Rivista dell'Università in Movimento
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Spirito del dono, conoscenza, università
Sapere / Potere - Analisi
Roberto Mancini    15.03.12

spirito-del-donoSe la società crede di essere un mercato

Il dibattito attuale sullo stato dell’università, sulla sua funzione sociale e sulla sua riorganizzazione implica l’analisi di una quantità di aspetti particolari e tecnici. Ma implica nel contempo una riflessione di ampio respiro sul senso stesso dell’università e del suo rapporto con la società, cioè con la comunità umana nel suo insieme. Nella mia riflessione qui vorrei provare a dare un contributo a questo tipo di confronto, affrontando la questione delle logiche ispiratrici che meglio possono favorire una rinascita dell’università. In particolare vorrei evidenziare il legame che sussiste tra spirito del dono e conoscenza, in modo da indicare di conseguenza una possibile chiave per considerare la vita dell’istituzione universitaria.

Inizio sottolineando che in una società che si è consegnata alla signoria del mercato sembra impensabile ogni riferimento alla gratuità e alla condivisione. Ma questo pregiudizio è solo il segno di come non riusciamo più a vedere il valore vero delle persone, della comunità umana, della natura, dell’arte, della bellezza, dell’amicizia, della solidarietà, della vita, insomma di tutto ciò che molto più del mercato ci rende possibile l’esistenza. Non è una svista da poco. Quando l’uomo non vede i valori veri, li calpesta, li distrugge, si imprigiona con le proprie mani entro un’organizzazione della vita che in realtà è ostile alla vita stessa. E si può dire che, se riusciamo ancora a esistere umanamente, e non come automi e membri di un formicaio globale e insensato, ciò accade perché abbiamo ancora qualche esperienza di gratuità, di condivisione, di libertà dal denaro e dal potere. E infatti che cosa è davvero la famosa libertà, tanto invocata e contemporaneamente tradita e sfigurata, se non la libertà dai vincoli del denaro, del potere e dell’egoismo?

Perciò la domanda, a ben vedere, andrebbe rovesciata: che significato può ancora avere per noi la coazione a esistere come piccoli e interscambiabili sudditi del Mercato globale ? Una volta capito che il senso dell’esistenza veramente degna guarda nella direzione della gratuità, della condivisione e della promozione di relazioni di rispetto verso gli altri, allora si pone concretamente il problema di cambiare forma alla politica, all’economia, ai diversi sistemi organizzativi che oggi producono molto più oppressione che libertà, molta più infelicità che gioia di vivere. Ma se al contrario si fa del Mercato la propria divinità ed esso diventa il riferimento di una “fede” generalizzata, è evidente che restiamo completamente persi a noi stessi e disperati. È chiaro che in un contesto simile anche il modo di considerare l’università, di organizzarla, di valutarla, di viverla viene pesantemente condizionato da questo processo di mutazione genetica globale della società.

Il senso della vita nell’ottica del dono

Vorrei far notare che quando diciamo “dono” non dobbiamo ridurre questa parola al solo “regalo” e tanto meno al “sacrificio”. Ciò che chiamiamo “dono” non è solo un oggetto. È uno spirito, una logica, un modo di essere, una forma e una qualità della convivenza interpersonale e sociale. Se la prospettiva viene ampliata e approfondita si capisce che, da un lato, non tutto è “dono” (perché ci sono altre logiche come quelle riferite allo scambio mercantile, al conflitto, al merito e alla colpa) e che, dall’altro lato, il dono non è solo, nel migliore dei casi, una piccola isola per i rapporti privati tra le persone. La realtà del “dono” come spirito e forma di relazione tra le persone è essenziale e reale anche nella nostra società. Ciascuno di noi può individuare gli esempi di questo dato nella propria esistenza. D’altra parte, la logica del dono, se non può essere applicata immediatamente in ogni ambito di vita della società, può tuttavia essere tradotta in modi appropriati e magari indiretti anche in sfere come la politica e l’economia. Il messaggio insito dell’esperienza del dono è il seguente: le persone e la relazione tra loro valgono più del denaro, del potere, dei ruoli, delle prestazioni, delle ideologie, del merito e della colpa. E ogni persona è un dono vivente, un valore incarnato e infinito da riconoscere. Perciò la logica del dono è onorata e tradotta lì dove la dignità umana è rispettata.

