Rivista dell'Università in Movimento
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Navigare senza rotta. Riflessioni e anticipazioni sulle abilitazioni
Controgiornale - Prima pagina
Giuseppe Caputo    10.06.12

 

art-caputoLe sirene del merito

Specchio di un Paese paralizzato dalla crisi economica e dalla sua incapacità di affrontarla, l’università italiana è in stato confusionale. Una condizione che non riguarda docenti e ricercatori, che quotidianamente lavorano per assicurare quei livelli di qualità della didattica e della ricerca che gli osservatori indipendenti sanno riconoscere. La confusione domina invece nei cosiddetti livelli della governance alta del sistema rappresentata dal Ministero, dall’ANVUR e da organismi come la CRUI. Confusi forse perché troppo indaffarati a gestire l’applicazione della macchinosa Legge Gelmini che hanno voluto (MIUR e CRUI) e sostenuto con forza (MIUR,CRUI, ANVUR). La L.240 aveva una stella polare, punto fisso di ogni semplificazione mediatica: una nuova procedura di reclutamento basata su una abilitazione nazionale, seguita da concorsi banditi localmente dagli atenei riservati ai soli abilitati, per premiare il merito - si diceva - e marginalizzare i baroni - si aggiungeva - mentre giornali e tv di sinistra come di destra denunciavano un caso di baronia tre volte al dì ore pasti. Insomma, si è parlato tanto di abilitazioni nazionali (spesso sottacendo che poi le chiamate sarebbero state comunque locali) per aprire varchi di consenso alle Legge Gelmini nell’opinione pubblica. Eppure ad appena un anno e mezzo dal suo varo, la legge Gelmini s’incaglia proprio sul più bello. Si è oscurata la sua stella polare? Che fine hanno fatto le sirene del merito? Analizziamo i fatti recenti sulle abilitazioni dei professori.

Strambate

Il primo fatto riguarda le recenti ipotesi di modifica dell’abilitazione nazionale contenute nel DDL merito (la cui bozza di testo integrale menodizero ha anticipato sul suo gruppo facebook http://www.facebook.com/groups/menodizero/). Ricordiamo i fatti della settimana scorsa? Quando stava per essere emanato l’ultimo dei tre decreti attuativi della legge, il Ministro Profumo, con un coup de théâtre, ha proposto di abolire l’abilitazione e ripristinare i concorsi locali, seppur conditi con la salsa bibliometrica di marca ANVUR.
La nuova (e ormai vecchia) bozza prevedeva:

  • Di bandire concorsi in numero pari ai posti disponibili in ciascun ateneo.
  • Commissioni composte da docenti interni ed esterni all’ateneo
  • Le commissioni rimanevano vincolate a valutare in base ai criteri imposti dall’ANVUR
  • Nel caso in cui il vincitore non avesse rispettato i parametri ANVUR, l’ateneo l’avrebbe potuto chiamare ugualmente
  • In questo caso il FFO sarebbe stato ridotto di tre volte lo stipendio del docente chiamato.

Date le attese della comunità accademica e il clamore propagandistico con cui era stata annunciata la riforma del reclutamento, è parso strano che il Ministro tecnico, dopo aver ribadito in tutte le sedi, incluse quelle istituzionali, che il decreto che disciplina le abilitazioni nazionali sarebbe stato emanato a fine maggio, abbia imposto al MIUR un cambio di rotta così repentino e clamoroso. Una vera strambata.

Lo scoglio delle abilitazioni nazionali

Fra gli addetti ai lavori sono state avanzate molte ipotesi (gli esegeti in queste occasioni abbondano sempre). Si è sostenuto, ad esempio, che una massa cospicua di abilitati come quella prevista per questa tornata non sarebbe stata assorbita dagli atenei per mancanza di fondi e avrebbe finito per costituire un “problema sociale”, un disagio di difficile gestione. Sul punto è bene chiarire però che precari, ricercatori e professori associati sono a “disagio” da molti anni perché vivono in un paese che non valorizza il loro impegno con avanzamenti di carriera regolari e in sovraprezzo (e forse non a torto) non gli riconosce più alcun prestigio simbolico. Tale disagio economico-sociale non cambierebbe di molto se anche ricevessero il bollino blu dell’abilitazione. Bisogna infatti ricordare che l’abilitazione nazionale è un pezzo di carta. Non dá diritto ad essere chiamati, non prevede una graduatoria a scorrimento come avviene nella scuola e poi “scade”. Non è un titolo e, lo ribadisco, non fornisce alcun diritto. È come la patente nautica: attesta che sai guidare, ma non ti fornisce per questo la barca. Semmai la necessità di essere poi chiamati dall’ateneo incute soggezione verso i sopragrado ed induce i valutati a comportamenti obbedienti.

Pensare poi che l’opinione pubblica, imbelle di fronte a tassi di disoccupazione oltre il 10%, cassa integrazione crescente, lavoratori esodati senza né stipendio né pensione, possa sollevarsi per qualche migliaio di professori con posto fisso e relativo stipendio che non avanzano nella carriera, appare un tantino titanico. Forse “disagio sociale” non è la definizione giusta. “Sociale” vuol dire aver a che fare col mondo, mentre questo problema è interno all’accademia: riguarda i suoi meccanismi di selezione e conservazione. E come tale va discusso. Ragioniamo dunque su un dato ormai comunemente assunto: il difetto delle abilitazioni nazionali “meritocratiche” è che alla resa dei conti risultano poco selettive. È la massa degli idonei a far da scoglio.

Non è la nostra barca a far acqua

Per ottenere l’abilitazione, come sappiamo, i candidati devono soddisfare alcuni criteri e devono superare i valori di alcuni parametri; valori che devono essere superiori alla mediana dei valori dei docenti appartenenti alla fascia per la quale si chiede l’abilitazione. Ad esempio, un ricercatore per diventare professore associato deve possedere dei valori di parametri superiori a quelli posseduti della metà dei professori associati in servizio. La verifica viene compiuta dall’ANVUR usando indicatori bibliometrici automatici. Da alcune simulazioni su questi indicatori, sembra che la bibliometria ANVUR sia capitolata di fronte all’evidenza che i fantomatici “fannulloni” universitari che la Gelmini ha fustigato su tutti i mezzi di informazione, siano invece rispettabili ricercatori e professori che, nei marosi italici, continuano a fare ricerca (se anche di buon livello dai criteri “oggettivi” dell’ANVUR non è dato evincerlo). Al punto che una fetta rilevante di essi è in grado di superare i valori mediani di “produzione” scientifica dei colleghi appartenenti alle fasce superiori. Alcune stime dicono che una percentuale maggiore del 50% degli attuali ricercatori ha una produzione scientifica superiore agli attuali associati e in alcuni casi superiore a quella degli ordinari. Analoghe stime valgono nel confronto fra associati e ordinari.
La valutazione ANVUR doveva essere per la politica italiana e per i solerti esecutori ministeriali una grande operazione “meritocratica” capace di punire l’accademia colpevole di avere fatto strame del lavoro scientifico. Dati alla mano si sta trasformando nel suo rovescio: un’operazione di involontario riconoscimento dell’impegno profuso da migliaia di universitari nella ricerca. Come mostrato da Giuseppe De Nicolao su questa rivista, l’Italia nel suo complesso ha valori bibliometrici (n° articoli, n°citazioni e h-index) in linea con quelli degli altri paesi di pari peso economico e demografico. Se si aggiunge che circa la metà dei ricercatori presenta valori degli stessi indici superiore alla metà di quella di associati e ordinari, ne esce fuori un quadro più che lusinghiero per l’università italiana, specialmente per i ricercatori e per gli associati.

Patenti nautiche, valide e scadute

Come si potrebbe dare del “barone” o del “fannullone” a chi ha lavorato di più e meglio della maggior parte dei colleghi appartenenti alla fascia superiore? E poi, a voler ragionare da confindustriale, quale azienda accetterebbe di buon grado una valutazione interna che mostrasse che i quadri sono in larga parte migliori dei dirigenti? E se poi si scoprisse che anche gli operai sono più preparati dei dirigenti? La prima reazione potrebbe essere quella di nascondere i dati e cambiare le regole di valutazione? Il ministro Profumo, che ha così a cuore la promozione del merito (tanto da voler tesserare al merito pure gli studenti delle superiori), sembra aver fatto un simile ragionamento. In un riflesso istintivo di difesa del ceto accademico a cui appartiene, dietro la pervasiva e sempre utile giustificazione della necessità di far politiche di riduzione della spesa, punitive e oppressive soprattutto per i giovani, stava per mandare in soffitta addirittura il cardine della propaganda meritocratica, la stella polare stessa della Riforma Gelmini.

Perché i fatti sono fatti: l’abilitazione nazionale, inane a valutare per davvero la ricerca e gravemente distorsiva nei suoi effetti, in prima battuta avrebbe avuto degli effetti umilianti sostanzialmente per il ceto dei valutatori (gli effetti collaterali talvolta colpiscono pure i bombardieri...). E avrebbe dato, seppure solo sulla carta, argomenti “alla moda,”spendibili sul mercato delle idee e nelle piazze mediatiche proprio ai ricercatori indisponibili e disobbedienti, agli associati malversati, e a tutti i sottoposti che a vario titolo premono alle porte delle università. Non si giustifica se non per motivi di ordine interno all’accademia, la scelta di Profumo e dei suoi commissari di bordo di tentar di cambiare rotta all’ultimo momento. Va poi pure ammesso che se non fosse stato per quel che residua della propaganda meritocratica e per il potere di strombazzo dei suoi fautori lo scoglio degli abilitati sarebbe stato aggirato con molta facilità, perché purtroppo rimane in larga parte inabissato e inerte.

