Rivista dell'Università in Movimento
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Una chiave interpretativa del ruolo degli intellettuali: il (vile) denaro
Sapere / Potere - Analisi
Angelo d'Orsi    17.03.12

una-chiaveFare cassa è meglio che aver ragione

In uno dei tanti – troppi? – scontri con miei colleghi professori, e intellettuali più o meno militanti, come argomento forte il mio interlocutore mi lanciò la sfida: «Quanto fatturi tu all’anno? Io quest’anno ho fatturato…», e seguì la cifra: ragguardevolissima. Rimasi interdetto. Non avevo mai pensato la mia attività in quei termini. E, del resto, essendo come lui, uno stipendiato, non mi ero mai posto nelle vesti di chi è sul mercato e accetta o richiede commesse, e, di conseguenza, “fattura”. Preciso che il mio autorevole collega svolgeva, pur in regime di tempo pieno universitario, numerosissime consulenze, e attività retribuite per conto di banche, imprese, fondazioni. Insomma, non seppi replicare, non avendo se non qualche modestissimo introito da diritti d’autore e da collaborazioni giornalistiche (le poche pagate, la gran parte gratuita, a giornali “militanti”). Aveva vinto la sfida. Il suo peso specifico sul mercato intellettuale era determinato da quello sul mercato economico. Che è d’altronde il senso delle risposte che, per rimanere in un ambito a me familiare, i sedicenti storici alla Pansa o alla Vespa, oppongono ai loro critici: «io vendo 300.000 copie. Tu, quante?». Dove in realtà, la vendita di copie dei propri prodotti librari non indica soltanto, nella loro visione, il credito intellettuale che la pubblica opinione concede, ma, precisamente e soprattutto, la crescita esponenziale di royalties.

Forse dovremmo fare più caso all’elemento economico, precisamente al denaro, nelle analisi delle dispute intellettuali, ma anche nelle valutazioni di scelte, orientamenti, iniziative che nel mondo dei chierici si assumono. Nel revisionismo, specialmente in quello del suo ultimo stadio – quello che ho battezzato rovescismo – la componente mercantile è ormai divenuta preponderante su quella ideologica. Se «cummannari è meglio che futtiri», fare cassa, si direbbe, è meglio che aver ragione. Il conto in banca – e, anzi, la capacità di investimenti finanziari che vi si connette – è il valore per eccellenza: finalmente le parole parlano chiaro. In fondo «Quanto hai fatturato?», potrebbe divenire una domanda non per l’ufficiale del fisco, ma per la quotidianità degli intellettuali, stabilendo le giuste gerarchie di “valore”.

Storia della cultura o storia dei conti

Che gli intellettuali siano tutt’altro che insensibili al tema denaro, è dimostrato da tanti elementi. E ciascuno di noi, credo, ha una serie di esempi per corroborare l’affermazione. In un dibattito recente sull’università un collega, più anziano di me accademicamente, dunque destinatario di uno stipendio più cospicuo, ha esordito lamentando il blocco degli scatti di carriera, e stipendiali. Gli ho fatto osservare che non era il primo punto da opporre alle politiche governative sull’insegnamento universitario; ma mi ha replicato che si trattava di un punto importante. Nelle nostre facoltà – soprattutto in quelle scientifiche, e segnatamente a Medicina e Ingegneria – si scopre, senza bisogno di essere detective, che sono numerosissimi i docenti che si accaparrano incarichi esterni retribuiti; non alludo alla lezione fatta in una scuola o l’intervento in un seminario, che, talora, dà diritto a un corrispettivo economico; mi riferisco piuttosto a incarichi di respiro, nei quali circolano migliaia di euro: aggiuntivi allo stipendio, mentre sottraggono – possiamo dirlo? – energie e tempo all’insegnamento.

Se ci allontaniamo dalla quotidianità – la quotidianità un po’ triste di aspiranti alla cima delle classifiche librarie, o di postulanti nelle anticamere del potere finanziario e nelle stanze delle segreterie ministeriali o assessorili – quale realtà ci si palesa? Per chi sia un po’ aduso alla frequentazione di archivi editoriali, le scoperte sono spesso deprimenti. Nel gigantesco archivio della casa editrice di cultura per eccellenza del Novecento, quella fondata da Giulio Einaudi nel 1933 (insieme con Leone Ginzburg e Cesare Pavese), per esempio, come nei documenti più o meno ordinati di altri editori, o di giornali (per esempio quello del «Corriere della Sera»), capita sovente che il ricercatore, che in quelle carte si tuffa come un accaldato nelle fresche acque di un lago, quasi intimidito al cospetto di grandi nomi della cultura, ne rimanga deluso, o forse sconcertato, appunto, scoprendo che il leit motiv è, perlopiù, quello economico. E che i grandi intellettuali sono spesso i più attenti a questo aspetto, mentre sovente i piccoli non osano affrontarlo, se non in modo ellittico, quando, al contrario, non siano affetti da piagnonismo. Richieste di pagamento di diritti rimasti inevasi, aumento delle percentuali, anticipi sui diritti stessi, trattative defatiganti sui tempi del pagamento, proteste sui ritardi degli accrediti, e così via. Storia della cultura, così, diventa spesso storia di conti e di riscontri, di anticipi e saldi, di versamenti e trattenute.

