Rivista dell'Università in Movimento
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La rivoluzione meritocratica
Sapere / Potere - Analisi
Libero Sesti Osséo    14.09.11

 

libero-rivoluzione-meritocraticaL’ossessione del merito

Merito. È quasi un’ossessione per sociologi, opinionisti, politici e soprattutto economisti. Sul merito sono imperniati molti dibattiti di approfondimento sociale e sull’argomento martellano media e carta stampata. Sul tema del merito s'incentrano le proposte sui meccanismi per la valutazione e la promozione e il riconoscimento del merito. In questo stesso numero di menodizero sono numerosi i contributi sulla valutazione, che del merito costituisce la parte operativa. Dietro tutto questo gran parlare c’è però, assai meno dibattuta, un’idea di organizzazione della società che dovrebbe coniugare al tempo stesso efficienza ed equità.

                                                

Merito e società

Per andar subito al cuore del problema sarà bene guardare alla società americana, il cui mito fondativo –il cosiddetto Sogno Americano – è per l’appunto uno dei riferimenti della dominante cultura meritocratica. Il Sogno dell’uomo americano coincide con l’obiettivo, innanzi tutto culturale, di trovare la strada dell'auto-affermazione con le proprie forze.

Ma il merito è anche una modalità per organizzare e far funzionare la società a partire dall’individuo, poiché il successo (scolastico, professionale, ecc.) è attribuibile alle capacità ed ai risultati di una persona e solo in minima parte ad altre caratteristiche, come il genere, l’età, il ceto di origine, che non dipendono dalla persona stessa. Con altre parole, il Club The European House-Ambrosetti, definisce meritocrazia una concezione sociale per la quale si ritiene legittimo che successo, prestigio e potere si conseguano per doti, capacità e risultati. La meritocrazia è dunque un modello sociale intrecciato con la cultura e le tradizioni, ma anche con il complesso amministrativo, regolamentativo e infrastrutturale della società stessa. James B. Conant, con poche parole, illumina questo scenario con molta concretezza:

 

dovremmo portare ogni giovane talento da ogni parte del Paese a laurearsi ad Harvard, che si tratti di un figlio di ricchi o che non abbia un penny, che abiti a Boston o a S. Francisco.

 

L'elezione del presidente Obama rende il proposito di Conant un esempio sociale vivo. Al contrario, non sembrano esserci analoghi esempi nel sistema italiano.

  

Un’Italia senza meriti

 

Il merito è difficile da misurare, ma alcuni indicatori possono evidenziare l'esistenza di freni ai meccanismi di affermazione del merito nel nostro paese. Gli indicatori sono:

 

  1. Una scarsa mobilità sociale
  2. Le elevate disuguaglianze di genere
  3. La limitata attrattività dei talenti
  4. Una carente cultura del merito

 

Riguardo alla mobilità sociale, un'indicazione assai negativa viene dal mancato spostamento dei redditi familiari. Secondo uno studio commissionato dalla Banca d’Italia, nel periodo 1999-2009 solo il 5% delle famiglie italiane si è spostato verso classi di reddito nettamente diverse. Sulle disuguaglianze di genere, esistono alcune classifiche. Per quanto esse vadano analizzate nel dettaglio dei loro parametri, è comunque un fatto che lo Human Development Report delle Nazioni Unite metta l’Italia all’ultimo posto nell’indice di parità di genere dopo Stati Uniti, Inghilterra, Giappone, Francia, Germania, Spagna, Norvegia. La scarsa attrattività dei talenti è purtroppo anch'essa evidente. Tale carenza appare ben rappresentata dal ben noto dato per cui il 19% dei ricercatori italiani espatria, mentre i ricercatori che arrivano in Italia dai paesi OCSE sono solo lo 0.7% (Forum Economia e società aperta, edizione 2010). L’applicazione concreta di prassi meritocratiche, correlate ad una cultura del merito diffusa, non è certo più consolante. Il lavoro di ricerca «Oligarchie e ceti deboli» evidenzia che nella società italiana prevalgono i requisiti personali attribuibili a caratteristiche di ceto piuttosto che quelli vincenti in logiche tradizionali di mobilità sociale. Secondo il 61% degli italiani per arrivare a posizioni di potere nella nostra società i requisiti necessari sarebbero indipendenti dalle qualità individuali, in quanto per affermarsi conterebbero invece le risorse economiche di cui si può disporre (30,1%), le relazioni politiche (23%), e le relazioni personali" (8%). In aggiunta, secondo il Word Value Survey 2008, progetto internazionale permanente per lo studio dello stato morale socio-culturale delle nazioni, il 60% degli italiani ritiene che tutti dovrebbero guadagnare allo stesso modo. Nei meritocratici USA, all’opposto, il 90% della popolazione ritiene che le persone di maggiori abilità debbano guadagnare di più.

