Rivista dell'Università in Movimento
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Sul senso di una democrazia partecipata. Per una riflessione sulle 10 proposte di Torino
all - In Questione
Tiziana Drago    07.06.12


Da un orizzonte ristretto

A quasi due anni dall'approvazione della riforma dell'università targata Gelmini, il sentire dilagante negli atenei italiani pare essere una rassegnata accettazione dell'"inevitabile". Mitigati gli effetti benefici della trascorsa stagione di lotta su quel mondo accademico da sempre geloso custode di un sistema verticistico, che non si è mai ribellato alla miserabile aziendalizzazione degli atenei, al commercio dei crediti, alla proliferazione insensata dei corsi conseguente al 3 + 2, connivente persino nello strangolamento generale dell'università pubblica conseguente ai tagli.
E infatti, l'acqua passata sotto i ponti e la virata di tipo "burocratico" impressa alla lotta dalla fase di applicazione della Legge 240 (emanazione di "decreti attuativi" e scrittura degli statuti da parte delle singole sedi) paiono aver riconsegnato gli atenei alla consueta passività: balbettii e mugugni nella fase finale di affossamento definitivo dell'università pubblica.
In questo orizzonte ristretto, smarrito nuovamente il senso di una battaglia complessiva, si torna ad accapigliarsi su questioni di corto respiro: solo la diffusione –spesso incontrollata– di notizie su tempi e modalità delle agognate scadenze concorsuali è in grado di produrre brividi e sussulti, peraltro funzionali alla manutenzione del sistema. Vaghe speranze di promozione per una manciata di docenti e ricercatori (la mefitica tenaglia del corporativismo) in cambio del naufragio del futuro collettivo.

A Torino

Capita però, nella quieta e grigia parentesi 'tecnica' della storia del nostro Paese, che qualcuno a quel futuro non intenda proprio rinunciare e persegua con tenacia quel diritto sociale duramente conquistato –almeno nei suoi aspetti formali, se non materiali– nei decenni scorsi: la possibilità di concepire la crescita culturale come processo collettivo, l'idea di investimento come investimento sociale, la considerazione del sapere e della conoscenza come bene comune.
È quanto esige senza deroghe e dilazioni il documento di cui sono autori congiuntamente gli studenti, i dottorandi e i ricercatori –precari e strutturati– dell'Ateneo torinese; moltitudine segnalatasi precocemente nel panorama nazionale come uno dei nuclei più maturi e creativi del movimento di lotta per l'università pubblica. Dopo aver dichiarato la propria "indisponibilità" a collaborare alla dismissione del sistema pubblico di produzione e trasmissione del sapere e aver conquistato uno spazio di visibilità sui tetti di Palazzo Nuovo, studenti e ricercatori del nodo torinese hanno saputo tradurre in pratica quotidiana l'esercizio critico dell'analisi e del confronto, sperimentando l'idea di università come "laboratorio" in cui la produzione e la socializzazione del sapere assegna alla distinzione tra docenti e discenti un significato altro da quello istituzionale: un mutamento radicale di prospettiva che sovverte il segno del binomio "produzione/ricezione" delle conoscenze, facendo leva sulla ricchezza delle relazioni e sulla capacità diffusa di accrescere i saperi di nuovi contenuti. È appena il caso di ricordare che è l'idea stessa di "università" a suggerire, nella sua sedimentazione storica dal medioevo in poi, questo connubio in cui lo scambio tra insegnamento e apprendimento è proprio ciò che muta lo statuto della ricerca e quello dell'acquisizione, trasformandolo da semplice ricezione di un sapere già dato a compartecipazione alla sua elaborazione.

Un documento politico

La dirompente 'politicità' del documento torinese, che non si esime dall'assunzione di responsabilità onerose e si riappropria di uno spazio disertato dalla politica e dall'accademia "ufficiale", coincide dunque con il metodo della sua elaborazione: il porsi come espressione di un soggetto orizzontale e plurale è il risultato dell'attitudine degli autori a pensare il proprio ruolo (la propria "funzione", direbbe Fortini) all'interno e all'esterno dell'università e a formalizzare questa riflessione in un'ottica di lavoro collettivo. Una premessa necessaria a qualunque rivendicazione.
I tempi scelti da questa collettività dialogante per prendere la parola e imporsi come controparte politica dei vertici dell'ateneo (qui come altrove discreti ma convinti supporter della riforma) sono i momenti cruciali, quelli in cui si decidono le condizioni affinché la legge possa essere applicata: l'emanazione dello statuto d'ateneo in un passato recente, la definizione dei rinnovati organi di governo dell'università con il documento in questione.
In questo, come in altri casi, il nucleo torinese ci coinvolge direttamente e ci chiama in causa tutti in maniera urgente: l'avvio delle procedure elettorali per il rinnovo degli organi di autogoverno, è un appuntamento che accomuna tutte le università italiane, fatte salve lievi sfasature temporali (né va taciuto che l'ennesimo pasticcio interpretativo sulla legge Gelmini sta consentendo ai rettori di molti atenei di prorogare ulteriormente, con il beneplacito del MIUR, il loro mandato fino all'ottobre 2013: un'ulteriore concentrazione di potere, già peraltro ampiamente garantita dalla riforma della governance prevista dalla 240).

