Rivista dell'Università in Movimento
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I costi del triperuno. Intervista ad Andrea Fogato
Controgiornale - Prima pagina
Claudio Giunta    15.03.12

triperunoLaureato in Lettere all’Università di Trento, nel 2010 e nel 2011 Andrea Fogato ha lavorato in uno di quegli istituti a cui ci s’iscrive per recuperare gli anni scolastici, prima come insegnante di italiano e storia, poi come impiegato. Si tratta, a tutti gli effetti, di una scuola: ci sono le aule, gli insegnanti, una segreteria, una direzione. Sono attivi vari corsi di studio: liceo, ragioneria, geometri e ITAS (Istituto Tecnico Attività Sociali). Le lezioni si svolgono per lo più al mattino, talvolta al pomeriggio. Gli insegnanti spiegano e fanno sostenere verifiche. A metà anno viene anche rilasciata una pagella. Si possono fare due o tre anni in uno. L’anno della maturità fa caso a sé per le ragioni che si vedranno. Da ottobre a maggio l’istituto prepara lo studente a sostenere l’esame di idoneità (alla classe terza se per esempio si frequentano la prima e la seconda) o l’esame di maturità presso una scuola paritaria con la quale l’istituto ha stretto un accordo di collaborazione.

Cos’è un centro per il recupero degli anni scolastici? Come funziona? Chi ci lavora?

È un’azienda come un’altra. Un’azienda che, per sopravvivere, deve assicurare ai suoi clienti un certo risultato. Nel contratto che viene stipulato si garantisce al cliente, nel caso di bocciatura, la gratuità del successivo anno di studi: di fatto, il rischio è minimo, la promozione è quasi assicurata. Il corpo docenti è formato da laureati che non hanno trovato spazio nella scuola pubblica. Di solito vengono assunti con contratti a tempo determinato o a progetto; l’azienda preferisce che abbiano la partita IVA. Sono quindi dei collaboratori pagati a ore. La maggior parte di loro ha un’altra attività, anche se la direzione tende a dare l’orario pieno a tutti, in modo da avere un corpo insegnanti ridotto. Succede così che un laureato in Lettere insegni italiano, storia, geografia, filosofia e storia dell’arte per classi di liceo scientifico o geometri, che vanno dalla prima alla quinta. Nella scuola pubblica una cosa del genere è impossibile: qui invece si può, dato il livello generalmente basso delle lezioni.

Perché il livello delle lezioni dev’essere per forza basso? Se un insegnante è bravo perché non può fare il suo lavoro come e meglio che nella scuola pubblica?

La qualità degli insegnanti c’entra poco. Se bisogna svolgere il programma di due o di tre anni in un anno solo, è chiaro che questo programma dev’essere molto ridotto. Inoltre, la direzione cerca di pagare il minor numero di ore possibile agli insegnanti. Perciò agli studenti viene data solo un’infarinatura generale sulle varie materie. Per esempio, gli studenti di terzo e quarto anno del corso per geometri in sette ore di lezione settimanali svolgono l’insieme delle materie tecniche (scienza delle costruzioni, estimo, topografia, disegno tecnico). In una scuola pubblica le ore di materie tecniche per la classe terza (per la sola classe terza) sono dodici. In una terza o quarta liceo scientifico, in questi centri, le materie letterarie (italiano, latino, storia, filosofia, storia dell’arte) si fanno in sette ore settimanali; nella scuola pubblica in quattordici. Perciò possiamo dire che, mediamente, in questi centri i programmi vengono svolti in un quarto del tempo che s’impiega nelle scuole normali. Se in queste ultime l’argomento «Dante Alighieri» viene trattato in due mesi, qui gli si concedono al massimo cinque ore di lezione. E bisogna poi aggiungere che questi istituti cominciano le lezioni all’inizio di ottobre e le terminano alla fine di maggio: quattro settimane di lezioni in meno rispetto alla scuola pubblica. Alle famiglie viene detto che il recupero dei programmi didattici di più anni in uno è reso possibile dalla qualità dell’insegnamento offerto e dalle favorevoli condizioni ambientali nelle quali si troverà il ragazzo. «Alla pubblica – spiegano – in classi di trenta persone è normale che il ragazzo perda il filo della lezione: gli insegnanti non possono fare i miracoli. Noi invece abbiamo classi da 6-7 persone, sono lezioni semi-individuali, e lo studente non ha la possibilità di distrarsi. I professori lo seguono passo passo e fanno in modo che impari ciò che gli servirà per superare l’esame di fine anno».