 

Merito e sistema formativo

 

Il sistema formativo è centrale per lo sviluppo di una società meritocratica. Per l’affermarsi di una tale società è infatti indispensabile che sia garantita a tutti la possibilità di una competizione corretta. In un modello sociale di questo tipo, tutto il percorso formativo è chiamato a graduare le capacità degli allievi. Il suo punto più alto, l’università, deve prevedere che i migliori allievi abbiano a disposizione le università più prestigiose, con i migliori professori, che rilasciano le lauree più ambite. Queste università sono quelle che possono garantire privilegi sociali ma al contempo ricompensare svantaggi sociali.

L’università italiana, a tutt’oggi, non ha graduatorie ed il titolo di laurea ha un valore legale “universale”, almeno nel pubblico impiego. Inoltre il nostro sistema accademico è stato impostato sulla base di modelli regionalistici, in cui le università sono chiamate principalmente a rispondere alla domanda di formazione di un territorio.

 

Data questa situazione, il passaggio ad un modello di università americano in Italia equivarrebbe ad una “rivoluzione”. Una “rivoluzione” che trova i suoi sostenitori tra i fautori del liberismo economico, tra chi vede nella società statunitense il modello da seguire (o da imporre), tra il mondo industriale e quello bancario. È tra questi “rivoluzionari” che si afferma l’ansia di valutare le università, di creare graduatorie di merito e di introdurre (per le vie brevi) una cultura meritocratica. Cerchiamo di capire se ciò sia un bene o un male nel nostro momento storico.

 

L’università valutata sul merito

 

Portare un giovane talento senza un soldo ai più alti livelli della società italiana appare oggi, ancor più di ieri, una missione impossibile. Le storiche carenze di adeguato supporto organizzativo, finanziario e regolamentativo appaiono oggi aggravarsi. All’interno dell’università italiana sono molti i costumi e i comportamenti che contrastano con l’affermazione del merito. Prendendo spunto dal Club The European House-Ambrosetti (che in realtà si riferisce all’intera società italiana), questi fattori sono:

 

  1. L’affiliazione, ovvero il nepotismo e il malcostume della raccomandazione
  2. Gli automatismi, con i riconoscimenti economici e di posizione legati all’anzianità prescindendo dal merito
  3. La circolarità, cioè meccanismi/processi in cui è presente un connubio/commistione di interessi tra il controllore ed il controllato, i quali creano pericolosi circoli viziosi guidati da interessi specifici e non dal merito
  4. L’opacità, cioè la mancanza di trasparenza che lascia spazio alle scelte discrezionali.

 

Chiunque conosca dal di dentro il contesto universitario italiano, nelle pur varie collocazioni geografiche e nelle tradizioni storiche maturate nei singoli atenei, riconoscerà nella propria organizzazione la presenza di almeno alcuni di questi tratti.

 

La legge di riforma n. 240/2010 (pur denominata Norme in materia di organizzazione delle università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l’efficienza del sistema universitario), al di là della retorica sulla meritocrazia, non contiene elementi seri che possano favorire la diffusione del merito. La legge ha decurtato infatti i finanziamenti, riformando in chiave aziendalistica ed autoritaria l’università pubblica ed ha introdotto l’ANVUR, l’agenzia nazionale di valutazione della ricerca universitaria, con l’obiettivo dichiarato di motivare e premiare la ricerca di valore, e con l’obiettivo reale di stilare una graduatoria di merito delle università italiane: è la prima tappa (forzata) verso il modello americano.

