Rivista dell'Università in Movimento
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Venghino, venghino, il bel merito e’ arrivato....
Controgiornale - Prima pagina
Piero S. Graglia    08.06.12

clip image002 0005Balle comuni

Come piazzisti da mercato del sabato, i nostri "tecnici" del governo stanno promuovendo l'idea del merito per la scuola e l'università; e proprio come i piazzisti da mercato, fondano il loro argomentare su una buona quantità di balle. Non vogliamo usare il termine "balle", che non è carino e professionale? E allora usiamo l'espressione "luoghi comuni". Cos'è un luogo comune, infatti, se non un codice condiviso che tranquillizza, rende comprensibile e immediato, quasi godibile un ragionamento o una percezione altrimenti contorti? Leggendo la bozza del decreto che il governo dovrebbe votare a giorni- decreto che si occupa pressoché esclusivamente di merito nella scuola e dell'Università - è il termine "luogo comune" che viene immediatamente alla bocca.
Una percezione distorta e semplificante, direi banalizzante di cosa significa "premiare il merito". Nel decreto, una cui versione - sembra attendibile - circola ormai da diversi giorni, si riassume una concezione da libro Cuore, polverosa, che sa di trine e rosolio della zia: lo "studente dell'anno", la carta "io merito", l'identificazione del miglior docente (sempre dell'anno), del miglior professore e, per esclusione, l'individuazione di un insieme alternativo fatto di mediocri, di quelli che non sono arrivati all'eccellenza, di quelli che in un certo senso, non sono stati "eletti": i "sommersi" da una parte e i "salvati" dall'altra, se è permesso usare un'espressione alta che Primo Levi dedicava a ben altri ambiti e avvenimenti storici.

Prima di essere primi

La scuola che abbiamo vissuto, tutti - e dicendo tutti intendo la generazione nata negli anni '60 e '70 - era una scuola poco competitiva; ciò che veniva insegnato era un'idea e una pratica di socialità, lo stare insieme, aiutare il compagno (che non sempre era il più bravo, ma spesso aveva bisogno d'aiuto); e il maestro - per inciso: quale scolaro di scuola elementare ha mai pensato a fare una classifica di "bravura" dei suoi insegnanti? Rarissimo - il maestro, dicevo, era un accompagnatore lungo i primi passi della vita associata,  non era mai un istruttore da campo scuola o da caserma. La soddisfazione del "merito" non mancava, ma non era gestita secondo un registro di ufficialità, con coccarde, diplomi (a parte le pagelle),  nastri. E tantomeno carte di credito.
La soddisfazione del "merito" era l'acquisizione dell'autostima, la percezione della crescita, l'apprendimento del valore dell'indipendenza; è chiaro che qualcuno era più bravo degli altri, ma in quella scuola con pochi mezzi, dominata da un buon senso senza opulenza, il più bravo era a disposizione di tutti i compagni per dare una mano, e nessuno avrebbe mai pensato a individuarlo e a segnalarlo come una "persona speciale" e, in definitiva, "diversa". In questo senso l'operazione che si vuol far partire con il decreto sul "merito" non è un'operazione "moderna", che riempie un vuoto: è un'operazione che non ha radici nella storia sociale della scuola in questo paese, per come l'abbiamo vissuta noi.
Si dovrebbe quindi fare attenzione a non ascoltare il canto delle chimere di modelli inutilmente "competitivi", senza considerare che vale molto di più una scuola che aiuta a capire i limiti dello studente, che insegna consapevolezza, che insegna autostima, che insegna metodo, di una scuola che vuole a tutti costi individuare il "migliore" secondo parametri produttivistici, consegnandolo a una percezione distorta di sé per gli anni a venire.

