Rivista dell'Università in Movimento
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Intervista a Maurizio Bettini
Passato / Presente - Analisi
Isabella Tondo    16.05.10


Vorrebbe descrivere la situazione degli studi di Letteratura greca e latina nel nostro paese? 

Sinceramente mi pare una situazione caratterizzata da una certa immobilità. Da un lato vi sono gli studi filologici tradizionali, spesso assai utili (edizioni di papiri, di testi, epigrafi…), ma comunque prevedibili; dall’altro una produzione di “critica letteraria” sui testi antichi che quasi mai riesce a suscitare in me un vero interesse – ma per carità, il difetto può essere mio. Il fatto è che, come mi ha detto una volta un amico americano, nozioni come quella di “intertestualità” sono diventate “macchinette” buone a sfornare un articolo al secondo, e questo non va bene. In ogni caso, credo che nessuno si sentirebbe di dire che gli studi sulla letteratura antica, in Italia, oggi sono al centro del dibattito nazionale e, forse, nemmeno che ne fanno parte. Quando si parla di mondo antico, sui quotidiani o alla radio (in televisione, beh, lasciamo perdere), in genere è solo per parlare di archeologia. Forse perché è una disciplina che si adatta di più ai tic della cultura contemporanea – la frenesia per la “scoperta”, il disvelamento del mistero, la decifrazione dell’enigma. Degli archeologi si parla, ma certo spesso li si deforma. Li fanno diventare tutti dei Piero Angela (o confondo con Alberto?) che scendono dentro improbabili cunicoli e poi indicano col dito «lì, proprio lì» – e intanto l’obiettivo punta l’angolo terroso - «proprio lì si seppellivano i resti dei sacrifici umani»… Quando poi sono i classicisti “testuali” a tentare queste vie, ossia la via della sorpresa, della decifrazione del mistero – beh, allora è meglio il silenzio. Ne vengono fuori libri come quelli dedicati a Ulisse nel Baltico – lo sapevate che Ogigia si trova ai bordi dell’Estonia? – o al furbo Filottete: quello che prende il posto di Ulisse nel letto di Penelope. In fondo, non aveva anche lui una “cicatrice” e un arco?
Il fatto è che, in generale, i nostri non sono tempi di innovazione metodologica, di invenzione di teorie, di discussioni, di conflitti … Se ripenso ai “miei” anni Settanta, quando a Pisa con Gianbiagio Conte creavamo «Materiali e discussioni per l’analisi dei testi classici» e con Alberto Borghini esploravamo le vie del mito (come si arrabbiavano alcun dei nostri professori!), la musica era molto diversa. Strepiti, dissonanze, squilli di tromba, bassi ostinati. Oggi, come dire, c’è una grande “sinfonia” negli studi: non ci sono polemiche, si cerca solo di fare dei progetti che possano essere finanziati, così si riesce a sopravvivere. E i progetti ammazzano, per definizione, l’innovazione negli studi, perché si ha sempre paura che – lanciando proposte troppo ardite – i valutatori ti stronchino immediatamente. Meglio stare nella media, è più prudente … Per essere finanziati bisogna cercare di non stupire, di non provocare, di non uscire dal “discorso” della comunità. Sarebbe divertente leggere cosa direbbero oggi i referees di un progetto, presentato da un anonimo Monsieur Jean-Pierre Vernant, dal titolo Mito e pensiero presso i Greci. Comunque, al fondo di una certa generale stagnazione sta soprattutto un fatto oggettivo: nell’Università italiana non ci sono giovani, perché non ci sono posti per loro. E allora, chi le inventa le cose nuove? I vecchi?

Lei ha toccato un punto vivo della questione italiana: l’assenza dei giovani. L’Università italiana è ancora fortemente gerontocratica, come gerontocratica appare la società italiana in tutti i restanti spazi lavorativi. La gerontocrazia è un residuo di romanità da conservare come reliquia? Da filologo e antropologo del mondo classico, quale analisi può fare del fenomeno?

