Rivista dell'Università in Movimento
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Quote rosa e cultura. Intervista a Eva Cantarella sulle donne all'università
Passato / Presente - Analisi
Isabella Tondo    13.09.12

16-quote-ridEsce nel 1981 uno dei suoi libri di maggior successo, L’Ambiguo malanno, dedicato alla figura della donna in Grecia e a Roma. Un libro che incrociava in modo efficace lo sguardo sul mondo antico con le domande dell’uomo contemporaneo. Com’è cambiato da allora l’approccio scientifico nei confronti della questione femminile?

Da allora l’approccio è molto cambiato. Quando ho scritto L’Ambiguo malanno gli studi sulla condizione delle donne nell’antichità, e in particolare quelli sulla loro condizione giuridica, erano veramente agli inizi: gli storici del diritto - in grandissima maggioranza di sesso maschile - se ne interessavano solo marginalmente, dedicandogli al più qualche articolo. Quando pensai di scrivere un libro volutamente al di fuori dei canoni accademici tradizionali, come è L'Ambiguo malanno, lo feci, quasi superfluo dirlo, sull’onda di quella straordinaria esperienza che furono gli anni “forti” del femminismo. E lo feci sperando che venisse letto, come fortunatamente è accaduto, anche dai non specialisti. Quello che mi proponevo infatti, risalendo al momento più antico al quale potevano essere indagate le radici della discriminazione, era di capire se e quanto di queste ragioni potesse essere sopravvissuto e potesse influire sul presente. L’Ambiguo malanno era insomma un libro di denuncia, e come tale, inevitabilmente, tentava di descrivere la condizione femminile antica nelle grandi linee, senza approfondirne tutti i possibili aspetti: il ruolo delle donne nella religione e gli effetti di questo su di loro, ad esempio, i confini dello spazio privato nel quale esse erano relegate e il rapporto di questo spazio con quello pubblico, il livello e la rilevanza del rapporto di complicità con gli uomini, e via dicendo. Tutti argomenti che, in anni successivi, sono stati approfonditi (come del resto io stessa ho cercato di fare), anche grazie alla crescente consapevolezza di una metodologia via via più specifica, che ha consentito agli studi di genere di diventare una disciplina autonoma.

 

Negli ultimi quarant’anni, sull’onda del movimento femminista, gli studi di genere sono diventati una disciplina per l'appunto che vanta ricerche specifiche in molti ambiti del sapere e corsi d’insegnamento universitari. Al successo di questo filone non è sempre corrisposta un’adeguata consapevolezza delle pari opportunità, mentre il conflitto di genere continua spesso a sfociare anche nella violenza. Perché il sapere non trasforma ancora il reale? Forse la questione femminile di cui si studia sui manuali rischia di perdere storicità e si riduce a mero cliché per gli studenti?

E’ vero, negli ultimi quarant’anni gli studi di genere hanno trovato spazio nei curricula universitari, ma, quantomeno nella sensazione di chi, come me, ha sempre insegnato in una facoltà di giurisprudenza,) essi non hanno trovato lo spazio che meriterebbero, salvo qualche felice eccezione. E nelle diverse facoltà (oggi dipartimenti) sono stati e continuano a essere in qualche misura “ghettizzati” e “ghettizzanti”: da un canto, infatti, a tenere questi corsi sono state inizialmente e sono tuttora prevalentemente le donne; dall’altro alle donne che vi si sono dedicate si è guardato come a storiche “di genere”, nel senso che questo termine ha in letteratura (quando si parla, appunto, di romanzo o autore “di genere”, giallo, rosa o altro che esso sia). Questo ha ingenerato una spirale che ha reso difficile, a molte, uscire da quella collocazione e affermarsi come storiche tout court. E anche se ultimamente le cosa sono cambiate, credo che in questa direzione ci sia ancora molta strada da fare.

Per quanto riguarda la mancata corrispondenza tra l’affermarsi di questo filone di studi e quello delle pari opportunità, io credo che si debbano distinguere due fasi diverse. La prima è quella della cancellazione delle discriminazioni a livello legislativo, ovviamente indispensabile presupposto di una successiva fase di conquista delle pari opportunità. Mi limito ad alcuni esempi: l’introduzione del divorzio, la decriminalizzazione dell’aborto, l’approvazione del nuovo codice di famiglia (la potestà non più solo “patria”, ma genitoriale; la moglie che non assume più il cognome del marito ma lo aggiunge al suo, la cancellazione del suo obbligo di seguirlo ovunque questi decidesse di fissare la propria residenza…) Più avanti nel tempo la cancellazione dell'omicidio per causa d’onore e lo spostamento della violenza sessuale dalla rubrica dei delitti “contro la moralità pubblica e il buon costume” a quella dei delitti “contro la persona”. Sono solo alcuni esempi, che però svelano l’adeguarsi a una cultura che andava riconoscendo la pari dignità delle donne come persone. Senonché, nel momento in cui a questa fase cominciava a far seguito quella delle pari opportunità, si è dapprima lentamente e poi sempre più prepotentemente affiancato un mutamento della mentalità e del costume legato al riaffermarsi di una cultura arcaica della virilità, intesa come conquista e come dominio, e (inevitabile altro lato della medaglia) della donna intesa come conquista e nel migliore dei casi come premio o trofeo. Il problema, insomma, è quello di uno scontro tra il sapere trasmesso dai libri e dalla scuola con la cultura, ben diversa, trasmessa dai mezzi di comunicazione di massa. E della difficoltà che il primo incontra a diffondersi e a produrre i suoi effetti.