Meritocrazia compulsiva

Lo stesso discorso può essere fatto, su una dimensione diversa, molto più tecnica, per quanto riguarda l'Università. Gli articoli del decreto dedicati all'università sono una rassegna di proposte che aiutano a capire quanto la misurazione del "merito" e della "eccellenza" sia diventata un'ossessione per questo governo - e per il precedente. Il problema è sempre il solito: come fare per garantire il ricambio generazionale nell'università italiana, ottenendo che gli aspiranti siano all'altezza del compito per cui verrebbero assunti. In un mondo ideale, ma esistente, questo non è un problema ma è la normale routine dell'avvicendamento generazionale maestro-allievi; da noi diventa un problema che si cerca di affrontare con una parola-chiave che dovrebbe aprire tutte le porte: la valutazione (con l'obiettivo, ovviamente, di individuare il merito perfetto e il candidato ideale).
"Valutazione" Sentite com'è dolce? La si direbbe una carezza vellutata, un saluto di primavera e invece è una stretta autunnale. Valutazione di tutto: della ricerca, delle persone, delle strutture; valutazione fatta con criteri che hanno sollevato perplessità da più parti, facendo elenchi di riviste "buone" e "cattive", usando criteri bibliometrici e cercando di valutare l'impact factor, la quantità di citazioni, l'H-index. In nome della valutazione, e con criteri variabili, si può valutare tutto e il contrario di tutto. Ho visto giorni fa un vergognoso verbale di valutazione di un concorso in cui uno dei criteri di valutazione era quello del papers/authors: se un candidato pubblica un centinaio di articoli scientifici con più autori – perché abituato a lavorare in team magari internazionali – risulta meno "produttivo" di uno che pubblica molto meno, ma firma da solo i suoi lavori. Un'assurdità, ma dividendo il singolo articolo per il numero di dieci autori si ottiene che quell'articolo vale 1/10 mentre quello con firma singola  vale 1/1: ecco che un ricercatore attivo diventa una schiappa a fronte di quello che ha pubblicato molto meno firmando da solo le sue cose. Un buon esempio di come si possano piegare i criteri "bibliometrici" a scopi non di ricerca dell'eccellenza bensì per altri scopi, meno nobili (per la cronaca, in quel concorso la candidata più preparata, Ilaria Negri, con importanti pubblicazioni, è ancora alla ricerca di una giustizia che il TAR le ha riconosciuto ma l'Università dove ha fatto il concorso, assurdamente, no).

La religione dei mediocri

Rischiamo di diventare vittime di una girandola di indici blbiometrici, criteri di conteggio delle  citazioni, impact factor e chi più ne ha più ne metta. Solo chi supera questo sbarramento, beninteso messo a punto da un'agenzia di emanazione governativa, l'ANVUR, con criteri discutibili e minimo o nullo coinvolgimento della comunità universitaria, può aspirare a uscire dalla valutazione con il necessario "merito" per far parte della "eccellenza". Ma è questa la strada? Si può intelligentemente misurare l'attività culturale, mettendosi lì con un manometro come quando si controllano le gomme dell'auto? Tutto questo nel decreto del merito del ministro Profumo e del governo "tecnico" non ha una risposta: si vede solo confermato un approccio odioso e intimamente ottuso, messo a punto da quell'organismo che si candida a diventare il dittatore della ricerca scientifica nel III millennio: l'ANVUR .
Il Maestro, quello vero, che si informa e che conosce quello che viene pubblicato sulla sua disciplina, in Italia e fuori, sa riconoscere il merito prescindendo da numeretti e tabelline. Il guaio è che i Maestri sono pochi, e forse sono pochi perché nel passato recente e non troppo recente si è scelta troppo spesso la via della promozione ope legis che nessuna legge potrà impedire anche nel prossimo futuro. La bibliometria è la religione dei mediocri senza fantasia e senza giudizio. E quando i mediocri si mettono a parlare di valutazione e di merito, è il momento di preoccuparsi seriamente.