Analisi amara. Viviamo in un paese che non investe nell’Università e nella ricerca (basta guardare le diversità nella percentuale di PIL dedicata all’Università in Italia e a quella che le dedicano paesi come la Francia o la Germania: oltre il doppio). E poi vorrei dire un’altra cosa. Il sistema universitario italiano è costruito male, strutturato male. In particolare per questo motivo: dato che non si valuta mai il lavoro svolto da professori e ricercatori, non c’è e non può esserci un vero interesse ad avere gente brava nelle Università. Proviamo ad immaginare che nell’Università italiana vigesse una legge come questa: qualora il Dipartimento x chiami un giovane studioso, ma dopo tre anni si dimostri che l’assunto ha combinato poco e non ha saputo attrarre studenti (mentre alcuni fra i rifiutati, che nel frattempo sono stati assunti altrove, hanno lavorato molto di più e meglio), quel Dipartimento viene punito: per esempio obbligandolo ad accollarsi sui suoi propri fondi una parte dello stipendio del neo assunto che si è dimostrato un cattivo investimento. Al contrario, se si dimostra che il neo assunto è bravo, sa attrarre studenti, pubblicare cose originali, etc., il Dipartimento viene premiato con un aumento di fondi o di posti. Allora sì che ci sarebbe una corsa ad assumere i bravi e a promuovere la ricerca su cose interessanti! Ho visto casi di gente esclusa dai concorsi di ricercatore in Italia, che trovano posto all’Ecole des Hautes Etudes o in Università americane. In una parola: in Italia manca un “buon motivo” per assumere dei giovani bravi. Se ci fosse, certi fenomeni si ridurrebbero da soli.

Lei si reca spesso all’estero e, periodicamente, svolge cicli di lezioni presso l’Università di Berkeley. Il suo è dunque un osservatorio prezioso, tra due mondi insomma. Come Le appare il mondo estero dell’Università e della ricerca rispetto a quello italiano?

Discorso troppo lungo da fare. Comunque, semplificando molto, il mondo americano o francese mi appare caratterizzato, nel suo complesso, dall’interesse per ciò e per chi “vale”. Questo è il punto. Anche con tutte le sue storture, il sistema americano o quello inglese, ma anche quello svizzero o francese, è pur tuttavia interessato ad avere persone che sappiano attrarre studenti, creare prestigio per l’istituzione in cui lavorano, dunque persone che sappiano trattare bene temi interessanti. Da noi non è così, l’allievo fedele passerà sempre avanti allo “straniero” bravo.

Fermiamoci sulla parola da lei evocata: «immobilità». Spesso le pubblicazioni dei classicisti appaiono all’esterno come del tutto autoreferenziali, eccessivamente tecniche e specialistiche, lontane dal linguaggio e dai problemi odierni.  Siamo davvero fermi all’ambigua e ottocentesca Altertumswissenschaft , misto di filologia, storia, letteratura, estetica, ecc. ? Forse si frequenta troppo poco il mondo contemporaneo?

Visto che lei vuol tornare su questo argomento, una precisazione debbo e voglio farla: la situazione non è così drammatica. In Italia ci sono anche molti classicisti che fanno cose vive, aperte, interessanti nel senso che possono essere lette, apprezzate anche da non specialisti. Se non dicessi questo, farei torto a moltissimi studiosi italiani – e anche a lei che mi sta intervistando, di cui conosco gli studi! Però una certa immobilità è indubbio che ci sia. Provo a spiegarmi meglio. In realtà molti classicisti frequentano, come persone, il mondo contemporaneo, e anche come intellettuali. Ma spesso è come se non volessero, o non riuscissero, a mettere insieme le due metà: come se il mondo antico dovesse restare quello che è – ossia quello che essi hanno ereditato dai loro padri, nonni e bisnonni, quello che loro pensano che “è veramente” il mondo antico (come a volte qualcuno propone, o contrappone, di fronte a chi avanza nuovi modi di parlare dell’antichità o di guardarla). Solo che non c’è un mondo antico “che è veramente” quello. É perfino inutile dirlo, l’immagine del mondo antico è cambiata infinite volte nei secoli. Dante credeva che Ulisse fosse esistito davvero – bella differenza dalla questione omerica come fu posta fra Sette e Ottocento, o come è stata posta dopo Parry! Eppure tutti erano convinti che il mondo antico fosse “quello” che pensavano loro.
Forse il turning point sta nel momento in cui, in Germania, si cominciò a parlare di «scienza» (Wissenschaft) dell’antichità: come se cioè quel metodo fosse il metodo, e gli obiettivi da porsi non potessero che essere quelli, obiettivi “scientifici”. Oggi neppure gli scienziati ragionano più così, sanno bene che i paradigmi cambiano e con essi cambiano gli scopi della ricerca e il valore dei risultati: ma nelle nostre discipline l’ipoteca di ciò che è scientifico e ciò che non lo è, rimane, spesso nei termini del positivismo e storicismo tedeschi. Per me, il carattere “scientifico” di una ricerca sta piuttosto nella correttezza dell’informazione, nello scrupolo filologico con cui si leggono i testi, nella ricerca della coerenza nell’argomentazione, nella serietà e nel’onestà intellettuale: ma non nel perseguire solo gli obiettivi posti dai nostri antenati e nel seguire solo i cammini da loro tracciati.
Naturalmente, voglio ripeterlo, questo non vuol dire che tutti i classicisti si comportino così, al contrario. Vi sono anche al presente molti fermenti e prospettive diverse, legati spesso a scuole nazionali: americani, francesi, inglesi … Anche italiane. Basta pensare a quanto ha fatto (e ancora sta facendo) uno studioso come Bruno Gentili. Ma il rischio di chiudere l’antichità sul passato degli studi resta sempre forte.

Quali interventi le sembrano più urgenti per migliorare la ricerca e l’insegnamento della letteratura antica?

Rendere i classici interessanti, tanto per cominciare. Se io avessi 16 anni oggi, e facessi il Liceo Classico, credo che il latino lo detesterei direttamente, il greco meno, forse, perché non si può detestare il greco: comunque debbo dire che i manuali che circolano – a parte alcuni, che non nomino per non fare pubblicità a qualcuno o far arrabbiare qualcun altro – ci provano seriamente a far detestare perfino Omero. Io vorrei innanzi tutto che i Greci e i Romani li si facesse sentire diversi da noi.  Proprio così, diversi. Far capire che questi nostri antenati culturali noi li capiamo molto meglio di quanto potremmo fare con i Cinesi antichi o gli Inuit, perché i loro libri abbiamo continuato a leggerli per secoli e dunque li abbiamo dentro di noi: però, anche, che essi sono diversi da noi, in questa loro continuità, che amavano diversamente, odiavano diversamente, avevano famiglie e parentele costruite secondo regole diverse, soprattutto avevano un rapporto con il divino, con gli dei, che non somiglia affatto al nostro. Ecco, allora secondo me Greci e Romani diventano subito interessanti.
Però, se per introdurre i giovani alla letteratura greca e romana gli si fa un bel corso di 36 ore e 5 crediti sul coro della tragedia greca – rappresenta esso il punto di vista della polis o quello del poeta? – oppure sull’Eneide come frutto dell’ideologia di Augusto – beh, allora il fallimento è certo. I migliori, i più vivi, si allontaneranno da noi, e resteranno solo quelli che, per loro disgrazia, erano già stati piegati, abituati a subire prospettive del genere come le uniche possibili, “naturali”, nello studio dei classici. Rendere altri i Greci e i Romani, puntare sul diverso, sulla strano, sull’insolito: lo insegnava già Clyde Kluchkhon, in antropologia, seguiamo anche noi la via più lunga (quella attraverso l’alterità) per tornare a casa dai nostri classici.

Che cosa del suo lavoro di studioso vorrebbe che fosse tramandato ai più giovani?

Oh beh, tramandato. Che parola! Prima di tutto, come diceva Gil Blas de Santillana, intenderei aggiungere ancora qualche altra pagina al libro delle mie memorie, per cui mi illudo di non sapere ancora come andrà a finire, cosa potrò «tramandare»… Ma soprattutto, io non credo di aver nulla da tramandare a nessuno. Se non forse una passione, una tensione, come diceva Elio Vittorini: quella verso l’onestà intellettuale e la sincerità, verso il desiderio di non scrivere mai cose in cui non si crede solo perché qualcuno ci dice di farlo o perché tornano utili alla carriera; quella di non voler fare la scolastica di qualcun altro (dio mio, che roba gli scoliasti!) o gli apologeti di qualche mandarino del passato; quella di voler a tutti i costi andare avanti e guardare al nuovo, insomma il desiderio di capire. Le piace questo verbo, capire? Allora lo userò per rispondere alla sua imbarazzante domanda: del mio lavoro di studioso vorrei che passasse il desiderio di capire. Anche perché è un desiderio che non viene certo solo da me, ma da tutti quei libri che mi hanno “fatto” e che erano stati scritti da gente che (spesso molto più di me) aveva avuto voglia di capire. Ora glielo faccio io una domanda. Quando legge un articolo sulla letteratura classica, ha l’impressione che l’autrice o l’autore avesse davvero voglia di capire ciò di cui parla?

Un aneddoto, un ricordo dei suoi maestri?

Marino Barchiesi che, quando gli chiesi la tesi di laurea, dentro la sua macchina e in un giorno di pioggia, non volle sapere quanto latino conoscessi o che cosa avessi in mente di fare: ma solo se conoscevo Shakespeare. Per fortuna ne avevo letto parecchio e mi piaceva, se no chi sa … Barchiesi era uno che guardava avanti, non c’è dubbio. Poi penso a un maestro giovane, in seguito divenuto il mio più caro amico, Edoardo Vineis. Era già assistente di glottologia quando io ero ancora studente. Non so per quale mai diavolo di motivo, al terzo anno di Università mi ero convinto che dovevo assolutamente leggere tutta la Critica della ragion pura. Cosa che peraltro feci, forse per quella famosa voglia di capire di cui si parlava – anche se non so cosa ci avessi capito davvero, forse poco, ma questo è un altro discorso. Bene, un giorno stavo leggendo questo libro nella biblioteca dell’Istituto di Glottologia, a Pisa, alquanto di nascosto, perché se fosse entrato Tristano Bolelli – e ammesso che si fosse interessato a me – certo non mi avrebbe approvato. Ero un classicista, avrei dovuto leggere Devoto, o Pagliaro, o Belardi – magari Benveniste, sia pure con prudenza. Insomma io ero lì con questo libro sulle ginocchia, entra Vineis, io non me ne accorgo e lui sbircia da dietro le mie spalle: «leggi Kant?». Io arrossisco un po’ e dico «Sì». «Giusto» dice lui «certi libri si leggono a questa età o non si leggono più». E se ne va, come se avesse detto la cosa più normale del mondo. Diventò il mio amico più caro, con lui scoprii in seguito tanta musica, la fonologia del latino, la narratologia, Roland Barthes. Era il mondo che si apriva davanti a noi. Oggi Vineis non è più con noi, lo rimpiango tanto.

Smarrito nella selva del sacro “metodo” , tra edizioni critiche ed opere monumentali, attirato nel contempo dall’antropologia, come potrà il volenteroso classicista trovare da sé la strada giusta senza cadere nell’Ulisse nel Baltico? Tenendo Shakespeare sotto il braccio? Quali altre letture, quali autori antichi e moderni consiglia di praticare?