Le analisi, le richieste

Nel merito, il documento torinese risulta esemplare per forza espositiva: efficace nell'analisi, severo nel giudizio e determinato nella richiesta. Gli estensori non rimuovono nessuna delle asperità che la riforma ha consegnato alla riflessione teorica e opportunamente individuano il nucleo problematico della legge 240 nella marginalizzazione della ricerca, che è passata anche attraverso la sua precarizzazione (i contratti a tempo che hanno incentivato il precariato tra i giovani studiosi); che è come dire la vanificazione del senso stesso della trasmissione del sapere: la ricerca ha senso solo se stimola altra ricerca, se qualcun altro raccoglie il testimone, se il sapere è cultura diffusa. Ecco perché tra le priorità di impegno richieste a chi si candida a guidare l'ateneo di Torino, il fronte di lotta chiede innanzi tutto l'individuazione di «sistemi di sostegno alla ricerca, che abbiano tra i loro obiettivi primari la valorizzazione della ricerca in tutti i settori scientifici» con la garanzia di risorse adeguate per quei settori «che per loro natura sono meno adatti ad attrarre finanziamenti esterni»
L'individuazione di questo punto sensibile chiarisce il senso della richiesta di equilibrio tra le prerogative del Consiglio di amministrazione e quelle del Senato accademico. E infatti, l'ingresso degli esterni nei consigli di amministrazione, prevista dalla 240, ha inteso una modifica del sistema in senso aziendale e ha deciso il potenziamento delle strutture che forniscono servizi alle imprese (politecnici, aree tecnologiche e mediche), penalizzando notevolmente le materie umanistiche e teorico-scientifiche, ovvero quelle discipline che non prevedano ricadute aziendali immediate. Il fronte di lotta torinese mostra di avere ben chiaro che la dicotomia che la riforma ha incentivato non è tanto quella tra discipline scientifiche e discipline umanistiche (o ricerca scientifica e ricerca umanistica) quanto quella tra ricerca di base (teorica) e ricerca applicata. Così che alcuni saperi rischiano di essere tagliati fuori dal circuito vitale degli investimenti: se tutto deve essere pratico, empirico, spendibile, in quale ottica è più possibile concepire la costruzione logica del pensiero, l'astrazione o l'intera dimensione dell'immaginario?

E il documento risulta solido e persuasivo anche nell'analisi di altri nuclei problematici (e nelle conseguenti richieste di impegno ai candidati agli organi di governo dell'ateneo torinese): non ultimo quello in cui si rileva la costante riduzione delle risorse destinate a ricerca e università pubbliche e si paventa l'aumento delle tasse universitarie al fine di compensare la riduzione degli investimenti pubblici in atenei sempre più governati alla maniera delle imprese, dove il pareggio di bilancio è un dogma intoccabile.
In questo contesto, la ripartizione di una fetta dei finanziamenti disponibili sulla base della valutazione della qualità della ricerca sollecita insistentemente le sirene del 'merito' e la retorica 'modernizzatrice' della meritocrazia (paraltro cavalcata dai «riformatori di sinistra» che hanno condiviso l'impianto complessivo della riforma Gelmini). E tuttavia, in assenza di criteri credibili e condivisi di valutazione, la meritocrazia appare agli estensori un concetto vuoto (se non la foglia di fico del darwinismo sociale).
È questo un altro snodo importante toccato nel documento (ossia la misurabilità della ricerca attraverso strumenti in grado di fornire risposte di tipo quantitativo e perciò oggettivo): seppure, infatti, si comprendono l'utilità empirica e la necessità dell'utilizzo di parametri oggettivi di valutazione, considerare indici di citazioni e impact factor come lo strumento prioritario di valutazione dei singoli studiosi e degli atenei significa cercare una soluzione aritmetica ad un problema che non è quantitativo, ma qualitativo. Applicare a tutti gli ambiti disciplinari i criteri mutuati dalle scienze esatte è fuorviante. Non si può dunque che concordare con gli autori del documento che occorrerebbe, piuttosto, valutare con attenzione e distinguere accuratamente le differenze strutturali, costitutive, epistemologiche fra i diversi ambiti disciplinari.

Un altro ordine di discorso

Alle parole d'ordine della riforma (acriticamente assunte da buona parte del ceto accademico, stante il patto luciferino e bipartisan tra baroni e sistema politico per spartirsi una torta sempre più piccola), gli studenti e i ricercatori dell'ateneo di Torino contrappongono un altro ordine del discorso. Quello che sostiene che ogni uomo o donna possa produrre e trasmettere sapere. Che i docenti sono uomini e donne che hanno scelto di condividere quanto hanno appreso, coltivato e amato nella loro vita. Che la formazione deve essere permanente. Che la logica del mercato inibisce l'innovazione. Che l'università è un bene comune da difendere e che deve eccellere sempre.

Nonostante la nettezza dell'impostazione, il documento non fornisce soluzioni precostituite. Preferisce un altro metodo, quello della condivisione della propria riflessione. È cioè aperto a definire collettivamente il percorso da intraprendere. Da qui la pregnanza politica del tentativo di aggredire la frammentazione e di attivare relazioni con coloro che ancora credono al senso di una battaglia complessiva che illumini la caverna. E l'occasione di un ripensamento per chi continua a coltivare l'effimera chimera della corporazione e chiude gli occhi su tutto il resto.
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NOTE
Il documento di Torino può essere letto su questo stesso numero di menodizero.