Rivista dell'Università in Movimento
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Il futuro che non ci aspetta. Gli effetti della politica economica del governo sull’università
Sapere / Potere - Analisi
Giuseppe Caputo    18.11.10

FuturonnciaspL’Europa e l’Italia 

In tutti i paesi occidentali l’istruzione superiore  è posta  al centro delle politiche di sviluppo sociale ed economico dei governi, siano essi    liberal conservatori, come la Germania e l’Inghilterra, o democratico-progressisti, come gli Stati Uniti e la Spagna. L’Italia sconta un grave ritardo negli investimenti in ricerca con un magro 0.6% del PIL, a fronte dell‘1.1% della media dei paesi OCSE. Quando nel 2009 i governi della Unione Europea siglarono il trattato di Lisbona - in cui, fra l’altro, si stabiliva che l’investimento per la ricerca avrebbe dovuto raggiungere il 3% del PIL - scelsero di delineare la strada per il futuro dell’Europa: uno sviluppo economico fondato sulle alte conoscenze tecniche e scientifiche e uno sviluppo sociale basato sull’istruzione dei cittadini. Malgrado il trattato di Lisbona sia stato per molti versi disatteso dalla maggioranza dei paesi membri dell’Unione, forse perché troppo ambizioso o, più prosaicamente, perché ostacolato dalla crisi economica esplosa nel 2008, molti stati europei non hanno abbandonato la linea di sviluppo intrapresa. In particolare la Germania con l’ultima manovra finanziaria ha investito la cifra record di 10 miliardi di euro aggiuntivi rispetto al finanziamento ordinario destinato alle università. La situazione italiana appare invece ben diversa. Alle antiche difficoltà di funzionamento del sistema italiano si sono aggiunte le drastiche scelte politiche ed economiche dell’attuale governo Berlusconi, con le quali si rischia di cancellare ogni prospettiva di crescita per il paese. Un esempio concreto chiarirà meglio le mie affermazioni.

 Un esempio italiano 

Immaginiamo di seguire il cursus studiorum di uno studente italiano che desidera intraprendere la carriera universitaria con l’ambizione di diventare un ricercatore o un professore. Quale panorama si troverebbe davanti? Per prima cosa il nostro studente dovrebbe constatare che l’università italiana offre meno opportunità di laureare studenti rispetto al passato. Nella famigerata, e probabilmente mai realizzata, università di massa si assiste ad una riduzione del numero di immatricolati e del numero di laureati. Nel dettaglio il numero totale di iscritti aumentato successivamente all’avvio della riforma del 3+2 aveva raggiunto un picco di quasi 1.824.000 iscritti nell’anno accademico 2005/06 che si sono ridotti nell’anno accademico 2007/08 a poco più di 1.809.000. Il numero degli immatricolati ha seguito il medesimo andamento, avendo raggiunto il massimo di oltre 338 mila immatricolati nell’anno accademico 2003/04 per poi diminuire progressivamente fino a quota 307.533 nel 2007/08. Il numero di laureati è sceso a sua volta sotto la soglia dei 300 mila: sono 293.084 coloro che nel 2008 hanno conseguito un titolo di studio universitario; una diminuzione è di 7.051 laureati rispetto al precedente anno. Le probabilità che il nostro studente riesca a laurearsi e che riesca a laurearsi nei tempi previsti sono perciò più basse che in passato. Infatti il sistema universitario fra carenze di organico, errori di impostazione dei corsi e poca attenzione agli studenti non riesce a garantire l’offerta formativa che promette agli iscritti. Il nostro studente ben presto si accorgerà che solo un suo collega su tre si laurea nei tempi previsti.  

