Rivista dell'Università in Movimento
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Salvezza privata e catastrofe collettiva
Sapere / Potere - Biblioteca
Emanuela Annaloro    23.11.10

N. Gardini, I baroni. Come e perchè sono fuggito dall'università italiana, Feltrinelli, Milano 2009.

salvezzaprivataNicola Gardini avverte subito i lettori della doppia natura del suo libro: «questo libro racconta la storia della mia carriera universitaria in Italia, una storia vera». Si leggerà dunque una sorta di autobiografia intellettuale, la vicenda travagliata di un bravo ricercatore. Ma si leggerà pure, secondo Gardini, una storia di una qualche rilevanza pubblica: «il senso del libro, infatti non sta nella necessità di riconoscere in questo o quel personaggio qualche individuo reale, ma nell’auspicio che altri riconoscano negli eventi narrati aspetti di un problema più generale» p. 11. Quando il caso singolo è posto ad emblema di una problematica ampia si ha un uso del particolare in funzione dell’universale. Così si dice in filosofia. Ma è davvero così nei Baroni? Gardini prospetta un uso paradigmatico della sua storia di studioso, ma mantiene fino in fondo la promessa fatta al lettore? Che testimonianza è la sua? Che valore possiamo attribuirle?

Certamente i piani che si sovrappongono in modo esibito e trasparente nel libro sono due: quello per l’appunto “privato” di un giovane e promettente italianista e comparatista che divenuto ricercatore a Palermo, dopo molte traversie, trova finalmente riparo ad Oxford e quello “pubblico” del talento sprecato, del giovane capace sacrificato alle più basse logiche accademiche, del cervello costretto alla fuga dalle regole non scritte ma ineludibili dei baroni.A tal proposito va detto che non sempre la pagina è scritta al netto dell’ipocrisia. Vi è del falso candore in frasi come quella in cui prima della celebrazione del concorso di ricercatore Gardini motiva la sua visita al burattinaio Corona: «seguii il consiglio di Villani e, dato che mi veniva facile, passai a trovare Corona» p. 25. O in periodi come quello in cui si fanno passare i tentativi di abboccamento per diventare associato come momenti di verità: «Corona sarebbe stato l’ultima persona al mondo che avessi desiderio di vedere a New York. Invece, date le circostanze, mi feci avanti e lo invitai a cena. Mi premeva scoprire come stessero davvero le cose […] e sentirmi confermare direttamente da lui che era arrivato il mio turno: che ora professore associato sarei diventato io» p. 103. Qualche volta il lettore sente il bisogno di una sincerità più ostinata e coraggiosa (ma l’autobiografia, si sa, è un genere mendace), come si ottiene d’altronde soprattutto nel finale: «i dissidenti sono numerosi, ma non contano perché stanno a guardare. Provano schifo, ma non si spostano […]. Tra i conniventi hanno il primato della viltà, perché spacciano il loro opportunismo e la loro ignavia per resistenza […]. Io li capivo perché per un certo periodo, fintanto che ho subito lo stato delle cose, non ero diverso da uno qualunque di loro» p. 202.

Al versante più privato del contenuto corrisponde una scrittura diaristica, riflessiva, con innervature letterarie. Sul piano dello stile sono le pagine più dense, specie in riferimento alla malattia e alla morte del padre. Il versante pubblico dei contenuti è reso invece con una prosa aforistica poco argomentata, con annotazioni definitorie, sentenze caustiche, qualche volta lapidarie ma non incisive. Sono queste le pagine più discutibili, sono le zone del libro dove traspare risentimento.

In Gardini predomina una prospettiva di scrittura egocentrica (per argomento, per piano della focalizzazione e per modalità espositiva) e un atteggiamento ideologico individualista che offre al lettore pochi appigli empatici e scarsi argomenti razionali. Ad esempio, la felicità è definita come un fatto solo privato, «una forma di concentrazione, dove il centro siamo noi» p. 112. L’etica dello studioso è poi ricondotta ad un’inclinazione caratteriale interna: «non si creda che io intenda passare per un puro. So di non esserlo. Però, io non sono come quelli che parlano la lingua dei Baroni […]. Io sono un ambizioso, non un competitivo. L’ambizione è una gara con se stessi, non con gli altri. L’ambizioso dunque non può ricorrere a mezzi come l’inganno o l’ipocrisia» p. 89. In maniera tanto disforica quanto monadica, il ruolo dell’intellettuale viene poi dichiarato sciolto dalla sua funzione sociale: «l’unico ruolo concepibile per il Poeta [con dannunziana iniziale maiuscola, badate!] è quello che si dà lui stesso all’interno della sua stanza» p. 125.

Sul finale la storia di Gardini prevede un’amara vittoria: Nicola diventa professore ad Oxford dove insegna Letteratura Italiana e letteratura comparata, mentre l’Italia perde un altro cervello. In questa testimonianza letteraria, il destino personale dello studioso appare sciolto da una responsabilità comune e diviene perciò emblema soprattutto di come la ricerca della felicità personale spesso non sia che il surrogato dell’interesse per  il bene generale e di come perciò alla salvezza privata spesso corrisponda una catastrofe collettiva. Come avviene per l’appunto nel quotidiano disastro dell’università italiana, bene di tutti e benessere di pochi.

 

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