Rivista dell'Università in Movimento
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Intervista a Romano Luperini
Passato / Presente - Analisi
Emanuela Annaloro    31.05.10

 

cinema_vuoto.jpg Gli anni Settanta e parte degli anni Ottanta sono stati anni di metodologie “forti”: la critica marxista, la critica psicoanalitica, lo strutturalismo hanno fornito riferimenti teorici saldi agli studiosi di letteratura. Dagli anni Novanta simili metodologie sono entrate in crisi, tanto che persino uno studioso come Cesare Segre nel 1993 ha scritto un saggio intitolato Notizie dalla crisi. Oggi qual è secondo te la situazione delle critica letteraria in Italia? Ci siamo abituati ad uno stato cronico di crisi che non fa neppure più notizia? Siamo dediti a pratiche di studio eclettiche che fin dalle premesse rinunciano a ricercare il senso  della letteratura?

 La situazione non è migliorata. C’è stato  un certo interesse teorico per la critica tematica, ma non ha determinato nessun serio dibattito né approfondimenti di grande rilievo, nonostante gli sforzi di ottimi studiosi come Ceserani e Domenichelli. Continua la stagnazione, caratterizzata da un vago eclettismo e dal rifugio nel mestiere filologico. Nessuno sembra interrogarsi più sulla funzione della critica, anzi la sua sostanziale scomparsa dall’orizzonte civile della nostra società è ormai tacitamente accettata dalla maggior parte degli addetti ai lavori.

Questo per quanto riguarda la critica letteraria. E sulla letteratura? Non ti pare che a una cattiva critica spesso corrisponda anche una cattiva narrativa o una brutta poesia?

La poesia si difende bene. Vive in un angolo, appena lambita dal mercato, in una nicchia protetta. Vi sono alcuni ottimi poeti fra i trenta e i cinquanta anni, anche se nessuno di loro raggiunge la notorietà e può aspirare all’autorità che alla stessa età avevano non dico Carducci o d’Annunzio, ma Montale o Ungaretti. Viceversa la narrativa è largamente inquinata dagli estrogeni del mercato e della industria culturale, anche se fra i giovanissimi, dopo Gomorra, qualcosa sembra muoversi. Ma nel suo complesso il panorama del romanzo italiano non è paragonabile a quello, per esempio, statunitense e purtroppo neppure a quello che c’era in Italia negli anni Settanta, quando scrivevano Calvino, Volponi, Sciascia, Pasolini. Direi che il romanzo italiano appare estremamente provinciale, perché resta lontano dalla rappresentazione delle contraddizioni planetarie che  invece investono quello americano e quello dei popoli emergenti del Sud e dell’Est.

Sei professore aggiunto a Toronto e ti rechi spesso all’estero a tenere lezioni e conferenze. Che idea ti sei fatto delle altre università umanistiche occidentali? Pensi anche tu che da un confronto con esse usciamo sconfitti?

Il livello di qualità del settore umanistico italiano è stato molto competitivo e in parte lo è ancora. Ma la mancanza di finanziamenti e l’impossibilità di una politica volta a dare spazio alle giovani generazioni ne sta minando a poco a poco la possibilità di operare e la credibilità stessa a livello internazionale.

In Italia la vita pubblica è in degrado. I meccanismi di funzionamento dell’università, spesso, fanno parte di questo degrado. Come si può intervenire? Politicamente, intendo, come si dovrebbe intervenire sull’università? Tu che sei professore da tanti anni, avresti delle proposte per un legislatore “illuminato”, o anche solo dei consigli per i tuoi colleghi?

Non posso rispondere in poche righe a un problema tanto complesso. Posso solo dire che dalla riforma Berlinguer a oggi un sistema che aveva i suoi gravi problemi ma anche una indubbia capacità di formazione è stato smantellato e il nuovo non solo appare incapace di svolgere una adeguata formazione ma stenta a funzionare anche su un piano meramente tecnico-organizzativo. Inoltre l’università pubblica in quanto tale sembra negli ultimi anni bersaglio di una continua opera di demolizione da parte della politica governativa, per  cui mi sembra molto difficile possa riprendersi. Giustamente i giovani scappano all’estero.

I giovani sono fuori dai processi decisionali del nostro paese. C’è una generazione di  trentenni (che per l’appunto sintomaticamente definiamo “giovane”) costretta ad un’adolescenza protratta, di dipendenza economica e spesso psicologica verso i padri. Come li vedi tu questi giovani? In La fine del postmoderno li hai definiti una generazione nuova che non ne può più dell’ilare nichilismo dei padri. In che senso?

Mi riferivo a quelli che hanno vent’anni o poco più, non ai quarantenni formatisi nel clima del postmodernismo, dell’ilare nichilismo e del disimpegno. Mi pare di cogliere fra i ventenni qualche spunto interessante. É la generazione dei Saviano e dei suoi fratelli minori. La generazione precedente, che oggi ha fra i 40 e i 50 anni, si è formata negli anni Ottanta e Novanta, quando ancora la crisi economica e le stesse contraddizioni etniche e politiche del presente sembravano lontane. I giovani oggi vivono in un momento in cui le contraddizioni materiali sono troppo pressanti per essere dimenticate e sublimate. Ciò può fornire alimento a una educazione politica e culturale molto diversa rispetto a quella della generazione che li ha preceduti.

Hai avuto dei grandi maestri come Fortini e Timpanaro.  Li hai amati e sfidati.  É anche  questo un maestro? Qualcuno che si deve poter porre in discussione? Te lo chiedo perché invece all’Università spesso gli allievi vengono educati all’obbedienza e reclutati secondo il grado di fedeltà che sanno esprimere verso il “loro” professore.

Non credo di essere un maestro. Per potersi dire “maestro” bisogna vivere ben altra vita, direi parafrasando Corazzini. Comunque un maestro si pone sempre non solo come esempio ma anche come bersaglio: ha una sua visione del mondo, ma deve confrontarla col nuovo che avanza rappresentato dai suoi allievi. Fatalmente ne nasce un conflitto che, se gestito in termini culturali (e non in quelli meramente psicologici della rivolta edipica), può giovare alle parti in causa facendole crescere entrambe. Ciò ovviamente sarà possibile se sin dall’inizio sarà chiaro che il confronto deve essere comunque aperto e problematico, senza esiti scontati e senza scontate obbedienze. 

Adesso hai degli allievi, alcuni dei quali brillanti e di valore. A partire da questa tua esperienza, pensi che sia ancora possibile oggi “un patto fra le generazioni”, un passaggio di consegne fra maestri e allievi?

Sarebbe bello se ci fosse. Ma comincio a dubitare della sua possibilità oggi. Si vive in una società dominata dal narcisismo di massa, da forme di individualismo standardizzate e pervasive. Ognuno sembra irresistibilmente attratto dall’affermazione del proprio ego perché mancano prospettive collettive di tipo etico-politico. In questa situazione la rivolta dei “figli” diventa un fatto sempre più fisiologico e psicologico e sempre meno culturale e politico: sempre più spesso è un modo per farsi spazio più che per affermare una diversa visione della vita.  In queste condizioni diventa difficile stipulare un nuovo patto fra le generazioni.

Fortini il 29 luglio 1981 sul «Manifesto» invitava i giovani a una «congiura in piena luce che non perdoni nessuno né renda fecondo il disprezzo, e che, con tenacia da formica, ripensi e rifondi le ragioni di una democrazia, proponendosi un “fino in fondo” che implica la più radicale condanna, quella dell’oblio, per chi li avrà ingannati». Ci ricorderemo dei nostri intellettuali?
 
No.

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