Borse di studio e tasse  

Ma poniamo il caso che  il nostro studente sia motivato allo studio e meritevole e tuttavia provenga da una famiglia con un reddito basso. Cercherà perciò di ottenere, come del resto i suoi colleghi europei, una borsa che lo mantenga agli studi.  In questo caso farà una seconda scoperta e cioè che la politica del ministro Gelmini in materia è ben diversa da quella dei ministri di altri paesi europei. Il finanziamento delle borse di studio nel nostro sistema è sorretto da tre entrate: una tassa corrisposta dagli studenti, le risorse messe a disposizione dalle Regioni, il Fondo nazionale integrativo. Grazie a uno stanziamento straordinario una tantum di 135 milioni, il Fondo integrativo dello Stato è arrivato nel 2009 a 246 milioni, dal 2010 le risorse statali previste in finanziaria scenderanno a 100 milioni per ridursi a 76 milioni nel 2011. Secondo una stima assai plausibile, perciò, le borse pagate con il fondo integrativo diminuiranno dalle 47.934 del 2008/2009 alle 22.460 del 2011/2012. Complessivamente dei 186.331 studenti idonei solo il 61.3% di essi riceverà una borsa di studio. Il nostro studente meritevole e motivato sarà perciò molto più penalizzato dei suoi colleghi europei. Gli studenti francesi e tedeschi, difatti, ricevono un trattamento ben diverso. In questi paesi la spesa per le borse di studio supera il miliardo l'anno, mentre in Italia  si raggiungono a stento i 500 milioni. I borsisti francesi e tedeschi, nel 2006, superavano di molto le 300 mila unità, cioè il 30% degli universitari, mentre in Italia nello “straordinario” 2008/2009 sono stati poco più di 150mila, appena il 13% degli iscritti regolari.

 Visto che le borse di studio sono poche e mal pagate, il nostro studente cercherà qualche altra agevolazione, magari sperando di pagare tasse d’iscrizione più basse. In questo non remoto caso il nostro studente farà una terza scoperta: non solo le tasse universitarie in Italia non sono inferiori a quelle degli altri paesi europei, ma anzi sono in crescita. Infatti, l’incremento delle entrate contributive (+5,8%) è stato sensibilmente superiore all’inflazione, confermando un trend che si verifica, senza soluzione di continuità, dal 2001; se nel 2001 le entrate contributive rappresentavano il 17,4% del FFO (Fondo di finanziamento ordinario), nel 2007 hanno raggiunto il 22,5% (il dato comprende anche i master ed i corsi di specializzazione). I coetanei del nostro studente in Spagna, Francia e Germania pagano meno tasse o non ne pagano affatto. I suoi colleghi Olandesi invece pagano tasse più elevate, ma ricevono un assegno fisso di mantenimento e il 30% di essi riceve altre forme di borse di studio.  

I fondi delle università

In questo quadro poco rassicurante, dovuto alle politiche dell’ultimo decennio, il nostro giovane studente motivato e meritevole, penserà  - in ciò rassicurato e confortato dai Tg nazionali - che il governo attuale si stia adoperando per riformare e garantire nuovi investimenti all’università italiana in modo da renderla più competitiva rispetto a quella europea. In questo caso  farà altre importanti scoperte. Negli ultimi due anni i provvedimenti varati dal Governo Berlusconi sull’università sono stati numerosi. L’esordio è rappresentato dalla legge di natura finanziaria 133/08 poi convertita in Legge 1/2009 che ha imposto tagli economici pesantissimi agli atenei, realizzati imponendo loro di non sostituire i professori che vanno in pensione se non nella misura ridotta del 50% del budget liberato (il cosiddetto blocco del turn-over). Successivamente con la legge Finanziaria 2010 (Legge 23 dic. 2009, n. 191) sono stati decisi ulteriori tagli lineari alle altre voci di funzionamento delle università e sono state ridotte le retribuzioni dei docenti universitari tramite il blocco degli scatti stipendiali. In via di approvazione è poi il DDL Gelmini, ora in discussione alla Camera dopo aver ricevuto una prima approvazione al Senato, che contiene numerose norme con effetti critici, i quali ricadranno uno dopo l’altro proprio sul nostro meritevole studente. Per prima cosa attraverso la riduzione dei fondi dell’università.

Il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) nel periodo 2009-2012 passerà da 7.485 M€ a 6.052 M€, con una riduzione del 19.1%. Tale riduzione è realizzata imponendo agli atenei il blocco del turn-over di cui ho già detto. Seguendo i telegiornali, forse, il nostro studente apprenderà con sollievo che per il 2012 si stima un reintegro del FFO di circa 400 milioni di euro. Si tratta di una cifra proveniente dai proventi dello scudo fiscale e analoga a quella che quest’anno ha ridato fiato alle casse universitarie. Ma simile notizia lo risolleverà per poco tempo, visto che tale somma non è stanziata per il 2011 nell’attuale Finanziaria. Per questo motivo nel 2011 il nostro meritevole studente frequenterà un’università molto povera, che per recuperare parte dei fondi necessari sarà costretta non solo a limitare le uscite ma anche ad aumentare le entrate innalzando le tasse. Il nostro studente, poi, frequentando la sua facoltà probabilmente scoprirà che ai tagli sul FFO si sommano quelli relativi agli altri importi destinati al funzionamento dell’università: vedendo i progetti di sviluppo dell’università fermi scoprirà che è stato tagliato il Fondo di programmazione per lo sviluppo del sistema (-22,06%), tra le aule scalcinate e i laboratori non in sicurezza scoprirà che il Fondo per l’edilizia è fermo a zero euro, e non rientrando da anni in nessuna graduatoria per ricevere un alloggio scoprirà pure che il Fondo per le residenze è diminuito del 24,46%. Alla borsa di studio, poi, rinuncerà anche a far domanda apprendendo che il Fondo integrativo per il diritto allo studio diminuirà, come già visto, del 69,14%. Qualora poi volesse sfogarsi con i sui colleghi delle università private del mal funzionamento dell’università pubblica sarà costretto a sorbirsi anche le loro lamentele: il Fondo per le università non statali legalmente riconosciute  è stato tagliato del 22,06%.