Mi sembra un buon argomento: classi più piccole, rapporto diretto tra lo studente e l’insegnante. Cos’è che non funziona?

Per cominciare, il fatto che gli studenti non sono realmente tenuti a studiare. Possono non presentarsi a lezione, non fare i compiti a casa, non studiare per le verifiche e non seguire la lezione. Non ci sarà nessuna conseguenza, nessuno li punirà. Hanno pagato per avere un servizio: non sono loro che devono rendere conto all’insegnante, è il contrario.

Parliamo di costi, allora.

Le tariffe, comprendenti dieci mesi di lezioni, sono all’incirca di 3000 euro per il primo biennio (classi prima e seconda), 4000 per il secondo biennio (classi terza e quarta) e 4500 per l’anno della maturità. A questo va aggiunta una quota di iscrizione al centro (300-500 euro) e una quota di iscrizione all’esame di fine anno (350-450 euro). Quest’ultima viene girata direttamente alla scuola paritaria che farà sostenere l’esame.

Perché è il centro stesso che manda lo studente a sostenere l’esame di passaggio d’anno non in una scuola pubblica ma in una scuola paritaria. Come funziona questo meccanismo?

La direzione dell’istituto di Trento si mette d’accordo con una scuola privata, per lo più dell’Italia centrale (Toscana, Umbria e Lazio); di solito si preferisce non scendere sotto Roma per salvare le apparenze. Per queste scuole paritarie, far sostenere gli esami di idoneità non ha alcun costo, dato che all’inizio di giugno gli insegnanti sono ancora tutti sotto contratto. Durante le prove scritte gli studenti vengono lasciati liberi di copiare, o vengono aiutati direttamente dai docenti, che sono tutti interni. All’orale i ragazzi portano i programmi di diverse materie di più anni scolastici: uno studente di classe III-IV liceo deve preparare per esempio la storia della letteratura italiana dalle origini a Leopardi, e di storia il programma che va dal X al XIX secolo. In realtà, per evitare scene mute, gli studenti si presentano con una sintetica tesina per ognuna delle materie. Gli insegnanti chiedono un argomento a piacere, e l’interrogazione ha sempre, immancabilmente, esito positivo. In questo modo, i requisiti di legge vengono formalmente rispettati. La percentuale di superamento degli esami d’idoneità è vicina al 100%. Ho seguito personalmente una ragazza proveniente dall’Europa dell’Est, con una conoscenza dell’italiano quasi nulla, e con lacune tali da non essere in grado di distinguere l’Est dall’Ovest, che, dopo un mese di lezioni personalizzate in cui ha preparato le tesine richieste per tre classi, è passata dalla seconda alla quinta.

Questi sono gli ‘esami’ di passaggio d’anno. Come funzionano le cose con la maturità?

È un po’ diverso. Gli studenti non vengono più iscritti come privatisti (cosa che accadeva per l’esame di idoneità) bensì come candidati interni alla scuola paritaria di appoggio. Questo è necessario perché la Circolare Ministeriale n. 85 del 13 ottobre 2010 non ammette la possibilità di sostenere l’esame di Stato da esterni in un istituto che stia al di fuori dalla propria regione di residenza. Inoltre, sempre secondo questa normativa, lo studente iscritto al quinto anno ha un obbligo di frequenza dei due terzi delle ore totali (sino ad allora, gli studenti iscritti come interni non avevano un obbligo di frequenza così severo e dovevano essere presenti durante l’anno solo per sostenere le verifiche necessarie alla direzione per dimostrare la regolarità del percorso svolto). Dato un monte ore annuo di circa 1000 ore, uno studente dovrà frequentarne circa 700, l’equivalente di 25 settimane. All’inizio, questa nuova legge ha creato un grosso problema ai centri di recupero e, di conseguenza, alle scuole paritarie: nessuno studente di Trento si sarebbe più iscritto, dovendo frequentare per più di sei mesi una scuola della provincia di Roma. Gli istituti però hanno saputo rispondere prontamente al problema. Hanno studiato due trafile, una che assicura la promozione ed una, molto meno costosa, che non la garantisce.

Partiamo dalla prima. Le scuole paritarie si sono dotate di piani di studio, approvati dal ministero, per cui lo studente ha la possibilità di integrare le ore di frequenza in classe del mattino (dette curriculari, il 50% del monte ore totale, le più importanti, durante le quali lo studente sostiene le verifiche necessarie per essere ammesso all’esame) con ore di lezione fatte al pomeriggio (chiamate integrative, il 25% delle ore totali); e, soprattutto, con ore di stage formativi all’interno di percorsi denominati di alternanza scuola-lavoro. Si tratta di percorsi regolamentati dal Decreto Legislativo n. 77 del 15 aprile 2005. Attraverso di essi si vuole assicurare agli studenti «l’acquisizione di competenze spendibili nel mercato del lavoro»; in particolare, il comma 2 dell’art. 4 stabilisce che «i periodi di apprendimento mediante esperienze di lavoro fanno parte integrante dei percorsi formativi personalizzati»: valgono, insomma, per l’adempimento dell’obbligo di frequenza. Nell’anno scolastico 2010-2011 gli studenti coinvolti in percorsi di alternanza scuola-lavoro sono aumentati del 26% (www.indire.it/scuolavoro).

Cosa significa, questo, in pratica? Che agli studenti viene chiesto di frequentare per una sola settimana al mese la scuola paritaria fuori regione, con un orario serratissimo che va dal mattino alla sera (al mattino si fanno le ore curriculari e al pomeriggio quelle integrative). Dovranno poi risultare impegnati in stage formativi per circa 250 ore (6 settimane). Questi stage talvolta sono reali (per esempio, un iscritto al corso geometri viene impiegato in uno studio tecnico), spesso sono delle farse (la studentessa di liceo che fa lo stage nel negozio del padre), oppure, e in certi centri è l’unica modalità, semplicemente non vengono fatti. Il centro di recupero produce una documentazione attestante che gli studenti hanno svolto un’attività lavorativa o nel centro stesso oppure nello studio di un loro docente (architetto, avvocato) che ha una partita IVA. Con questo stratagemma (doppia frequenza negli istituti paritari e stage formativi) gli studenti possono essere ammessi all’esame di maturità e le famiglie hanno sostenuto una spesa tutto sommato contenuta. Dieci settimane di frequenza in una scuola del Centro Italia significano, per uno studente di Trento, tra trasporto, vitto e alloggio, una spesa complessiva di circa 4.000 euro. Se si sommano a quelli che si pagano alle scuole, si arriva ad una spesa totale di 10.000 euro per il solo anno della maturità. Una volta ammessi all’esame di Stato, gli studenti affrontano la commissione esaminatrice, che è composta da tre docenti interni, tre esterni e il presidente, anch’egli esterno. I ragazzi vengono lasciati liberi di copiare e i presidi, per garantirsi l’iscrizione di questo tipo di studenti anche per gli anni successivi, impongono di promuovere.

E cosa impedisce ai commissari, agli insegnanti, di opporsi a questo andazzo?

