo-la-decable-di-scuola-e-universita]571 Kb
 

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna