Rivista dell'Università in Movimento
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I cardini della cooptazione, la chiave del mercato e le porte chiuse dell'università
Passato / Presente - Biblioteca
Bruno Maida    15.03.12

Giulio Palermo, L’università dei baroni. Centocinquant’anni di storia tra cooptazione, contestazione e mercificazione, Edizioni Punto Rosso, Milano, 2011

cardiniLe forme di reclutamento per cooptazione, la definizione di sistemi articolati di autoriproduzione della classe dirigente universitaria e la costruzione di uno spazio sempre più ampio di autonomia degli atenei rispetto al potere esecutivo (che tende ad allargarsi tanto più l’economia diventa lo strumento del potere reale) sono i tre elementi che con una sostanziale continuità attraversano l’università dei baroni nei centocinquant’anni di storia unitaria. Il quadro che Palermo ci offre, sotto questa prospettiva, è impressionante, proprio a partire dal tema della cooptazione, assunta da tutti gli attori – chi più chi meno – come cardine della costruzione delle relazioni e del potere politico e accademico all’interno delle università:

il dato storico è che il conflitto tra potere centrale e mondo accademico o, per altri versi, il conflitto tra potere centrale e poteri locali, non nasce affatto come scontro tra fautori e oppositori della cooptazione, ma come scontro per il controllo della cooptazione (p. 14).

Il perno di questo sistema è costituito dal concorso pubblico, che inizialmente ha l’obiettivo di consolidare il ruolo del potere esecutivo nella guida del sistema universitario, e che in seguito – con l’affermarsi nella seconda metà del Novecento dell’autonomia universitaria – diventa l’arma principale per l’autoriproduzione di gruppi, scuole più o meno caratterizzate scientificamente o politicamente, assetti di potere, configurandosi inoltre come leva principale per ricattare tutte le figure precarie della ricerca. Nomina diretta, elezione, sorteggio, sistemi misti: il risultato, nel corso della storia unitaria, delle riforme sia del reclutamento sia dei sistemi di formazione del governo degli atenei, non sembra diversificarsi in modo significativo, perché al variare dei metodi, sono rimaste sostanzialmente identiche le pratiche e soprattutto, come emerge dall’analisi di Palermo, l’assenza di un’etica come orizzonte per la formazione di una classe dirigente universitaria.

L’altro aspetto rilevante è il costruirsi dei baroni universitari come classe dirigente – non solo culturale ma anche politico-amministrativa, attraverso una consistente presenza nei poteri esecutivo, legislativo e giudiziario – che agisce affinché restino immutati i propri privilegi. Il rapporto con il potere politico, in realtà, si configura fino al fascismo come un’oscillazione tra richiesta di autonomia e accentramento, con un lento abbandono da parte dell’esecutivo delle proprie prerogative di controllo nelle scelte dell’università. Un processo che viene ovviamente interrotto dalla riforma Gentile il cui accentramento – o meglio il cui potere di indirizzo – non esclude l’introduzione di forme di autonomia nell’università italiana, con il riconoscimento della personalità giuridica e dell’autonomia amministrativa, didattica e disciplinare.

La consistente e costante presenza dei docenti universitari nel parlamento del regno e della Repubblica rappresenta comunque una chiaro segno. All’inizio del Novecento la percentuale dei deputati è dell’11 per cento, quota che scende nel decennio successivo fino all’8,6. A partire dal 1946 e fino al 1968 la presenza dei deputati oscilla, decrescendo, tra il 9,6 e l’8,1 per arrivare al minimo storico nell’anno della protesta studentesca (5,8). In seguito la percentuale risale in modo costante fino a giungere a un massimo dell’11,6 nel 2006. Il numero di professori universitari è ancora più rilevante tra i senatori, con una quota del 12,8 per cento nel 1948, sebbene poi decresca raggiungendo lo stesso livello dei deputati nel 1968, ma poi risalendo fino a un massimo del 15 per cento nel 1994. Se è evidente la sovra rappresentazione della categoria, il dato politicamente significativo

è che, sin dalle prime legislature, gli accademici acquisiscono un perso significativo nei lavori parlamentari e un’influenza importante all’interno dei partiti. Si forma così una potente lobby trasversale, che attraversa gli schieramenti politici, e che riesce a bloccare qualsiasi riforma strutturale (p. 44).

L’obiettivo di Palermo, tuttavia, è solo parzialmente quello di ricostruire sotto il profilo storico le forme di reclutamento. Il ricco quadro che disegna – e nel quale uno spazio adeguato è riservato alle dimensioni quantitative di un reclutamento che, a partire dalla fine degli anni Settanta, costituisce a un tempo uno strumento di riaffermazione del potere baronale e un fattore di impedimento all’entrata per tutte le generazioni successive – è indirizzato a mettere in luce come quel processo diventi via via organico e funzionale rispetto all’affermazione di un modello neoliberista di cui l’università si fa veicolo e strumento. L’analisi delle riforme universitarie e delle pratiche cooptative e corporative che la governano mostra, secondo Palermo, un evidente disegno di consapevole sottomissione e, verrebbe da dire, sfruttamento dell’università da parte del potere economico.

Secondo la nuova concezione dell’autonomia universitaria, dunque, un’università guidata dalle forze politiche – o, ancor peggio, aperta alle istanze della società – non è autonoma. Essa è veramente autonoma solo se a guidarla sono le forze economiche, che esprimono il volere della collettività (p. 79).

Un aspetto, insomma, di quell’Europa della conoscenza nella quale scuola e università possono assumere un valore aggiunto solo e a condizione che i loro indirizzi corrispondano agli interessi economici e alle logiche di competizione. Il ruolo, ricostruito nel libro, dell’European round table of industrialists (Ert) è, sotto questo profilo, paradigmatico di come il processo di Bologna e la strategia di Lisbona rischino di trasformarsi in un’ipocrita operazione di facciata.

Va detto che la riflessione che attraversa il volume ha un carattere fortemente quanto esplicitamente ideologico e si può non essere d’accordo con un’analisi che mette al centro il paradigma del capitalismo cognitivo, ossia le nuove forme di controllo sociale attraverso la produzione del sapere. Tuttavia, è proprio attraverso un approccio che privilegia il conflitto e l’antagonismo sociale che Palermo legge i processi più recenti, che rivelano un protagonismo essenziale del movimento studentesco – vero filo rosso delle principali forme di protesta dal ‘68 a oggi – rispetto all’immobilismo e alle contraddizioni di altri soggetti, come i ricercatori, che pur entrando in rotta di collisione con le forme di organizzazione e di gestione del potere baronale, ne risultano in fondo dipendenti o perlomeno condizionati. Se sul tempo lungo è una valutazione a mio modo di vedere del tutto condivisibile, mi sembra però che, per coerenza del disegno ideologico, Palermo liquidi un po’ troppo frettolosamente il significato di un’esperienza come la Rete29Aprile che, certo, non si è caratterizzata e non si caratterizza per un profilo esplicitamente antagonistico sul piano sociale ma che si è costruita proprio a partire da un modello alternativo di università, non cooptativo e non corporativo. Ma su questo punto l’autobiografia del recensore forse non consente la sufficiente distanza per un giudizio sereno.

 

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