 

Commenti 

 
0 #6 Gianfranco Rizzo 2012-06-16 21:08
Certo, si puo' ironizzare su alcune proposte e si fa bene a rimarcare alcuni limiti intrinseci delle procedure di valutazione. Ma, per onesta', si dovrebbero anche citare le cose scandalose che potevano succedere (e che in diversi casi sono successe) nelle nostre universita' in assenza di criteri, e questo non mi sembra che l'autore lo faccia. Quanto allo spirito solidaristico che animava le scuole negli anni 60 e 70, forse sono ricordi personali dell'autore, io ricordo qualche amico e diverse carognette...
Sui lavori a più nomi poi: certo, in molti casi una ricerca avanzata non si può fare con il lavoro di un singolo, almeno per i campi più complessi che includono sperimentazione e modellistica. Va anche detto, però, che dietro la pratica dei lavori a più nomi si possono nascondere scambi di favori e strade per costruire carriere accademiche a persone privilegiate. Diciamo anche questo, o no?
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0 #5 Elio 2012-06-14 10:46
Sono Ok con l'impostazione generale dell'intervento, non con il punto sulle pubblicazioni a più autori. Sono OK con il valutar di più i lavori a singola firma, che sono peraltro rare eccezioni nelle ns. pubblicazioni, mentre abbondano (anche a Ingegneria dive lavoro) lavori a molte firme alcune delle quali appaiono solo "pro forma" (o "pro firma"..). Chi è bravo sara' sempre in grado di fare anche un lavoro da solo ogni tanto, chi non lo è no. Ovviamente non può essere l'unico criterio, ma ragionare diversamente significa favorire chi ha una squadra a disposizione pur non essendo particolarement e valido come singolo.
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0 #4 Sergio 2012-06-13 17:33
Citazione Nicola Manini:
Molto si e` detto contro la bibliometria, contro l'ANVUR ecc.[...]


Conosco persone che hanno h-index 10 grazie a 3-4 papers di cui erano l'ottavo nome di dodici, praticamente avevano solo smistato i campioni di laboratorio mentre erano tecnici, e le cui uniche pubblicazioni a primo nome hanno *tutte* 0 citazioni. Sono naturalmente diventate ricercatori, di quelli a tempo indeterminato di una volta. Certo, sempre meglio usare l'h-index che l'IF, una ridicolaggine sensu stricto, ma ciò non toglie che c'è qualcosa da rivedere in questa catena di montaggio delle pubblicazioni un tanto al chilo, che premia solo l'ortodossia e il quieto ricercare.
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0 #3 Giovanni 2012-06-12 08:40
Trovo una "pubblica" presa per il culo il considerare nella valutazione dei ricercatori l'attività didattica svolta all'estero e non la grande mole di quella svolta nelle nostre università....tutto fatto ad hoc. Che dire dopo il danno la beffa.
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0 #2 Giovanni 2012-06-12 08:32
Trovo veramente una "pubblica" presa per il culo il fatto di considerare nella valutazione dei ricercatori le lezioni tenute all'estero e non la mole di lezione fatta nelle nostre università .....ovviamente il tutto è stato programmato ad hoc. Che dire il danno e la beffa.
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+2 #1 Nicola Manini 2012-06-12 07:44
Molto si e` detto contro la bibliometria, contro l'ANVUR ecc.
Chiaro che non va attribuita troppa importanza a qualunque valutazione bibliometrica. Ma comunque ci sara` pure una differenza di valore scientifico tra un h-index (ad es.) di 2 e un h-index di 20 (a parita` di anni di lavoro nella ricerca).
Mentre pretendere di differenziare ad es. tra h=10 e h=12 solo basandosi su h e` insensato. Visto che siamo in Italia non mi stupirebbe se alla fine il rainking ANVUR ci portasse li`: una gran lista con voti numerici decimali delle universita` dove quelle "brave" avranno ranking da 38.270 a 40 e quelle "scarse" da 36 a 38.269 (tanto per dire numeri a caso). Let's wait & see.
Sugli studenti "bravi" ha detto tutto Crozza: premiamoli con una scorta annuale di carta igienica!!
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