Rivista dell'Università in Movimento
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I sommersi e i salvati della nuova università
Passato / Presente - Biblioteca
Emanuela Annaloro    19.12.10

Andrea Graziosi, L’università per tutti. Riforme e crisi del sistema universitario italiano, Il Mulino, Bologna 2010

libroL’università per tutti di Graziosi è un libro utile quanto discutibile. È un libro utile soprattutto per chi voglia mettere in prospettiva i problemi che oggi devono affrontare le nostre università. È un libro discutibile per alcune analisi e per le proposte che avanza. Il volume si compone di sette capitoli, in cui si esaminano le varie fasi di riforma attraversate dal sistema universitario italiano dall’Unità fino al disegno di legge Gelmini. Ben inquadrati storicamente, sia perché già sedimentati nel tempo, sia perché filtrati da un’autorevole bibliografia, sono soprattutto i primi cinque capitoli.

Nel primo capitolo, La vecchia università di élite, si descrive l’università postunitaria (e con un breve excursus anche quella moderna e pre-unitaria) fino al fascismo. Nel secondo capitolo si passa sotto esame l’università del dopoguerra fino ai grandi cambiamenti modernizzatori del 1958-1968. Poggiando i suoi giudizi da una parte sulla demistificazione «dell’ideale del pubblico e gratuito» e dall’altra sulla comparazione con i college americani, Graziosi rintraccia in questi anni la radice di alcuni dei più gravi problemi della nostra università: «si è pensato di poter allargare a piacimento la già indebolita e arretrata università d’élite esistente, condannandola così a diventare, nel caso migliore un Csu californiano» p. 45. Il terzo capitolo è dedicato ai «provvedimenti urgenti» del 1968-1979, anch’essi letti con ottica critica e definiti come anni di controspinta e di reazione rispetto agli anni dei grandi cambiamenti, quelli Cinquanta e Sessanta. Negli anni Settanta la rinuncia ad una visione organica e la gestione straordinaria dell’università si trasformarono infatti in un grande fattore di crisi, «accelerando il degrado del sistema universitario, che entrò in una fase di incertezza e di declino da cui non è ancora uscito» p. 56. Intelligenti e molto attuali sono poi le riflessioni contenute nel capitolo sul tema del reclutamento. Nel quarto capitolo si passano a setaccio gli anni Ottanta con la riforma-spartiacque (d.p.r. n. 382 del luglio 1980) del riordino della docenza e della sperimentazione organizzativa e didattica. Furono questi gli anni in cui la docenza venne divisa in due fasce, degli ordinari e degli associati, e in cui si creò il ruolo dei ricercatori «dallo status e dai compiti mal definiti» p. 67, gli anni dell’istituzione dei dottorati di ricerca e dei dipartimenti spesso non organizzati secondo criteri di omogeneità disciplinare, dell’ope legis che provincializzò ancor di più la nostra università, dei piani di sviluppo privi di sistemi di valutazione che permisero solo una «riproduzione allargata e dequalificata del sistema» p. 74. Il quinto capitolo prende a bersaglio il regime di autonomia non regolata e dunque irresponsabile dei nostri atenei negli anni 1989-1996. Nel sesto capitolo si raccontano gli anni 1996-2008 dominati dalle riforme avviate da Luigi Berlinguer a cui lo storico rimprovera interventi contraddittori di rigore e populismo. Fallimentari si sono rivelate infatti sia le politiche sulle valutazioni comparative che la riforma degli ordinamenti didattici guidata dall’idea di abbassare il livello qualitativo dei percorsi di studio per aumentare il numero dei laureati. «La storia degli ultimi anni è diventata così quella di un ministero che cerca di rimediare alle conseguenze sgradevoli e inattese, ancorché prevedibili, delle sue scelte, che hanno tra l’altro provocato un forte aumento dei costi» p. 118.