Indossate i giubbotti di salvataggio: arrivano le abilitazioni!

E così, come preannunciato in un’intervista del Ministro Profumo su la Stampa del 9 giugno, le grandi manovre del MIUR sono riprese. Nel consigliarvi di indossare i giubbotti di salvataggio, vi anticipo i punti salienti del decreto abilitazioni in uscita in questi giorni.

I bandi saranno quattro, uno per anno fino al 2015 e saranno distinti per ciascun settore concorsuale per evitare che i ricorsi in un settore blocchino gli altri.

Per le aree scientifiche (aree da 1 a 9 più il settore di Psicologia e con l’eccezione di Design e progettazione tecnologica dell'architettura, Progettazione architettonica, Disegno, Restauro e storia dell'architettura, Pianificazione e  progettazione urbanistica e territoriale)  gli indicatori bibliometrici sono:

-il numero di articoli su riviste pubblicati nei dieci anni solari precedenti il bando;
-il numero totale di citazioni ricevute riferite alla produzione scientifica complessiva normalizzato per l'età accademica;
-l'indice di Hirsch normalizzato per l'età accademica;

L’età accademica si calcola a partire dalla prima pubblicazione che il candidato espone ai fini dell’abilitazione.

Per ciascuno degli indicatori l’ANVUR calcola la mediana della distribuzione distintamente per i professori di prima e di seconda fascia di ogni settore concorsuale, o, nel caso di distribuzioni multimodali, di ogni SSD o sottoinsieme omogeneo dello stesso.

Ottengono una valutazione positiva i candidati  i cui indicatori sono superiori alla mediana in almeno due degli indicatori.

Per le aree di scienze umane, economiche, sociali e giuridiche (aree da 10 a 14 con l'eccezione di Psicologia e per i settori Design e progettazione tecnologica dell'architettura, Progettazione architettonica, Disegno, Restauro e storia dell'architettura, Pianificazione e progettazione urbanistica e territoriale) l'ANVUR effettua una suddivisione delle riviste in tre classi di merito A, B e C:

Gli indicatori di attività scientifica sono due:

-il numero di articoli su rivista, di monografie e di capitoli su libro pubblicati nei dieci anni precedenti il bando.

-il numero di articoli su riviste appartenenti alla classe di merito A.

Per ciascuno dei due indicatori l’ANVUR calcola la mediana della distribuzione distintamente per i professori associati e ordinari di ogni settore concorsuale, o, nel caso di distribuzioni multimodali, di ogni SSD o sottoinsieme omogeneo dello stesso.

Ottengono una valutazione positiva i candidati i cui indicatori sono superiori alla mediana in almeno uno dei due indicatori.

Per la formazione delle commissioni potranno essere sorteggiati solo i professori ordinari che presentano valori superiori alla mediana dei seguenti indicatori:

a) numero di articoli su riviste pubblicati nei dieci anni solari precedenti la data di pubblicazione del bando
b) numero totale di citazioni ricevute riferite alla produzione scientifica complessiva;
c) indice di Hirsch.

Ad ogni buon (e cattivo) conto

Ad ogni buon conto - siano confermate o meno queste ultimissime voci - il nuovo sistema di avanzamento di carriera è sbagliato e ingiusto. Sbagliato, perché prescinde da una valutazione seria dei candidati nel merito e perché crea distorsioni nel modo di fare ricerca. Ingiusto, perché non riesce a valorizzare veramente i più bravi e rinuncia a rafforzare i più deboli. Piuttosto, sceglie di impiegare gli uni contro gli altri: i vecchi contro i giovani, i bravi contro i meno bravi, i pelandroni contro i produttivi, gli umanisti contro gli scienziati, gli eccellenti contro tutti gli altri.

Nel frangente, i potenziali abilitati sono seduti gli uni sugli altri, formano uno scoglio e non sanno di esserlo (un mucchio di persone non è una comunità). Rimangono in attesa che la nave del MIUR passi a raccoglierli.

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NOTE

Per un’analisi complessiva del modello di valutazione dell’ANVUR si veda qui http://www.menodizero.eu/saperepotere-analisi/166-riflessioni-sul-modello-di valutazione-dellanvur.html

Una stima approssimata della percentuale di ricercatori e associati che superano la mediana in alcuni SSD può ottenersi con il programma bib-analyzer sviluppato da Enrico Napoli dell’Università di Palermo e reperibile al seguente link.

 

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