Rivista dell'Università in Movimento
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Ascoltare, condividere, crescere
Sapere / Potere - Biblioteca
Bruno Maida    07.06.12

Anna Maria Piussi, Remei Arnaus (a cura di)
Università fertile. Una scommessa politica, Rosenberg & Sellier, Torino 2012

 

universita-fertileCreatività sociale

Ascoltare, condividere, crescere. Se dovessi trovare i nessi del rapporto tra insegnare e apprendere, così come emerge da questo libro a più voci, sarebbero queste le parole lungo le quali mi muoverei e che costituiscono il basso continuo dei diversi interventi. «Per essere creative dobbiamo ascoltare più che parlare, ascoltare molto» (p. 76), scrivono Assumpta Bassas Vila e Laura Mercader Amigó, mettendo l'accento sul bisogno di una dimensione di «creatività sociale» in opposizione alla dominante «pedagogia del capitale», secondo le categorie proposte da Antonia De Vita nello stesso volume. Un bisogno che si traduce in una relazione con la realtà in termini di continuo movimento tra continuità e discontinuità, di nuovi inizi, di valorizzazione dei legami personali come alternativa alla pervasività del potere, qualunque volto esso abbia. Essere creativi significa contrapporsi a una logica, ormai dominante, all'interno dell'università occidentale – e che in Italia ha assunto valori esasperati, come sempre è accaduto in un paese capace di importare il nuovo solo dopo lunga opposizione, e quando questo ha già dimostrato tutti i suoi limiti, per non dire la sua inefficacia – secondo la quale solo la valutazione "oggettiva" è in grado di riflettere la gerarchia dei temi, degli approcci e soprattutto della distribuzione dei finanziamenti alla ricerca. L'unica verità possibile discende allora dalla produttività della scienza, dalle sue possibili applicazioni, dalla relazione stretta, anzi vincolante, con un mondo del lavoro, assunto non come declinazione dei bisogni di singoli ma come traduzione, interpretazione e riflesso della centralità appunto del capitale.

Sotto questa prospettiva la capacità delle donne di mettere al centro delle istituzioni  – governate non solo materialmente dagli uomini, ma soprattutto dalla loro cultura – il sistema di relazioni e l'ascolto costituisce uno strumento di scardinamento potenziale delle logiche e delle pratiche dell'università, perché costruisce il sapere a partire dai bisogni di chi insegna, di chi fa ricerca, di chi impara. Sapere disinteressato e libero, esattamente come le relazioni che deve essere in grado di fondare e alimentare.

L'energia pesante delle donne

Certo, viene da domandarsi – come fanno in modo diverse le autrici di questo libro – se la femminizzazione dell'università, che negli ultimi anni ne costituisce un indubbio carattere sotto il profilo sia di chi insegna sia di chi apprende, si sia tradotta nella possibilità concreta di introdurre un nuovo modo di intendere l'istituzione, e ancor più di viverla. Da un lato, l'impressione forte è che le logiche di cooptazione operate da classi dirigenti maschili non possa che determinare un ricambio fondato sulla simiglianza anziché sulla discontinuità. Dall'altra, tuttavia, l'energia pensante che viene introdotta – verrebbe da dire, non poche volte indipendentemente dalla consapevolezza di sé – produce effetti di spostamento, non perché vi siano per così dire qualità biologiche o innate nel genere, ma per un fondamento culturale essenziale, ossia la volontà o perlomeno la capacità di distinguere politica e potere, anzi di considerarle in qualche modo antiteche e conflittuali. Fare politica, sotto questa prospettiva, significa rigettare una logica della rivendicazione e dell'acquisizione di posizioni come strumenti di affermazione individuale e per così dire quantitativa, per lasciare il posto alla politica del simbolico, come elemento generativo della trasformazione e di relazioni fondate sulla libertà e sulla crescita. Si può discutere se sia sufficiente, ma senza dubbio punta alla radicalità della trasformazione.

Non delirano i sogni

Come scrive in una sua poesia Wislawa Szymborska, «Non delirano i sogni /delira la realtà». In questa rivoluzione copernicana, rispetto allo spirito del tempo, sono le ragioni della vita, e non quelle del mercato, a imporsi: sono le ragioni del corpo, dei desideri, della felicità, della relazione. Il sapere nella sua capacità di generare, non di produrre. E d'altra parte proprio il cortocircuito produrre/riprodurre si afferma sempre di più, nella sua forma aziendale, all'interno delle università, come dimostrano le interviste raccolte dalla autrici. Il doppio sì, ossia la decisione di alcune donne di dire sì sia alla maternità sia all'impiego, entra in conflitto con l'istituzione universitaria, al di là delle politiche di conciliazione che questa è in grado di mettere in campo. Come scrive Frida María Álvarez Galván, «non c'è un riconoscimento della maternità come un'esperienza vitale che arricchisce non solo le donne ma l'università nella sua totalità» (p. 127). E' un cortocircuito che si fonda sulla neutralizzazione della vita, non come fatto ma come valore, e che allarga la sua sfera di influenza su tutti coloro – uomini e donne – intendono portare dentro all'istituzione la ricerca di sé, la conoscenza a partire da sé. La ricerca e la didattica come autobiografia diventa così un pericolo per una classe dirigente che non fa politica, ma gestisce e difende il potere.

E all'università aprire varchi

Come abitare dunque l'università? Abitarla innanzitutto nel presente, senza nostalgia, facendo della ricerca una pratica politica – come sottolinea Asunción López Carretero – che reinventa continuamente la realtà, attraverso la circolazione del sapere e delle relazioni, attraverso «il desiderio di migliorare la vita» (p. 97). Alle radici vi sono l'affermazione della libertà e la consapevolezza del conflitto politico nel quale si inscrive per necessità, le quali non possono che essere assunte come valori accrescitivi, come elementi in grado di generare. Ma sopra ogni cosa è necessario dare senso all'insegnare come possibilità di rompere i confini, di alimentare senso critico, di dare corpo ai desideri: «Insegnare è un mestiere dell'umano – scrive Anna Maria Piussi –: è necessaria una presa di coscienza di che cosa è essenziale e cosa non lo è, togliere molto del troppo pieno che satura l'università, abitare, anche con ironia e autoironia, una leggerezza che ci permette di essere esigenti con ciò che veramente conta, aprire varchi perché entri aria, vita» (p. 26).

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