 

Tagli e merito

 

Partiamo dagli argomenti spesso usati a vantaggio di queste politiche: conti pubblici da riordinare e affermazione del merito. In una situazione di grandi difficoltà finanziarie come la nostra, non è stato difficile addomesticare il basso dissenso sui tagli all’università, specie dopo il martellamento mediatico sulla scarsa qualità dell’istituzione, sui fannulloni e sui baroni. La retorica del merito ha poi fatto il resto. Da più parti si è fatto appello ad una sorta di “giustizia social-meritocratica”, per la quale valorizzare i talenti significa migliorare le condizioni di vita di tutti: finanziare di più i più talentuosi porterebbe meno sprechi e più benefici per tutti.

Questa impostazione è tuttavia fuorviante e assomiglia molto all’assioma (assai praticato dalle economie occidentali in questi anni di crisi finanziaria) secondo cui la mossa politica di maggior utilità sociale sia quella di finanziare gli industriali, i ricchi o le banche, poiché sono le banche, i ricchi o gli industriali i soggetti in grado di riattivare lo sviluppo economico.


Merito e disuguaglianze 

Ciò premesso nessun argomento di buon senso può essere mosso contro le politiche realmente meritocratiche, a condizione che esse non siano un pretesto per sacrificare l’equità fra i cittadini. Se infatti il Sogno Americano si basa sull’idea che un certo livello di diseguaglianza sia indispensabile ad una corretta competizione, dall’altro lato questo livello viene tenuto entro le soglie di guardia dai meccanismi di mobilità sociale innescati proprio dall’istruzione. Ma in tanto competere al meglio per il meglio, chi è privo di talento che fine fa?

Non dev’essere un caso se uno degli intellettuali italiani che più sta profondendo energie per la creazione di una cultura meritocratica in Italia, Roger Abravanel, ha sentito il bisogno di affiancare al suo libro Meritocrazia un successivo libro dal titolo Regole.

 

Per continuare a ragionare in termini astrattamente economici, bisognerebbe infatti analizzare i costi e i benefici del modello meritocratico. Tra i costi bisogna annoverare la disuguaglianza sociale, tra i benefici un certo vantaggio collettivo. E tuttavia, se i livelli di disuguaglianza sociale dovessero accrescersi troppo, se il sistema formativo non riuscisse più a fornire le giuste opportunità a tutti, le disuguaglianze sociali verrebbero ancora sopportate dagli individui penalizzati?

 

Siamo in una fase storica in cui si registra una tendenza inarrestabile all’aumento delle disuguaglianze sociali. Lo testimonia, tra l’altro, anche il saggio di Maurizio Franzini dall’emblematico titolo Ricchi e poveri. L’Italia e le disuguaglianze (in)accettabili, edito dall’Università Bocconi. Studi di settore ci mostrano che fino agli anni Ottanta un alto dirigente di rado arrivava a guadagnare 50 volte di più dei suoi dipendenti, mentre nel durissimo 2009, l’AD di FIAT Marchionne ha guadagnato 435 volte lo stipendio medio di un suo dipendente. L'istituto di ricerca delle Associazioni cristiane dei lavorati italiani, che ha recentemente confrontato le retribuzioni dei lavoratori dipendenti nel settore privato, ci rende noto che un giorno di lavoro di un operaio (66 euro/giorno), corrisponde a poco più di un’ora di lavoro d’un dirigente (www.irefricerche.it).

 

Tasse e lavoro

 

Se le disuguaglianze crescono, le opportunità per le giovani generazioni si riducono. Nell’articolo Il futuro traballante della meritocrazia, Zygmunt Bauman, uno dei più autorevoli sociologi contemporanei, sostiene che le università americane più prestigiose stanno uscendo dal mercato “sociale”. La causa è il prezzo annuale delle rette d’iscrizione. Ad Harvard, ad esempio, la retta è cresciuta annualmente del 5% negli ultimi vent’anni e quest’anno ha raggiunto quota 52mila dollari.