Per mia parte, ovviamente, gli studi di antropologia: oltre i classici dell’antropologia dell’antichità, come i lavori di Jean-Pierre Vernant, Marcel Detienne, Nicole Loraux, Claude Calame (ma sono tutti sul mondo greco …), ci sono poi, come riferimento generale, soprattutto le ricerche di Claude Lévi-Strauss, di Clifford Geertz, o di alcuni italiani come Marco Aime, Leonardo Piasere, Fabio Dei, Pietro Clemente, ancor più Franco Remotti. Naturalmente non ci sono solo gli antropologi! Esiste tutto un mondo di scrittori, saggisti, teorici della letteratura e della cultura, che val la pena di esplorare. Lo so che dico una cosa un po’ banale, ma mi viene da dirla: i classicisti devono aprire il più possibile le finestre verso l’orizzonte del mondo che li circonda. E soprattutto andare alla ricerca di ciò che è singolare, che a noi suona strano, bizzarro. L’ho già detto sopra, e vorrei ripeterlo – far sentire altri, diversi gli antichi, e partire da lì nella nostra ricerca. Aggiungo anzi che ho scritto questo in un articolo pubblicato di recente (Comparare i Romani. Un’antropologia del mondo antico, in «Studi Italiani di filologia classica», Supplemento al fasc. 1/2009, La stella sta compiendo il suo giro, in Atti del Convegno Internazionale di Siracusa 21-23 maggio 2007, 1 – 47), in cui, sulle orme di Clyde Kluckhon e Franco Remotti, “teorizzavo” proprio questo: per capire una cultura, entrarci dentro, bisogna soffermarsi su ciò che più suona singolare. É così che spesso si riesce a trovare un bandolo per entrarci e descriverla, o interpretarla, non solo in maniera nuova, ma anche più vicina al punto di vista di chi quella cultura la viveva. Questo discorso vale anche per l’antichità classica.

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Commenti 

 
-2 #2 Alberto Majrani 2010-10-20 15:30
Buongiorno, sono l’autore del saggio “Ulisse, Nessuno, Filottete”, citato a sproposito dal Prof Bettini (io non ho mai scritto che Filottete va a letto con Penelope); come pure viene citato a sproposito il saggio “Omero nel Baltico”(storpi ando pure il titolo), dove non è detto proprio che Ogigia si trovi ai bordi dell’Estonia. Bettini si lamenta dell’immobilism o degli antichisti e poi dice che su questi libri, che risolvono in modo originale e convincente il problema della questione omerica, è meglio il silenzio. Bene, preferisco lasciare il silenzio ai pappataci, che ne sanno fare buon uso, e non entrare in polemica con chi evidentemente fa tanti bei discorsi, ma poi mostra di preferire l’immobilismo al confronto e all’uso intelligente della capacità di critica. Basta cercare “Filottete Majrani” su internet per trovare i riassunti e le recensioni del mio lavoro, alcune scritte da grecisti meno immobili. Il libro ha la prefazione di Giulio Giorello. Cordiali saluti. Alberto Majrani.
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-4 #1 Alberto Majrani 2010-10-11 20:03
Buongiorno, sono l’autore del saggio “Ulisse, Nessuno, Filottete”, citato a sproposito dal Prof Bettini (io non ho mai scritto che Filottete va a letto con Penelope); come pure viene citato a sproposito il saggio “Omero nel Baltico”(storpi ando pure il titolo), dove non è detto proprio che Ogigia si trovi ai bordi dell’Estonia. Bettini si lamenta dell’immobilism o degli antichisti e poi dice che su questi libri, che risolvono in modo originale e convincente il problema della questione omerica, è meglio il silenzio. Bene, preferisco lasciare il silenzio ai pappataci, che ne sanno fare buon uso, e non entrare in polemica con chi evidentemente fa tanti bei discorsi, ma poi mostra di preferire l’immobilismo al confronto e all’uso intelligente della capacità di critica. Basta cercare “Filottete Majrani” su internet per trovare i riassunti e le recensioni del mio lavoro, alcune scritte da grecisti meno immobili. Il libro ha la prefazione di Giulio Giorello. Cordiali saluti. Alberto Majrani
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