Rivista dell'Università in Movimento
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Sui perchè senza come della cultura umanistica
Sapere / Potere - Biblioteca
Isabella Tondo    15.03.12

Martha C. Nussbaum, Non per profitto. Perché le democrazie occidentali hanno bisogno della cultura umanistica, Il Mulino, Bologna 2011

nussbaum

Il libro di Martha Nussbaum, Non per profitto. Perché le democrazie occidentali hanno bisogno della cultura umanistica, riflette sulla crisi degli studi umanistici nei paesi occidentali attraverso l’analisi delle possibili conseguenze politiche della formazione scolastica. Una chiave di lettura stimolante, quella proposta dalla filosofa americana, che permette di guardare all’attuale fenomeno di progressiva riduzione degli insegnamenti umanistici a vantaggio del sapere tecnologico in una prospettiva più ampia e globale. Ad essere messo in discussione è il rapporto tra sviluppo economico e istruzione: «le nazioni sono sempre più attratte dall’idea del profitto» al punto da accantonare, nei programmi scolatici, quei saperi umanistici percepiti come non utili al mercato globale ma invece indispensabili per la democrazia.


Un po’ dovunque l’idea di un’educazione immediatamente spendibile sul mercato, quantificabile, ha decisamente ispirato le pesanti manovre di tagli alla scuola in funzione antiumanistica. L’argomento è di grande attualità e interesse nel nostro Paese dove la recente riforma Gelmini ha inferto al sistema scolastico pesanti ferite, mutilando gravemente l’insegnamento delle discipline umanistiche. Tra queste misure si ricorda, ad esempio, la riduzione del monte orario di latino nei licei scientifici e l’istituzione del liceo scientifico tecnologico “senza latino”, a vantaggio di un aumento delle ore di fisica e matematica; la riduzione delle ore di storia nel biennio degli istituti superiori e l’accorpamento delle due materie, storia e geografia, in un’unica disciplina “geostoria” che da quest’anno si avvale anche di manuali unitari che riducono la complessità del sapere storico e geografico.


Mutilazioni di questo tipo unite a quelle di tutto il personale scolastico, messo in mobilità grazie alla creazione delle famigerate “classi pollaio”(con accorpamenti forzati di 30 alunni in aule piccole, in dispregio delle vigenti norme di sicurezza) manifestano con chiarezza il mero adempimento di una manovra finanziaria che non si cura affatto delle sue ricadute pedagogiche. Verrebbe da chiedere, insieme alla Nussbaum, se il governo che mette mano ad una tale “riforma” del sistema scolastico si sia posto davvero qualche domanda preliminare su quale tipo di nazione intenda puntare e quale tipo di cittadino formare. Quale cittadino, in breve, potrà venire fuori dal bambino che rinserriamo in un piccolo spazio insieme ad altri 29 bimbi vocianti cui una sola maestra non può prestare la giusta attenzione? Un bambino cui riduciamo e via via banalizziamo la memoria storica a vantaggio di un sapere sempre più fungibile e tecnologico?

Meglio pensare che a monte non vi sia stata alcuna domanda. Sarebbe allora da consigliare vivamente la lettura del libro della Nussbaum a chi si occupa di scuola a diversi livelli istituzionali, come un agile libretto di spunti per un buon ministro dell’istruzione ancora da venire. È tale, infatti, la distanza tra il sistema educativo ideale proposto dalla Nussbaum e la nostra realtà scolastica da far pensare che Non per profitto sia piuttosto il racconto di un’utopia che ci sta davanti come un traguardo da raggiungere. Come raggiungerlo è il vero problema, dal momento che, dagli esempi citati nel libro, l’istruzione più efficace appare quella impartita in realtà eccezionali come la Laboratory School di J. Dewey a Chicago o la scuola di Tagore a Santiniketan, in India, appannaggio di pochi, fortunati, e probabilmente anche ricchi eletti. Avendo in mente il contesto statunitense, inoltre, la Nussbaum sembra non tener conto della differenza tra scuola pubblica (con poche risorse umane e materiali) e privata (più ricca e più autonoma nella scelta del cosa fare e del come farlo).