Il fattore denaro

Non ce ne dobbiamo stupire, se si considera, come personalmente considero, che la storia della cultura è storia degli intellettuali, ossia dei creatori, organizzatori e diffusori di idee, in ogni aspetto, ambito, e con qualsiasi strumento; storia di intellettuali, ossia di singoli e di gruppi. Storia di istituzioni, pubbliche e private, storia di aziende (giornali, editori…), storia del mercato, nel senso ampio, e delle relazioni delle idee, della produzione di cultura, con il potere. Sia il potere economico-finanziario, sia il potere dei poteri: il potere politico. Una sana concezione materialistica, da Marx ad Antonio Labriola, ci ricorda non solo che le idee non cascano dal cielo, ma che le idee dominanti sono quelle delle classi dominanti. Le quali usano strumenti potentemente seduttivi come per l’appunto il denaro, per cooptare, o decisamente corrompere, gli intellettuali. Ma il meccanismo ha a che fare con la più generale trasformazione del loro ruolo, passato, come ci insegna Zygmunt Baumann, in un libro dei primi anni Novanta del secolo scorso, da «legislatori» a «interpreti», definizione ormai debole rispetto agli svolgimenti storici del ventennio alle nostre spalle.

Gli intellettuali sono oggi, largamente, come mai prima, silenti (si legga in proposito Asor Rosa, nella sua recente intervista intitolata precisamente Il silenzio degli intellettuali), consenzienti, e soprattutto, a loro volta, costruttori di consenso. Lo spazio per il pensiero critico si è ridotto, via via, in modo sempre più preoccupante, almeno per chi, dentro o fuori le istituzioni universitarie, la scuola, i media, i centri di cultura, hanno cercato, con difficoltà enormi, di tenere alta quella bandiera, non importa se richiamando la Scuola di Francoforte o Marx, Gramsci o la Arendt, Platone o Rousseau. Sta di fatto che se vogliamo interrogarci sugli strumenti che hanno piegato il ceto intellettuale al silenzio dell’ignavia, alla connivenza della condivisione di responsabilità o alla complicità della correità, il denaro rifulge come primo fattore: conta di più della vanità dell’apparire, più dell’illusione del “contare”, più della persuasione di valere di per se stessi.

La resa al presente e la «città futura»

Arrivare ai grandi quotidiani e settimanali, partecipare a programmi televisivi, pubblicare con gli editori importanti sembra essere piccola cosa, in fondo; assai di più vale, come peso specifico, un posto in consiglio di amministrazione, una consulenza permanente, un seggio parlamentare, meglio se europeo. Me lo confidò un illustre professore e figura pubblica che a quel seggio si candidava: «onestamente», disse, «lo faccio essenzialmente per i soldi». Certo, da questo punto di vista la gestione di un programma televisivo rappresenta il vertice; oltre al denaro, ti fornisce visibilità, che poi puoi spendere per accaparrarti altre “commesse” culturali, o fare carriera politica, e così via.

In tal senso, l’identità collettiva del ceto intellettuale – quella definita a partire dalla loro prima manifestazione, con l’affaire Dreyfus, a fine Ottocento – sta venendo meno: e si verifica una corsa alla soluzione (che significa migliore “sistemazione” possibile, dal punto di vista del denaro, del potere, della visibilità) del tutto individuale. Il che a sua volta ci dice che, in sostanza, sta tristemente venendo meno la figura stessa dell’intellettuale, che nasce proprio come entità collettiva, partecipe della vita pubblica, pronta a individuare i problemi legati alla convivenza nella polis (la politica, appunto) e indicare soluzioni al ceto politico (gli intellettuali legislatori, i filosofi della Politeia di Platone).

Insomma, la battaglia per la difesa dello spazio della critica, contro i pensieri dominanti, contro gli accomodamenti troppo giudiziosi, sembra persa. Ma non lo è, non del tutto, fin tanto che ci sono gruppi, minoritari, certo, ma diffusi, in grado non soltanto di opporre al mainstream una alternativa: di modi di pensare, prima ancora che nei contenuti; ma anche di suggerire e percorrere, in prima persona – come individuo, ma soprattutto nei panni di membro di collettività –, sentieri diversi, sui quali donne e uomini non disposti ad accontentarsi del ruolo di sudditi della postdemocrazia, camminino pronti a costruire insieme «la città futura».

 

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