Lo spirito di gratuità, come tutte le cose, può essere frainteso e rovinato. Ciò accade quando lo riporto a un’ottica narcisista, per cui mi convinco che è bene donare ed essere generoso per sentirmi bravo e buono, per coltivare il senso di un io perfetto che si pone al di sopra degli altri. In verità le autentiche dinamiche del dono si danno solo nella reciprocità, dove non c’è più il primato di uno sugli altri. Certo, si tratta di pensare la reciprocità stessa non tanto come scambio, simmetria, equivalenza, ma come libera tessitura della relazione in cui ciascuno anzitutto condivide ciò che è e d’altra parte interiorizza questa esperienza dell’incontro con altri. Se comprendiamo correttamente la nozione di reciprocità, implicata nell’idea del dono come relazione intersoggettiva, si capisce anche che qui l’apprendimento è centrale: si tratta in primo luogo di imparare a ricevere. È un’illusione ottica quella per cui, se si parla di dono, immaginiamo subito che siamo chiamati a donare, a essere donatori. Ed è un residuo dello spirito di potenza pensare automaticamente all’atto del donare e non alla capacità di ricevere. Noi partecipiamo dell’esperienza e della relazione di dono anzitutto ricevendo. Dove poi, il ricevere stesso tende a inverarsi nel dare liberamente a propria volta. Aderendo alla logica del dono si impara che ricevere compiutamente è ridonare, ricomunicare ad altri ciò che ci è stato dato. Se invece mi chiudo in un atteggiamento di primato della proprietà, di esclusivismo, di accumulazione, rovino anche ciò che ho ricevuto. Chi impara a stare in questa buona e libera reciprocità non annegherà la gratuità nel narcisismo, ma potrà davvero partecipare originalmente alla vita della società alimentando in essa le dinamiche più umane, cioè le dinamiche dell’essere in comunione.

Il riferimento al senso e all’esperienza del “dono” - inteso non tanto come regalo, quanto come relazione di dono e spirito di gratuità che può riconfigurare il modo d’essere delle persone - deve sollecitare un ripensamento del codice genetico culturale che, spesso inconsapevolmente, ci orienta ogni giorno. Altrimenti anche le migliori intenzioni etiche, religiose, politiche ed economiche - comprese quelle sindacali - ricadono in atteggiamenti ambigui o sfocati. Finché l’identità è concepita come un valore assoluto e non come un’identità di servizio alla società, finché il culto della potenza oscura il valore della libertà solidale, finché l’ossessione per la proprietà privata neutralizza le dinamiche della condivisione, finché la via del sacrificio dei diritti e delle vite degli altri sembra l’unica strada per affermarsi, allora effettivamente il “dono” rimane confinato alla retorica. Accade così anche a causa di altre barriere culturali. Penso alla logica utilitarista, per cui il dono non esiste se non come omaggio promozionale. Mi riferisco poi alla logica maschilista, che misconosce l’alterità femminile come dono vivente e esalta invece la pura logica di potenza. Penso infine alla logica sacrificale, per cui il “dono” finisce per essere un “sacrificio” dove il momento della perdita, della rinuncia, della distruzione finisce per oscurare la dinamica positiva e liberante della condivisione. Tutte queste logiche (dell’identità esclusiva, dell’utile, del predominio maschile e della potenza, del sacrificio) sono i pilastri fondamentali della visione del mondo comunemente ritenuta ovvia e valida. Si capisce di conseguenza quanto sia arduo aderire a una visione della vita illuminata e liberata dallo spirito di gratuità.

Tuttavia l’elemento che rende possibile e concretamente realizzabile l’adesione a un modo di esistere che abbia memoria della realtà del dono consiste nel dato universale per cui siamo in relazione gli uni con gli altri. È un dato da alcuni ritenuto ovvio e trascurato, da altri preso soltanto come una fonte di problemi e di fastidi. Invece la relazionalità dell’essere umano è la fonte permanente della possibilità di convertire le nostre esistenze a uno stile più libero, più creativo, più fedele alla dignità della persona umana.

Una chiave per ripensare l’università

Solo la logica del dono come condivisione consente di portare l’esistenza che conduciamo all’altezza del senso vero delle cose e della felicità possibile. Quindi la transizione dalla logica di sopravvivenza, che opprime la vita di tutti, alla cultura della convivenza può sempre entrare nelle dinamiche educative ed etiche, politiche ed economiche, giuridiche e religiose ogni volta che maturano la coscienza e la sensibilità di persone capaci di essere fedeli al grande invito rivolto alla vita, l’invito alla felicità vera.