 

Nonostante le donne costituiscano numericamente il maggior potenziale educativo del nostro paese, esse ancora occupano posti marginali nell’Università. Eppure, statisticamente, nelle scuole italiane le studentesse superano spesso nel merito i maschi coetanei. La ‘diversità’ di genere si approfondisce con gli anni fino a diventare un solco che separa uomini e donne nella carriera universitaria. E’ un problema culturale e/o politico, o di altra natura?

Di nuovo, è un problema in primo luogo culturale. La diversità di genere che comincia a farsi sentire a scuola si approfondisce con gli anni, arrivando a diventare spesso un ostacolo insormontabile nel momento in cui una donna stabilisce un rapporto di coppia che comporta la convivenza e la procreazione. Nonostante molte coppie giovani condividano veramente i ruoli, di regola la gestione della vita domestica e dei figli (per non parlare degli anziani) grava per lo più ancora sulle donne, rappresentando un forte ostacolo alla conquista della parità sostanziale e all’affermazione professionale.

Per quanto riguarda l’università, negli ultimi anni, anche in facoltà tradizionalmente maschili il numero delle donne che ha raggiunto il livello più alto della docenza è certamente aumentato, anche se spesso a costo di grandi sacrifici per le donne legate al doppio ruolo. Probabilmente, nei prossimi anni, giocherà in loro favore anche il fatto (che io, sia detto per inciso, ritengo estremamente negativo per l’ università) che oggi la carriera universitaria non richiede più come un tempo, per raggiungere i livelli di insegnamento più alti, di insegnare fuori sede alcuni anni (a volte molti). Il fatto che la carriera si faccia in sede contribuisce certamente a diminuire alcuni dei problemi, anche se non a eliminarli. Non dimentichiamo infatti che tra le circostanze che impediscono la realizzazione delle aspettative professionali femminili sta anche, per citarne una tutt’altro che secondaria, il progressivo smantellamento dei servizi sociali.

 

Rispetto all’Italia, come appare, a suo dire, la situazione ‘Donne e università’ in Europa e nel mondo?

La domanda è molto ampia, per cui mi limiterei a cercare di rispondere con riferimento alle università che conosco per esperienza diretta, vale a dire l’Italia e gli Stati Uniti, dove ho insegnato a lungo. E devo dire, purtroppo, che paragonata a quella nordamericana l’università italiana da questo punto di vista è veramente molto indietro. Negli Stati Uniti, in primo luogo, il numero delle donne “arrivate” e potenti è molto più alto. E la consapevolezza dei problemi che la carriera universitaria può creare alle donne induce le università a una politica di reclutamento del personale docente che tenendone conto, non metta le donne di fronte all’alternativa di dover scegliere tra carriera e vita familiare. Non di rado, ad esempio, quando un’università intende reclutare un docente (uomo o donna che sia) la cui assunzione comporterebbe il trasferimento di questo in un’altra sede universitaria, se il partner di questo docente è a sua volta un professore, l’università si adopera per trovare una collocazione adeguata anche per il partner diciamo così al seguito (che, ripeto, può essere anche un uomo). Ovviamente, mi rendo conto che questo non sarebbe possibile nell’università italiana, sotto tanti aspetti così profondamente diversa. Ma l’esempio vale a mostrare come negli Stati Uniti l’attenzione al problema sia incomparabilmente maggiore di quella che gli si presta in Italia.


Nel nostro paese il tempo ‘maschile’ per la ricerca alla lunga risulta maggiore e dunque più produttivo rispetto al tempo ‘femminile’, spartito tra il lavoro e la cura dei figli. Occorre invocare anche qui le ‘quote rosa’ o si può pensare a forme di sostegno alternative?

Confesso che sin da quando si è cominciato a parlarne negli Stati Uniti, molti anni prima che in Italia, io sono stata contraria alle quote rosa, e in linea di principio lo sono ancora. Non mi convinceva e continua a non convincermi l’idea di una misura protettiva ,che colloca inevitabilmente chi ne beneficia in una condizione di debolezza. Così come non più convincono, più in generale, tutte le iniziative che “genderizzano” un evento: i premi e i festival della letteratura, dell’arte, del cinema e quant’altro “al femminile”. Mi piacerebbe insomma che la competizione (perché di questo si tratta, quando si parla di carriera) fosse tra persone considerate veramente pari. Ma come ho premesso queste sono le ragioni di principio del mio scarso amore per le quote. Se detto questo si passa alla pratica le cose cambiano. Non c’è dubbio, infatti, che le quote in altri paesi hanno funzionato. Non c’è dubbio, ad esempio, che il maggior numero di donne nelle università americane, di cui prima parlavo, sia dovuto anche e forse in gran parte alla politica delle quote. In considerazione della situazione italiana, dunque, penso che al momento esse possano essere opportune. A condizione, a mio parere, che si tratti di rimedio e un incentivo limitato nel tempo. Quanto alle forme di sostegno alternativo, credo che possano e debbano essere il potenziamento (in molti casi la creazione) di strutture sociali che allevino il peso delle cure domestiche e familiari. Ma vorrei insistere sul punto che il problema è in primo luogo culturale. Perché rimedi e sostegni funzionino e le donne possano realizzare le loro aspirazioni personali, quali che siano, è indispensabile una nuova presa di coscienza della necessità di superare gli stereotipi di genere.

 

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