 

Anche in Italia l’aumento delle tasse universitarie è divenuto una costante, pur se le cifre assolute non sono affatto vicine a quelle di Harvard. Nel nostro paese il contributo medio per studente è di circa 1.000 euro e negli ultimi 4 anni l'aumento è stato del 24%. Una delle raccomandazioni contenute nel rapporto Italia 2011 dell'Ocse recita: «l'Italia potrebbe prendere in considerazione la possibilità di eliminare gradualmente il tetto previsto per le tasse universitarie, facendo si che gli studenti sostengano una percentuale più elevata dei costi». L’associazione treellle, sostenuta finanziariamente da Confindustria e dalle banche, ripartisce così i costi delle tasse universitarie: 80% a carico dello studente (+400% rispetto ad oggi), 20% a carico dello Stato (-75% rispetto ad oggi), puntando ad una spesa media di 4.000 euro per lo studente e di 1000 per lo Stato.

 

D'altra parte, il mercato del lavoro si sta contraendo anche per chi possiede alte qualifiche. Sta diminuendo il lavoro stabile e le retribuzioni si abbassano. L’ Indice di Qualità del Lavoro svolto di Almalaurea (2010), che cattura la percezione della coerenza delle competenze acquisite rispetto a quelle richieste in azienda, oscilla, in media, intorno al valore di 50 su 100. L’ultimo rapporto Almalaurea stima che, fatto pari a 100 il reddito percepito nel 2001 da un neolaureato italiano, nel 2007 è pari a 92. Il Trendence Institute (www.trendence.com) ha recentemente diffuso una sua analisi europea, dalla quale risulta che in Italia un giovane laureato in ingegneria (il più pagato tra i laureati) ha una paga lorda annua di circa 21.000 euro, in Germania percepisce più di 44.000.

 

Le porte chiuse

 

Dunque in Italia coloro che cercano vantaggi sociali dalla formazione, quelli che hanno fatto tutto ciò che ritenevano necessario per avere successo rischiano di ritrovarsi davanti a «porte chiuse». È un processo globale di cui Bauman scrive:

 

nelle nostre società, dove l’economia si è autoproclamata basata sulla conoscenza e l’informazione, e il successo basato sulle opportunità educative, la conoscenza sembra fallire nel suo compito di garantire successo e l’educazione nel suo compito di garantire quella conoscenza adatta a raggiungere il successo.

 

Addirittura Bauman sostiene che, a causa dell’incremento dei costi d’istruzione e della diminuzione del vantaggio sociale di possedere una laurea, l’essenza stessa del Sogno Americano stia andando in frantumi:

 

il sogno che le tossine della disuguaglianza fossero state neutralizzate, rese sopportabili e in fondo innocue dalla mobilità sociale basata sull’istruzione, comincia a sgretolarsi, così come il sogno di un’istruzione che garantisca mobilità sociale ascendente. La fine di questi sogni pone forti dubbi sull’istruzione per come la conosciamo. Ma pone anche dubbi fortissimi su tutte quelle scuse finora usate nelle nostre società nel tentativo di giustificare la disuguaglianza.

 

Ecco perché in questo momento storico in cui le disuguaglianze crescono, l’imposizione di un modello rigidamente meritocratico al sistema universitario rischia di far implodere delicati equilibri.

 

La “rivoluzione” meritocratica: primo scenario

 

Guglielmo Forges Davanzati, in un suo articolo su «Economia e Politica», tratteggia un quadro non dissimile da quello tracciato da Bauman e sostiene che la riforma dell’università, lungi dal voler introdurre criteri di valutazione che premino il merito, mira piuttosto ad operare un depotenziamento del sistema formativo pubblico, richiesto dal nostro sistema produttivo per indebolire i «segnali di status» tradizionalmente connessi al titolo di dottore, così da ridurre le aspettative di reddito e poter impiegare forza-lavoro qualificata per bad jobs. Da oltre un decennio, è infatti riconoscibile un processo di «eccesso di istruzione» rispetto alla domanda di lavoro qualificato. Tra le cause vi è la bassa propensione all’innovazione delle imprese italiane, sia per le loro piccole dimensioni aziendali, sia perché solo il 14% dei nostri imprenditori è laureato. In un paese nel quale non si produce innovazione – se non per sporadiche eccezioni – il finanziamento della ricerca scientifica è un costo al quale le nostre imprese sembrano voler rinunciare. Sembra insomma che la gran parte del nostro sistema imprenditoriale punti a mantenersi competitivo mediante deflazioni salariali.