Con il settimo capitolo siamo ai nostri giorni e cioè al DDL Gelmini, considerato «il primo progetto di riforma organica del sistema universitario dalla fine degli anni Sessanta» p. 125. In apertura del capitolo Graziosi affronta la questione delle risorse e profeticamente annota (quasi anticipando la celebre sortita di Tremonti sulla commestibilità della Commedia) che se occorre tagliare è difficile ridurre i fondi ai ceti più disagiati «mantenendo  al contempo il sostegno a settori di élite, come l’opera lirica o le università di ricerca, e persino l’istruzione in generale» p. 129. Strano convincimento, chioserei, per uno studioso che si pone come obiettivo la crescita competitiva della nostra università e dell’intero paese! I soldi comunque necessari andranno perciò reperiti attraverso una migliore distribuzione delle risorse e attinti dal settore privato, cioè ottenuti con l’aumento (già in corso) delle tasse corrisposte dalle famiglie e attraverso gli investimenti (fin qui solo auspicati) delle imprese. L’aumento della tasse, in particolar modo, è valutato come una soluzione sociale «equa», poiché l’istruzione universitaria dal punto di vista economico è considerata «un bene essenzialmente privatistico» che genererebbe ricadute positive più sui singoli che sull’intera collettività p. 136. La tesi dell’istruzione superiore come bene privato è suffragata dal seguente inoppugnabile argomento: un laureato guadagna di più di un non laureato, quindi perché mai un non laureato dovrebbe contribuire a sostenere l’università pubblica trasferendo risorse ad un ceto più agiato? Chi vuol studiare paghi. E tanto vi basti. In attesa che i più capaci e meno ricchi reperiscano una borsa di studio e nelle more che il circolo virtuoso del merito si inneschi, alcune risorse aggiuntive andranno tuttavia stanziate dal ministero; come dire (facendo eco alla CRUI): “chiudiamo i bilanci oggi, domani si vedrà”. Il che non è esattamente quanto ci si aspetterebbe dal «primo progetto organico di riforma» universitaria messo finalmente in piedi dai magnifici e lontani anni Sessanta.

Altri esempi potrebbero essere ancora portati per misurare la limitatezza di alcune analisi, ma credo che sia ormai chiaro il punto e cioè che dall’esame del disegno di legge Gelmini emerge la dorsale del libro. Lo storico ha setacciato il passato dell’università italiana con uno sguardo fortemente attualizzante. In tutto il libro ha assunto un filtro di giudizio polemico in linea con alcune delle attuali prospettive di riforma: la demistificazione degli ideali dell’egualitarismo che avrebbero portato ad un «deterioramento per allargamento» delle nostre università. A quest’opera di demolizione ideologica ne corrisponde un’altra di edificazione retorica:  “l’efficienza”, “il merito”, “la selezione” sono le parole d’ordine che nel gergo della carta bollata del MIUR come nelle argomentazioni del nostro autore sostituiscono quelle di “pubblico”, “gratuito”, “per tutti”. Si tratta di nuovi slogan che corrodono vecchi valori. La loro semiosfera è quella di una società che si disgrega, che perde il senso della comune appartenenza e della solidarietà perché smarrisce la prospettiva di un destino comune.

Il lavoro dello storico non è infine del tutto esente da semplificazioni metodologiche. Discutibile, ad esempio, sembra la scelta di fondo di tracciare un profilo storico dell’ università italiana (non a caso definita «sistema») ripercorrendo in modo prevalente, ed anzi quasi esclusivo, i provvedimenti legislativi in materia, nella convinzione, ben poco dialettica, che per l’università «il quadro generale è stato dettato dalla politica» p. 19. La restituzione di un quadro storico più vivo e complesso sarebbe certamente servita ad evitare alcune prese di posizione schematiche. In una scansione diacronica meno burocratica difficilmente avrebbero trovato fondatezza i postulati indimostrati dei “nuovi” riformatori, per cui l’università per tutti  «non può che essere mediocre» p. 127 e andrà perciò progressivamente smantellata e  differenziata in «almeno due sistemi», quello «dell’istruzione superiore professionalizzante» e quello delle «isole di eccellenza» p. 164, quello dei sommersi e quello dei salvati.

 

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