I fondi per la ricerca 

Infine, se nonostante le molte difficoltà, il nostro studente fosse riuscito ad ottenere la laurea magistrale e volesse continuare gli studi universitari per proiettarsi nel mondo della ricerca, farà un’altra folgorante scoperta: negli ultimi anni in Italia si è avuta una riduzione delle borse di dottorato. Nel triennio 2005-2008 il Miur, che è il principale finanziatore delle borse (50,5%), ha ridotto di 8 punti percentuali il suo contributo. La conquista di una borsa dottorale si farà perciò ancora più faticosa. Per tutta risposta, deluso dalla politica e dal sistema universitario che lo dovrebbero sostenere agli studi, il nostro motivato e caparbio studente, si calerà leopardianamente in un lavoro intellettuale matto e disperato, cercherà ristoro nei piaceri dell’intelligenza e aprirà i polmoni all’ossigeno della ricerca. E così farà altre scoperte. Ad esempio che  alla riduzione dei fondi per il funzionamento degli atenei corrisponde la progressiva riduzione dei fondi di ricerca su base competitiva.

La ricerca nelle università italiane è finanziata principalmente attraverso i Piani di Ricerca di Rilevante Interesse Nazionale (PRIN) che ogni anno consentono, in seguito a procedure di valutazione su base competitiva, di finanziare i progetti di ricerca di singoli gruppi o di gruppi appartenenti ad atenei diversi consorziati fra loro. Dopo la Spagna, l’Italia è il paese in cui questa tipologia di fondi incidono di meno sui bilanci delle Università. Ma la situazione è andata peggiorando negli ultimi anni a causa di una diminuzione dei fondi a partire dal 2006. Come si vede nel grafico sotto riportato il finanziamento in valore assoluto nel quadriennio 2006-2009 si è ridotto del 30% rispetto al quadriennio precedente. Tale differenza aumenterebbe ancor di più se si considerasse l’effetto dell’inflazione. Questo peggioramento non è ovviamente imputabile solo al governo attuale, insediatosi nel 2008, ma anche a quello precedente. In particolare le tre annualità 2007-2009 sono state finanziate con i fondi FIRST (cui afferisce anche il Prin) previsto nell'ultima Finanziaria del Governo Prodi. L’attuale governo, dal canto suo, non solo non ha provveduto a incrementare tale fondo, ma si è reso responsabile di uno slittamento nell’emanazione dei bandi PRIN, al punto che alla fine del 2010 non solo non sono stati stanziati i fondi del corrente anno, ma non sono neppure noti i risultati della valutazione del 2009. Questo slittamento ha determinato di fatto, e per la prima volta da quando esiste in Italia questo tipo di procedura, una perdita netta di un’annualità di finanziamento.

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Si tratta di una perdita che aggiunta agli altri tagli  paralizza la ricerca nelle università italiane, con buona pace purtroppo del nostro volenteroso studente.  