Qui sta il nodo della questione. Per quanto riguarda gli insegnanti interni, essi vengono sempre assunti con contratti a tempo determinato. Se vogliono essere assunti anche l’anno successivo devono fare quello che dicono i presidi. Nelle scuole paritarie dell’Italia centro-meridionale spesso gli insegnanti accettano di lavorare senza stipendio per fare punti utili per scalare la graduatoria nazionale. Si può vedere l’inchiesta di Mario Reggio, Caserta, la culla dei diplomifici che snobba la scuola pubblica: http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2011/12/15/news/caserta_scuole_paritarie-26666571/. La garanzia della regolarità dell’esame dovrebbe essere data dalla metà esterna della commissione e dal presidente, anch’egli esterno. La loro nomina è regolamentata dal Decreto Ministeriale n. 6 del 17 gennaio 2007. L’Ufficio Scolastico regionale li designa in base a tre elementi: l’aver lavorato nella scuola statale; la maggiore vicinanza della sede d’esame con il comune di residenza o con il comune in cui gli insegnanti prestano servizio; le preferenze di distretto scolastico che gli insegnanti esprimono quando danno la loro disponibilità a fare i commissari. I nomi dei commissari si sanno a fine maggio. Il problema non sta però nella nomina dei commissari (è difficile che un preside riesca a ‘convincere’ ogni anno almeno due insegnanti esterni per commissione), ma nel fatto che l’esame, per come è strutturato, fa sì che gli insegnanti interni siano determinanti.

In che modo?

Per essere promosso, uno studente deve raggiungere i 60 punti. Normalmente, se ha avuto una media dei voti compresa tra il sei e il sette negli ultimi tre anni, viene ammesso all’esame con diciamo 14 crediti. Durante gli scritti viene lasciato libero di copiare e gli insegnanti interni, quando possono, gli danno una mano. La terza prova è redatta dalla commissione stessa, quindi è probabile che i docenti interni informino in anticipo gli studenti di quali saranno gli argomenti su cui verterà. Le prove scopiazzate arrivano alla sufficienza e quindi si ottiene un totale di circa 35 punti (la sufficienza vale 10 e il massimo sono 15 punti per prova). All’orale, lo studente si presenta con una tesina pluridisciplinare ed è quindi difficile che, davanti a tutta la commissione, faccia scena muta. Si ottengono così i restanti 11 punti (voto comunque ampiamente sotto la sufficienza, che darebbe 22 punti) e il 60 è fatto.

Parlavi di una seconda trafila, meno costosa ma anche meno sicura, per fare in modo che i ‘clienti’ passino l’esame di maturità.

L’opzione, diciamo, ‘non garantita’, che viene scelta dagli studenti meno abbienti, o che per motivi di lavoro non possono muoversi fuori provincia, consiste nell’iscriverli al corso serale (normalmente dedicato ai lavoratori) di una scuola statale della provincia di residenza. I corsi serali non prevedono l’obbligo di frequenza, ma solo la presenza degli studenti alle prove scritte fatte durante l’anno. I ragazzi seguono le lezioni del centro di recupero e una volta alla settimana frequentano il serale. Devono così sostenere solo la spesa delle lezioni al centro, che normalmente si aggira intorno ai 3500 euro. Le scuole statali non trattano con molto riguardo gli studenti mandati dai centri di recupero. Accade spesso che non vengano ammessi agli esami di maturità.

Chi si iscrive, di solito, ai centri di recupero? Che genere di studenti hai avuto? E quali sono i risultati?

Possono essere, per esempio, sportivi di alto livello che non riescono a frequentare normalmente; oppure ragazzi con problemi psicologici che gli impediscono di affrontare la scuola; ma per la gran parte sono studenti svogliati, demotivati, poco seguiti dai genitori o non portati per lo studio. C’è chi frequenta un anno per recuperare quello perso con l’intenzione di rientrare poi nella scuola pubblica. Solo che dopo aver trascorso un periodo in questo centro, gli studenti hanno perso il ritmo di studio della scuola normale e hanno acquisito, nella migliore delle ipotesi, conoscenze molto inferiori a quelle dei loro colleghi. Spesso, perciò, si trovano costretti a tornare al centro di recupero. La situazione nella quale si trovano, qui, è fortemente diseducativa, perché dato che sono clienti non sono tenuti a seguire le indicazioni degli insegnanti; d’altra parte, il fatto di frequentare questa non-scuola acuisce il loro senso di inferiorità nei confronti dei coetanei.

