Rivista dell'Università in Movimento
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L'università dei tre mercati
Sapere / Potere - Analisi
Giuseppe Caputo    08.05.11

tre-mercatiLa diminuzione degli iscritti all’università

Il numero di studenti che s’iscrivono alle università statali italiane sta subendo un calo considerevole. Come riportato nell’ultimo rapporto del Comitato di valutazione del sistema universitario (CNSVU/10), nel 2003/2004 gli immatricolati erano 338 mila, mentre nel 2009/10 sono diminuiti a 293 mila. Mancano dunque all’appello oltre 45.000 studenti. Come se in poco tempo fossero spariti due atenei grandi come quello di Parma e Ferrara. Nello stesso periodo è inoltre diminuito il numero dei laureati di 8.000 unità, compresi i laureati di primo livello. Le cause del calo degli iscritti meritano di essere analizzate perché potrebbero portare gravi conseguenze per i nostri giovani e per il sistema universitario nel suo complesso. Le ragioni che determinano la diminuzione degli iscritti sono numerose e naturalmente non sempre direttamente collegate alle politiche del governo o alle scelte degli atenei. Ad esempio, può giocare un ruolo determinante la domanda di laureati proveniente dal mercato del lavoro, che in Italia, come è noto, è particolarmente bassa. Vi sono però altri fattori molto rilevanti che influenzano il numero delle immatricolazioni, come la capacità delle università di attrarre i giovani e le norme che regolano l’accesso ai corsi.

Selezione dell’offerta e della domanda nell’università pubblica

Il decreto legge 544/07 varato dal ministro Mussi e il nuovo Decreto 17/2010 varato dall’attuale ministro Gelmini hanno in comune l’obiettivo di ridurre il numero di corsi di studio erogati dalle università usando lo strumento dei cosiddetti requisiti minimi di docenza. Il ministero stabilisce che per attivare un corso è necessario che si trovi in servizio presso la facoltà un numero minimo di docenti di ruolo. Inoltre viene fissato il numero di studenti minimo che deve iscriversi al corso di studio per tenerlo in vita. A causa di queste limitazioni, l’offerta dei corsi di studio si sta progressivamente riducendo insieme alla domanda di nuove iscrizioni.

 A questi provvedimenti si è poi aggiunta la scelta di molte facoltà d’introdurre dei test di accesso obbligatori al primo anno, volti a scoraggiare l’iscrizione degli studenti meno preparati. Ad esempio, in alcune facoltà la politica degli accessi consiste nel fissare a priori il numero massimo di immatricolati all’anno e di fissare poi il punteggio minimo da superare al test, in modo da escludere l’eccedenza di studenti rispetto a questo numero. Gli studenti esclusi possono iscriversi a un anno preparatorio in cui dovrebbero recuperare le carenze culturali in materie di base coma la logica e la matematica. A parte ogni considerazione di merito sulla strategia seguita dalle singole facoltà sui test di accesso, appare evidente che l’obiettivo dei test è essenzialmente quello di limitare il numero di matricole.

Dunque la riduzione dell’offerta formativa e i test di accesso sono due strumenti diversi che concorrono a ridurre l’attrattività delle facoltà, scoraggiando le iscrizioni nell’università pubblica. La selezione degli studenti - da molti aprioristicamente considerata un attentato alla libertà di studio - può essere anche uno strumento accettabile se effettivamente finalizzato ad aumentare la qualità della formazione, ad assicurare una rapida progressione negli studi e ad ottenere il raggiungimento della laurea con voti più alti. Inoltre se gli studenti non ammessi potessero accedere ad un mercato del lavoro più dinamico, specie al sud, con il solo titolo di diploma, la grossa mole dei fuori corso si ridurrebbe automaticamente: l’università non sarebbe un parcheggio per giovani disoccupati. Ma queste considerazioni di semplice buon senso si scontrano con alcuni dati: come già detto il calo del numero di laureati smentisce l’obiettivo di aumentare la quantità dei nostri laureati e i tassi di disoccupazione in aumento indicano che difficilmente i “mancati dottori” potranno trovare un posto di lavoro. Quale futuro dunque attende l’esercito dei 45.000 studenti universitari oggi mancanti all’appello? 