Come si è detto, sta poi diminuendo il lavoro stabile ed è già in atto un processo di «adeguamento» delle retribuzioni sui livelli più bassi, che configura il preoccupante amplificarsi della sottoccupazione intellettuale: ottenuta la laurea, si lavora, quando ci si riesce, per mansioni non adeguate alle competenze acquisite e con bassi salari. In alternativa si emigra. In questo scenario, il «laureato scoraggiato» entra a far parte della platea dei lavoratori sottopagati, imputando peraltro la sua condizione non ad un sistema politico ed imprenditoriale inadeguato, ma ai lavoratori più anziani e più protetti e alle leggi e alle organizzazioni sindacali che li tutelano.

 

La “rivoluzione” meritocratica: secondo scenario

 

Ma c’è un secondo scenario possibile, che vede protagonisti individui colti e non così scoraggiati. È lo scenario che ha descritto Roger Cohen, opinionista del «New York Times», commentando i moti di democratizzazione dei paesi dell’Africa settentrionale:

 

una lezione da imparare dalle recenti rivolte nel Medio Oriente, soprattutto in Egitto, è che un gruppo sofferente da molto tempo, fatto di persone istruite, ma sottoinquadrate, può essere l’elemento scatenante di un cambiamento sociale di lungo periodo.

 

Sono parole che andrebbero tenute a mente, perché le politiche “meritocratiche”, maturate fuori tempo massimo, in anni di crisi e di protratta incertezza, con tutto il loro necessario corredo di diseguaglianza e ingiustizia sociale, possono davvero spingere i nostri studenti, stagisti, ricercatori, professori precari, assegnisti, dottorandi, borsisti, e tutti gli altri giovani laureati malpagati e sviliti ad una ribellione aperta. Ben altra allora potrebbe essere la “rivoluzione” innescata dal merito.

 

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NOTE

 

James Bryant Conant (1893 –1978) fu un chimico, un accademico, un politico e un eminente intellettuale. Fu il 23° Presidente dell’Università di Harvard, di cui riformò l'organizzazione della ricerca.

 

Club The European House-Ambrosetti, lettera n. 36 febbraio/marzo 2011.

 

La pubblicazione Measuring wealth mobility (2009), commissionata dalla Banca d'Italia, è di A. Neri.

 

Il Forum Economia e società aperta è organizzato congiuntamente ogni anno dall’Università Bocconi e dal Corriere della Sera. Nel lavoro si fa riferimento all’ edizione del 2010, (http://2010archivio.economiaesocieta.org/)

 

Oligarchie e ceti deboli è un lavoro di ricerca del Censis, realizzato nell'ambito dell'iniziativa Un mese di sociale - Un'Italia articolata per ceti, 2006

 

Nell’ambito del Word Value Survey 2008 si fa riferimento al capitolo dal titolo Dynamics of Cultural Change: The Human Development Perspective, World Values Research 1 (4): 94-119, Autori: Abdollahian, Mark, Coan Travis, Hana Oh & Birol Yesilada (2008).


Zygmunt Bauman, On the Shaky Prospects of Meritocracy, Social Europe Journal, 21-3-2011 Bauman 2011, traduzione di Elisabetta Ferrari Il futuro traballante della democrazia.

 

Roger Abravanel. ha ricevuto una formazione tecnica al Politecnico di Milano. È editorialista del «Corriere della Sera». Nel 2008 ha scritto Meritocrazia. Nel 2010 scrive il libro Regole.

 

Quaderno n. 3. Università italiana, università europea? dell'Associazione TreeLLLe - per una società dell'apprendimento continuo.

 

Guglielmo Forges Davanzati, L’università e il mito meritocratico, Economia e Politica, 22 Dicembre 2010 (Forges Davanzati 2010).


 

Allegati:
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