Che idea ti sei fatto dei genitori?

I genitori dei ragazzi sono, per la maggior parte, coppie separate, con problemi personali e relazionali con i figli. Non accettano il fallimento scolastico dei figli, non vogliono che comincino a lavorare prima dei diciotto anni. C’è una fortissima pressione sociale: il diploma è importante, imprescindibile, specie per le persone abbienti. Un esempio abbastanza tipico è quello di un padre, un dirigente pubblico, che mi ha spiegato la sua decisione di iscrivere il figlio al nostro centro in questo modo: «La carriera scolastica di mio figlio è finita con la sua prima bocciatura due anni fa. Voglio solo che prenda un diploma qualsiasi; poi ci penso io a trovargli un posto tranquillo in qualche ufficio, dopodiché smetto di occuparmi di lui». Mi pare che la bocciatura dei figli venga vissuta come una tragedia soprattutto dai genitori. Bisognerebbe sdrammatizzare, badare meno alla forma e più alla sostanza. Non ha senso costringere un figlio a rincorrere la licenza liceale fino a 22-23 anni: uno può benissimo non prendere un diploma, non studiare cose che lo ripugnano, e invece entrare presto nel mondo del lavoro e trovare la sua strada. Mi pare che in tutta questa macchina gli unici a guadagnarci siano i proprietari degli istituti di recupero anni, e – ma il loro è un guadagno simbolico, una patente (falsa) di rispettabilità sociale – i genitori. I ragazzi certamente no.

Che cosa si può fare, secondo te, per correggere questa situazione?

Il fatto è che l’esistenza stessa di questi centri dipende da come funzionano gli esami di Stato in molti istituti paritari. Nel 1997 il ministro Berlinguer creò le commissioni miste; nel 2001 il ministro Moratti decise che le commissioni dovevano invece essere composte da soli insegnanti interni e da un presidente esterno. Le conseguenze di questo cambiamento sono state evidenti: se nel 1999 gli studenti ottisti (coloro che per meriti scolastici – la media dell’otto – possono sostenere direttamente la maturità saltando la frequenza della classe quinta) erano poche decine, nel 2006 sono diventati 1667; i privatisti (coloro che sostengono l’esame di maturità come candidati esterni) delle scuole non statali nel 1999 erano 217 (http://dedalo.azionecattolica.it/Content.aspx?Reference=175779), mentre nel 2006 hanno raggiunto le undicimila unità. Nel 2007, con il ministro Fioroni, si tornò alle commissioni miste e i risultati furono evidenti: gli ottisti si ridussero a 87 unità, i privatisti a 7000. Dal 2008 al 2011 il numero di coloro che hanno sostenuto l’esame di Stato da privatista in una scuola paritaria è però aumentato dell’11,4%, mentre nelle scuole statali è diminuito del 4,7% (cfr. Salvo Intravaia, Maturità, primi effetti della riforma, in «La Repubblica», 3 aprile 2007 e 11 aprile 2011). Questa altalena di dati mostra quanto conti la diversa tipologia della commissioni. Una soluzione sarebbe quella di tornare a quelle completamente esterne. In questo modo gli insegnanti, tutti dipendenti pubblici, farebbero sostenere degli esami regolari, gli studenti non preparati verrebbero bocciati come succede nelle scuole statali e i centri di recupero sarebbero costretti o a far studiare i propri iscritti o a chiudere. Le scuole statali e le scuole paritarie che lavorano seriamente non dovrebbero opporsi a una riforma che andrebbe a premiare il merito (della scuola e dello studente), rendendo impossibile la sopravvivenza di istituti che considerano l’educazione e la formazione dei ragazzi solo come un modo per fare soldi.

NOTE

Questa intervista, con diverso titolo, è apparsa anche su  http://www.leparoleelecose.it/?p=3086.

 

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