Verso il ridimensionamento dell’università di massa

Voglio provare ad avanzare un’ipotesi. L’università statale ha avuto una grande caratteristica: quella di essere un’università di massa aperta a tutti in grado di assicurare un livello di formazione più che accettabile. Inoltre è stata un’università in cui le tasse sono sempre state tanto modeste (anche se non come in altri paesi europei) da consentire l’approdo all’università di ampie fasce della popolazione. Nelle facoltà statali post-sessantottine si sono potuti formare sia i figli dell’alta borghesia che quelli degli impiegati e degli operai. Questa varietà di “utenza” accoppiata ad un discreto livello qualitativo ha determinato la quasi totale assenza di una vera concorrenza da parte dei privati nel mercato dell’istruzione terziaria. L’unica concorrenza è stata quella di poche università private come la LUISS e la Bocconi, università d’eccellenza solo in alcune discipline non direttamente legate alle costose attività sperimentali e di laboratorio.

Lo spazio per un nuovo mercato della formazione

All’inizio degli anni Duemila, soprattutto sotto la spinta del ministro Moratti, sono nate le università telematiche private specializzate nella formazione a distanza. Si tratta di atenei che nelle intenzioni dichiarate si rivolgevano essenzialmente a studenti-lavoratori non in grado di seguire le lezioni nelle aule. Questa “utenza” quantitativamente modesta non ha consentito fin qui a queste università di crescere. Infatti, il numero di iscritti nel 2008/2009 è stato pari a circa 17.000 studenti corrispondente a meno dell’1% degli studenti iscritti nelle università tradizionali. Come rileva il CNVSU «dove le telematiche hanno finora fallito è stato nella capacità di attrarre studenti “standard”, cioè i diciannovenni diplomati alla loro prima immatricolazione».

 In questo quadro c’è da chiedersi se il ridimensionamento dell’università statale in atto, con i suoi 45.000 non-iscritti, non celi il tentativo di creare forzatamente, tramite decreti ministeriali, regolamenti e test di accesso, una domanda di formazione di basso livello a cui darebbe risposta in prima battuta per l’appunto l’università telematica ed in futuro altre nuove università private. Non va forse in questa direzione il recente provvedimento del ministro Gelmini che consentirebbe la trasformazione delle università telematiche in vere e proprie università convenzionali, che si costituirebbero al di fuori (e al di sopra!) del rispetto di alcuni requisiti minimi invece richiesto agli atenei statali? Nello scenario che si prefigura, si comprende bene anche il cambio di rotta del governo Berlusconi sul tema dell’abolizione del valore legale del titolo di studio. Tra le tante effimere proposte, questa è stata una scelta presto abbandonata perché avrebbe compromesso sul nascere il fiorente mercato dei “laurefici”.

I tre mercati della formazione

 Quando le forze critiche nei confronti della politica del governo sull’università parlano di distruzione dell’università pubblica non sono lontane dal vero. Per distruzione delle nostre università dobbiamo soprattutto intendere il sistematico sabotaggio di un modello formativo statale allo scopo di favorire la creazione di un nuovo mercato privato della “formazione al ribasso”. Avviene oggi nei nostri atenei quanto è avvenuto anni addietro nella scuola pubblica. Per garantire interessi particolari di corto respiro, il sistema formativo pubblico da anni viene scientemente sottofinanziato, quasi a volerne spuntare ad ogni costo le eccellenze per farne un competitore di “serie B” rispetto alle eccellenti università private di “serie A”. Allo stesso tempo il sistema di formazione pubblico viene volutamente ridimensionato per far spazio, in questo caso, ad un mercato privato di “serie C”, disposto a svendere il titolo di studio col placet del timbro ministeriale. Tra atenei prestigiosi e scuole religiose o scuole laiche selettive (sostanzialmente su base censitaria) e tra le nuove facoltà telematiche e i “diplomifici” della scuola media superiore, le università e le scuole pubbliche devono restare necessariamente compresse, costrette in una zona grigia che impedisce al paese di crescere con la ricerca e ai cittadini di migliorarsi con gli studi. L’università statale viaggia verso un target medio ritagliato su cittadini medi. Le classi dirigenti e il popolo obbediente verranno educati altrove.

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