Rivista dell'Università in Movimento
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Fissare l'eta' pensionabile dei professori a 65 anni
Passato / Presente - Proposte
Giuseppe Caputo    16.05.10

menodizeroI nuovi provvedimenti sul sistema di reclutamento

Il ministro Gelmini è intervenuto sul sistema di reclutamento dei professori e ricercatori universitari con due provvedimenti. Nella legge 1/09 (il cosiddetto blocco del turn-over) ha stabilito che soltanto il 50 % delle risorse liberate dai pensionamenti dei professori potranno essere utilizzate per immettere in ruolo nuovi docenti. Nel disegno di legge di riorganizzazione del sistema universitario (DDL 1905), attualmente in discussione al Senato, si è invece stabilito che prima di entrare in ruolo i giovani ricercatori dovranno affrontare un lungo periodo di precariato (non meno di sei anni, che verosimilmente saranno all’incirca  dieci). Inoltre per il passaggio dal ruolo di associato a quello di ordinario solo un terzo dei docenti potrà essere interno al proprio ateneo, gli altri dovranno cambiare sede. Questo insieme di provvedimenti sta creando un forte disagio sia fra i ricercatori quarantenni ancora con contratti precari (i quali vedono sempre più  allontanarsi la possibilità dell’immissione in ruolo) sia fra i ricercatori di ruolo (che vedono ridotte drasticamente  le speranze di un avanzamento di carriera).


Alcuni dati sull’università italiana

La situazione appare tanto più grave se si considerano alcuni semplici dati sullo stato della nostra università:

  1. Innanzitutto bisogna tener conto che la classe docente italiana è la più vecchia d'Europa, con il 54% dei docenti di ruolo che supera i 50 anni di età, contro il 29% della Germania e il 30% del Regno Unito. Se si guarda alla sola fascia degli ordinari, poi, l’83% dei docenti supera i 50 anni, il 49%  supera i 60 anni, mentre il 26.6% supera addirittura i 65 anni.


  1. Esiste un forte divario fra Italia ed Europa per quanto riguarda il finanziamento dell’università in rapporto al numero del personale docente. Per comprendere l’entità di questo divario basta citare due indicatori: a) il rapporto spesa/PIL in Italia  attualmente attestato allo 0.8% contro l’1.5% della media UE; b) il rapporto fra il numero degli studenti e dei docenti pari a 21/1 per l’Italia contro il 16/1 della media UE. Pertanto se il nostro paese volesse realmente adeguare la nostra università a quella dell’Unione Europea dovrebbe prevedere un piano di investimento straordinario pari a circa 11 miliardi di euro, con un incremento di circa 20000 unità di professori, corrispondente ad un terzo dell’attuale corpo docente.
  1. In Italia i lavoratori dipendenti vanno in pensione a 65 anni, mentre i professori universitari lo fanno molto più tardi, in una età compresa fra i 70 e i 75 anni, a seconda del momento in cui sono entrati in ruolo. Settant’anni è comunque un’età sensibilmente più elevata di quella in vigore nella gran parte dei paesi europei, che è invece di 65 anni.


  1. Fino al 1980 i docenti ordinari erano poche migliaia. Con l'approvazione della legge 382/1980 si è verificata un’ingente immissione di docenti tramite concorsi riservati. Negli anni questa tendenza dell'università ad investire risorse negli avanzamenti di carriera è stata mantenuta ed anzi è diventata ancor più massiccia. Infatti, in seguito all'introduzione dei concorsi locali a idoneità tripla nel 1998, il numero degli ordinari è aumentato fino ad eguagliare, e addirittura superare nel 2001, il numero degli associati e dei ricercatori. Rispetto al 1998 il numero di ordinari è aumentato del 46%, a fronte di un aumento complessivo del corpo docente del 24%. Questo allargamento a dismisura del numero di professori ordinari ha contribuito ad ingrossare le spese di personale degli atenei, oggi prossimi al tracollo finanziario. E tutto ciò spesso premiando  ben poco il  valore scientifico dei professori.


Gli ultimi interventi legislativi in materia di pensionamento

Il Governo negli ultimi due anni è intervenuto sul pensionamento del personale accademico con due provvedimenti, con il DDL 1749 e con la Legge 1/09.  Nel DDL 1749 ha stabilito che raggiunti i quarant’anni di contributi i ricercatori debbono essere necessariamente pensionati, ma incredibilmente questa disposizione non vale per i professor ordinari ed associati che mantengono le prerogative precedenti. Infine nella legge 1/09 ha stabilito che gli atenei hanno facoltà di non concedere il biennio di proroga ai professori ordinari, abbassando di fatto l’età pensionabile da 72 a 70 anni. Entrambi i provvedimenti tuttavia, non  essendo inseriti in un quadro normativo di organica revisione della materia pensionistica, hanno causato una serie di ricorsi al TAR e presso i giudici del lavoro che in alcuni casi hanno dato ragione ai ricorrenti, creando una situazione a livello nazionale disomogenea  e per molti versi caotica.


In pensione a 65 anni

La questione dell’età pensionabile dei professori richiederebbe quindi una disciplina più organica, non  impostata unicamente su esigenze immediate di risparmio. Semmai, essa dovrebbe basarsi su una valutazione accurata dell’evoluzione della classe docente e del suo valore scientifico.

In passato, l'idea del pensionamento in tarda età era in linea di principio condivisibile, poiché riconosceva ai pochi professori che provenivano da un duro percorso di selezione un valore intellettuale e professionale tale da rendere vantaggioso per il sistema universitario una loro vita lavorativa prolungata.
Oggi, i cambiamenti legislativi che hanno aumentato il numero degli ordinari e svuotato il processo di selezione con le sanatorie e le idoneità multiple hanno  invece reso controproducente e inutilmente costoso protrarre la vita lavorativa dei docenti  fino ai 72 anni. Al riguardo non si dimentichi che i sette anni aggiuntivi di vita lavorativa dei professori rispetto ai comuni lavoratori costano agli atenei una cifra elevata: un ordinario a fine carriera “costa” al proprio ateneo circa 120.000 € all'anno, che per sette anni diventano 840.000 €. Con questa cifra si potrebbero pagare 28 ricercatori per un anno.

Il ringiovanimento della classe docente - lo si dice ormai da più parti - è necessario per rimettere in moto l'università italiana. Ma esso passa anche attraverso una revisione dell'età pensionabile che per i professori ordinari andrebbe fissata a 65 anni.
Inoltre, poiché nella massa dei 18.000 ordinari italiani vi sono personalità di indubbio spessore scientifico e culturale, bisognerebbe prevedere dei contratti di insegnamento e di ricerca ad esse (unicamente ad esse!) riservati. Per la trasmissione del sapere fra le generazioni, per ringiovanire le nostre università e per salvare i nostri conti sarebbe un’opportunità.

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