Naturalmente non si tratta solo di un percorso individuale. È essenziale che intanto si diano o che siano rafforzati dei luoghi vitali (dalla famiglia alle relazioni amicali, dalla scuola all’università, dal reparto di ospedale al posto di lavoro, dal sindacato al partito, dall’associazione alle istituzioni pubbliche) in cui il valore delle persone viene prima del valore del denaro, del potere, dei ruoli, delle funzioni, delle prestazioni. Ovunque sia riconosciuto il primato delle persone, la logica del dono fiorisce conseguentemente. Questa indicazione dischiude la comprensione del legame che sussiste tra logica del dono e conoscenza umana. Esso si attua anzitutto nel riconoscimento della dignità delle persone, ossia del fatto che ogni essere umano è un valore vivente, un dono che ci costituisce gli uni responsabili per la vita e per il bene degli altri. Non a caso, l’autentico conoscere comporta un riconoscere. La conoscenza non è una raccolta di informazioni, finalizzata al controllo e al dominio su ogni angolo della realtà. Non è per conquistare ed eventualmente distruggere ciò che si conosce. La conoscenza è per partecipare alla vita del mondo in modo da essere soggetti responsabili che ne promuovono l’armonizzazione in ogni ambito. Ecco dunque il legame: nelle esperienze del dono impariamo l’arte del riconoscimento e questo è un tratto costitutivo di ogni autentica conoscenza.

Bisogna poi ricordare le implicazioni dello specifico orientamento di questa capacità di riconoscimento verso l’umanità. Come a suo modo riteneva Kant, non c’è conoscenza senza autocoscienza. Nelle esperienze del dono gli esseri umani prendono consapevolezza del loro modo d’essere originale, del vincolo interumano, del valore di ciascuno, irriducibile al quadro tipologico del’economia, articolato nella distinzione tra valore d’uso e valore di scambio. Perciò la ricerca scientifica, sia nell’ambito delle scienze umane che nel campo delle scienze naturali, riceve respiro e luce dal tipo di autocoscienza promosso dallo spirito del dono. Senza di esso, la conoscenza si riduce a una tecnologia di conquista e di accumulazione delle informazioni, smarrendo in tal modo la propria fedeltà antropologica e la propria coscienza etica.

Oltre ai tratti del riconoscimento, per cui conoscere è partecipare avendo rispetto del conosciuto, e dell’autocoscienza, per cui quella a conoscere è una vocazione propriamente umana che dà attuazione alla dignità di ciascuno e di tutti, bisogna considerare anche l’elemento del servizio. Voglio dire che la conoscenza tende sì a tradursi in tecnologia, in un patrimonio decisivo per l’innovazione economica, per il lavoro e per le diverse istituzioni dell’economia, compreso il mercato stesso, ma non può diventare letteralmente una “infrastruttura” del Mercato globale. La ricerca scientifica e la didattica possono e devono essere utili all’economia, ma la loro natura non è quella di essere votate all’economia e tanto meno a un’economia egemonizzata dai giochi tutt’altro che innocenti del capitalismo finanziario. L’apologia del capitalismo cognitivo o capitalismo della conoscenza è del tutto fuori strada. Segnala più un pericolo che una svolta necessaria e benefica. Lo si comprende tenendo conto del fatto che ci troviamo al bivio. O qualsiasi facoltà, dote, attività o istituzione umana viene consegnata in sacrificio sull’altare del Mercato, assecondando acriticamente la mutazione genetica della società in senso economicista, o al contrario le forme di esperienza sociale più capaci di umanizzazione concorrono insieme a risanare l’economia dal suo delirio totalitario e a liberare la società dalla cappa del fondamentalismo neoliberista.

La vita dell’università fiorisce grazie all’incontro tra generazioni nuove e adulte, tra saperi coltivati nella responsabilità, tra culture e forme di sapienza, tra comunità accademica e territori, tra istanze e voci diverse entro un quadro di corresponsabilità democratica. Ognuna di queste correnti vitali per il presente e per il futuro dell’università può ricevere dalla cultura del dono quel respiro e quella libertà creativa che sono indispensabili per far fiorire il pensiero critico, la conoscenza, la ricerca, la didattica, il servizio alla società intera.

 

Commenti 

 
+1 #1 Stefan Danov 2013-01-04 22:34
Che bellissimo articolo e mi sta capitando proprio in un periodo splendido =) Ho aperto dei gruppi su facebook dove si pratica l'economia del dono e sto iniziando a conoscere un mondo di iniziative dal basso che mirano ad abbandonare il denaro. I gruppi sono nelle info di questa pagina https://www.facebook.com/Lo.Spirito.del.Dono/info
Cerco di invitare chiunque abbia a che fare con l'open source, il volontariato e la condivisione delle risorse. Ci sono già alcuni attivisti di diversi movimenti e come regalo per l'anno nuovo è capitato anche Mark Boyle a curiosare nel gruppo lombardo. Spero di riuscire a far crescere questa iniziativa che è nata solo pochi mesi fa.
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