Probabilmente intento della Nussbaum non è però quello di fornire soluzioni pratiche. Non per profitto non è un libro sul come ma sul perché della cultura umanistica nell’educazione scolastica. A chi si interroga sull’importanza dello studio delle discipline classiche, della poesia, della storia e filosofia, delle arti, la Nussbaum risponde con un elenco di precise capacità che queste discipline, e non altre, sono in grado di sviluppare in senso specifico, come «la capacità di ragionare sui problemi politici senza delegare alla tradizione o all’autorità», la «capacità di riconoscere nei concittadini persone con pari diritti», la «capacità di raffigurarsi la varietà dei problemi della vita umana». Insomma, in ultima analisi, la capacità di esercitare criticamente il proprio pensiero guardando all’umanità dell’altro e ai suoi bisogni. Privare la scuola delle scienze umanistiche vorrebbe per questo dire privare col tempo la società di cittadini critici, di uomini capaci di risolvere creativamente i problemi; di cittadini democratici.

A sostenere queste idee intervengono le grandi figure della pedagogia mondiale, da Pestalozzi, alla Montessori, Alcott, Dewey, Tagore, rievocati sommariamente dalla Nussbaum con qualche indulgenza nella retorica, soprattutto nella seconda parte del libro, un po’ ridondante e certo meno briosa delle prime pagine. La rievocazione del passato non può risolversi però in un inno alla scuola tradizionale su cui molto c’è da ridire. Emergono punti forti, comuni a tutti i grandi innovatori dell’educazione infantile, che si riconoscono nella cura affettuosa del bambino, nell’esercizio del pensiero libero e critico, nella creatività del gioco. I medesimi punti forti che andrebbero ribaditi e rilanciati come cardini imprescindibili dell’educazione anche oggi.

Tuttavia, anche l’umanista più retrivo purché consapevole e addentro ai meccanismi della scuola, sa bene che spesso il problema della sua disciplina non è soltanto la riduzione di un sapere o il suo possibile accantonamento, quanto la modalità stessa in cui una disciplina viene insegnata. I variegati e spesso accidentati percorsi scolastici dimostrano come sia spesso la cattiva qualità della didattica a danneggiare “il peso sociale”, per così dire, di una disciplina e a ridurre, insieme ad esso, l’effetto pedagogico sul futuro cittadino. Un effetto pedagogico che comunque rimane a lungo invisibile, dunque tardi a discernersi, perché, nell’imperare dell’immagine, del dato misurabile e quantificabile, l’umanesimo della poesia, della storia e dell’arte lavora nella scuola come invisibile scienza che non produce dati misurabili e quantificabili, ma strumenti per meglio capire e guardare il mondo contro le continue tentazioni all’assuefazione.

Ci si può forse spingere oltre fino ad affermare che le discipline umanistiche, invisibili e non misurabili, sono anche inattuali per definizione, nel senso che non hanno un’immediata risonanza e utilità nel presente. Per tutte loro vale quello che il filosofo Heidegger nella sua Introduzione alla metafisica (1966) scrisse efficacemente e, quasi profeticamente, sull’inattualità della filosofia, sul suo essere, insomma, un sapere no profit, e cioè non «un sapere da potersi apprendere immediatamente, com’è delle scienze tecniche o di mestiere, né un sapere da potersi immediatamente applicare, come quello economico o quello, in genere, professionale, che, di volta in volta, si può apprezzare in base alla sua utilità». Ma ciò che non è utilizzabile, può nondimeno costituire una potenza. Pertanto, affermava il filosofo, se forse è esatto dire che la filosofia «non serve a niente», resta da fare una domanda, una domanda, questa sì, ancora attuale: « se cioè, posto che noi non possiamo farcene nulla, non sia piuttosto la filosofia che, in ultima analisi, è in grado di fare qualcosa di noi».

 

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