Finalmente ricercatore

Le difficoltà tuttavia fortificano il nostro studente, che, risoluto a non mollare, ormai punta a diventare un ricercatore. Percorrendo questa strada naturalmente farà altre sorprendenti scoperte. Il DDL Gelmini istituisce una nuova figura di ricercatore a tempo determinato (RTD) e mette in esaurimento  gli attuali ricercatori a tempo indeterminato.  Il nostro bravo studente dopo il dottorato potrà perciò diventare un nuovo RTD e ottenere dall’università un primo contratto della durata di cinque anni che potrà essere rinnovato di un triennio. Nel triennio, dopo molto lavoro e fra molte speranze, potrà concorrere per conseguire l’idoneità scientifica nazionale ed essere chiamato in ruolo da un ateneo italiano (ammesso che vi siano i fondi per farlo) nella fascia di professore associato. Certo, nei suoi 10 -15 anni di precariato (se si considerano pure il dottorato e gli assegni di ricerca, come spiegato in nota) il nostro meritevole RTD oltre a svolgere l’attività di ricerca per la quale sarà valutato, dovrà svolgere didattica nella misura di 350 ore annue. Ad ogni modo, dopo tanti sforzi, il nostro caparbio studente diventerà finalmente un professore a contratto pagato come un “vecchio” ricercatore confermato (e cioè circa 1500 € al mese) fino alla soglia dei quarant’anni, trascorsi i quali o farà “il grande salto” diventando un professore associato in cerca di un’università che lo assuma o compirà una rovinosa caduta divenendo un disoccupato super-qualificato. A questo bivio (non avendo più il coraggio di seguirne i passi) lascerei il nostro studente. Sul suo percorso esemplare, senza scomodare ulteriormente stime, dati, o le analisi di autorevoli sociologi, politici ed economisti, si potrebbe chiosare così: se il futuro di un paese avanzato si regge sulle spalle di giovani preparati, determinati, capaci e meritevoli, il nostro paese avrà in sorte un futuro difficile.

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NOTE  

Riguardo l’attuale durata degli studi universitari relativamente ai corsi di laurea di primo livello, dal confronto tra gli anni 2005-2008, si evidenzia la flessione sia della proporzione di laureati in corso (dal 35,6% nel 2005 al 26,8% nel 2008), sia di quelli che hanno conseguito il titolo un anno oltre la durata normale del corso (10,4% in meno rispetto al 2005). È quindi evidente che l’obiettivo di ridurre la durata del tempo di laurea previsto dalla riforma del 3+2, non è stato raggiunto, con buona pace dei suoi sostenitori. 

Una stima conservativa del tempo necessario all’immissione in ruolo deve considerare la laurea a 25 anni, tre anni di dottorato, 2/4 anni di assegno di ricerca (in alternativa o in aggiunta due anni di borsa post-dottorato), cinque anni del primo contratto e tre anni del secondo contratto da RTD. Se in questo percorso non ci fossero né incidenti in itinere (non ammissione a una delle varie selezioni a cui il candidato dovrà sottoporsi), né intoppi (lentezza nell’espletamento delle selezioni), l’età di immissione in ruolo sarebbe di 40 anni. Una stima conservativa si diceva. Ora guardando i dati del ministero si evince che nel triennio 2005-2007 l’età media degli attuali ricercatori nel momento dell’entrata in ruolo è stata di 35 anni e dei professori associati è di 42.5 anni. Dunque con la riforma, considerando uno scenario non sfavorevole, si ottiene un ritardo di 5 anni della prima immissione in ruolo e un ipotetico guadagno di 2.5 anni rispetto alla posizione di prof. associato. Tuttavia è da considerare che questo relativo vantaggio viene pagato a caro prezzo perché l’RTD è obbligato a svolgere attività didattica pari a quella di un docente associato già a partire dal primo contratto (quindi ad una età di circa 30-32 anni) a scapito del tempo che avrebbe potuto dedicare alla ricerca e a fronte di uno stipendio che è pari a quello del vecchio ricercatore che invece non aveva obblighi didattici. Infine c’è da osservare che l’obiettivo della riduzione dell’età media dei docenti è già adesso in corso. Sempre secondo i dati del MIUR, nel quinquennio 2002-2007 l’età media dei docenti di tutte e tre le fasce al momento dell’immissione in ruolo è passata da 41 a 38 anni. Dunque l’istituzione del RTD, che viene presentata come un modo per ridurre l’età media dei docenti,  sarà soprattutto un modo per precarizzare la docenza togliendole libertà e dignità economica. 

I dati relativi al numero di studenti iscritti, al numero di immatricolati, al numero di laureati, alle borse di dottorato e alle tasse universitarie italiane sono tratti dal rapporto 2009 del CNSVU sullo stato delle università.

http://www.cnvsu.it/publidoc/datistat/default.asid_documento_padre=11666&ordina=Documento

I dati relativi alle tasse nei paesi europei sono tratti dal libro di M. Regini (a cura di), Malata e denigrata. L’università italiana a confronto con l’Europa, Donzelli 2009. 

I dati relativi all’età media di ricercatori e professori sono tratti dal rapporto del MIUR L’università in cifre 2008. http://statistica.miur.it/normal.aspx?link=pubblicazioni.

I dati relativi ai fondi PRIN sono stati ottenuti dal sito web http://datiprin.cineca.it/ 

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