Rivista dell'Università in Movimento
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Un incontro mancato ma possibile. Storia delle donne e università italiana
Passato / Presente - Analisi
Elisabetta Vezzosi    26.08.12

width-400-100Ora come allora

Quasi 10 anni fa veniva pubblicato un piccolo libro di grande significato per la storiografia italiana, A che punto è la storia delle donne in Italia. Le parole della curatrice, Anna Rossi Doria, nella sua introduzione, rimangono vere ancora oggi:


da un lato la fase della legittimazione e autolegittimazione scientifica della storia delle donne è ampiamente conclusa…..dall’altro lato è tutt’altro che raggiunto il consenso della comunità accademica nei riguardi della storia delle donne e quindi l’integrazione di quest’ultima nel corpus della storiografia italiana.

 

Proviamo dunque, attraverso una breve ricostruzione del percorso della storia delle donne e di genere in Italia, e non solo, a capire i motivi possibili di questa perdurante debolezza accademica. La storia delle donne e di genere in Italia è legata inscindibilmente al movimento femminista degli anni Settanta e, dalla fine degli anni Ottanta, alla creazione e all’evoluzione della Società Italiana delle Storiche, l’associazione professionale nata nel 1989 con l’obiettivo di promuovere la ricerca storica, didattica e documentaria nell’ambito di questo settore.


L’esperienza statunitense 

Negli Stati Uniti la connessione tra movimento delle donne e gli womens’studies fu straordinariamente evidente. Già all’inizio degli anni Settanta nascevano le prime riviste di studi sulle donne che avrebbero avuto un ruolo centrale nello sviluppo della women’s history. Feminist Studies, fondata nel 1972, e Signs, il cui primo numero vide la luce nell’autunno del 1977. Caratterizzate da forte interdisciplinarietà, erano l’emblema di quella pluralità disciplinare che era al cuore dei Dipartmenti di Women’s Studies che, tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta, si diffusero e consolidarono nelle università americane: storiche, economiste, letterate, sociologhe, antropologhe, demografe, psicologhe, storiche dell’arte si muovevano nell’ambito di questo laboratorio comune.

 

Nell’ambito della storia, tra metà anni Settanta e metà anni Ottanta, prevalsero gli studi sulle donne bianche di classe media divenendo il punto di riferimento interpretativo. Solo a partire dalla seconda metà di quel decennio l’analisi delle differenze tra donne fu posta al centro della scena grazie all’interazione con categorie come classe, razza, etnia, religione, che valorizzò la diversità delle esperienze. Alle discussioni sulle categorie menzionate si aggiungevano quelle sull’intreccio tra prospettive regionali, locali e nazionali e sui confini tra sfera pubblica e sfera privata, sulle identità. Alla ricerca di nuove concettualizzazioni, la storia delle donne, come scrive Ida Fazio, era nata «per contrastare l’epistemologia classica della storia, che attribuiva al soggetto maschile caratteri di universalità». Ma l’esperienza delle donne non poteva essere analizzata e ripercorsa in maniera separata: era relazionale. Fu nel 1986 che Joan Scott, scrisse un saggio che sarebbe divenuto la pietra miliare della Storia di genere a livello internazionale, Gender: A Useful Category of Historical Analysis.

 

Il genere - definizione già usata dalla storica statunitense Natalie Zemon Davis nel 1976 - indicava il modo in cui mascolinità e femminilità si costruivano socio-culturalmente e prendeva le distanze dal determinismo biologico insito nel termine sesso. Ciò apriva nuove possibilità di analisi del passato delle donne, attraverso letture più critiche di una varietà di testi e una più ricca comprensione delle identità multiple di individui e gruppi non solo nei tradizionali ambiti femminili – la famiglia, la riproduzione, la sessualità, gli affetti – ma in quelli della politica, del lavoro, del rapporto con lo Stato. Nel 1989 veniva pubblicata “Gender & History”, oggi una delle principali riviste internazionali per la ricerca e la scrittura sulla storia della femminilità e della mascolinità e sulle relazioni di genere in epoche e continenti diversi mentre i dipartimenti di Women’s Studies si rafforzavano attraverso la legittimazione scientifica e accademica.

 

I ritardi italiani

In Italia tutto questo percorso è stato più lento, nonostante i primi lavori pionieristici, degli anni Sessanta, di Franca Pieroni Bortolotti (Alle origini del movimento femminile in Italia) e di Paola Gaiotti De Biase (Le origini del movimeno cattolico femminile) che per prime mettevano al centro il soggetto storico femminile. Tuttavia nel 1975 nascevano “DWF – donnawomanfemme”, concentrata sul pensiero politico e a carattere interdisciplinare, e nel 1981 “Memoria”, la prima rivista di storia delle donne, durata appena 10 anni. L’idea era quella «di trasporre la pratica politica femminista in un metodo storiografico che mettesse radicalmente in discussione le pretese universalistiche, generalizzanti, neutre, della storia raccontata dagli uomini». Furono queste riviste a far conoscere anche in Italia quello che le storiche straniere – negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Francia e in Germania – stavano elaborando.

Nel 1987, introdotto da Paola Di Cori, veniva pubblicato anche in Italia il saggio di Joan Scott e la categoria di genere diveniva oggetto di dibattito e attribuzioni di significato diverse anche se le storiche italiane non riuscirono a formulare interpretazioni originali, rimanendo piuttosto sulla scia delle storiche statunitensi. Al centro di molti dibattiti era la questione dei rapporti di potere e il loro modo di essere concettualizzati, con la precisa volontà di decostruire il modello, obsoleto, dominio/subordinazione che offuscava di il tema della agency femminile in molti ambiti: lavoro, famiglia, politica, economia, socialità, leadership.

 

Due anni dopo, nel 1989, nasceva la Società Italiana delle Storiche che, si legge nel suo Statuto oggi rinnovato, «si propone di valorizzare la soggettività femminile e la presenza delle donne nella storia; di fornire chiavi di lettura e nuove categorie interpretative, con particolare riferimento al genere. Si propone inoltre di rinnovare la ricerca e l’insegnamento e di promuovere la divulgazione del patrimonio scientifico e culturale prodotto dalle storiche, al fine di modificare l’attuale e unilaterale trasmissione dei saperi contribuendo alla costruzione di una cultura che intrecci parità e differenza».

Proprio la valorizzazione della soggettività, il riconoscimento dell’importanza del legame tra soggetto e oggetto della ricerca, parve dunque distinguere la storiografia italiana sulle donne. Le socie sarebbero state ricercatrici, docenti universitarie, insegnanti, archiviste, bibliotecarie e poi dottorande, studentesse, donne che svolgessero ricerca nell’ambito delle discipline storiche e della didattica della storia.

 

Le più recenti iniziative

L’anno successivo sarebbe nata la Scuola Estiva di Storia delle Donne, alla Certosa di Pontignano (Università di Siena), un luogo al tempo stesso di trasmissione dell’esperienza politica del femminismo e di nuove impostazioni storiografiche. Le destinatarie erano donne – e da qualche anno anche uomini - di diversa estrazione, occupazione, cultura, generazione. Oggi la scuola ha sede a Firenze, si tiene ogni anno alla fine di agosto e si avvale del sostegno, tramite borse di studio, di numerosi dipartimenti universitari, di amministrazioni locali, di organismi di parità.

 

Ad essa si affiancano corsi di formazione (soprattutto con la Provincia di Firenze) per donne occupate e non, e il Premio Franca Pieroni Bortolotti – nato ormai vent’anni fa, sponsorizzato dal Comune di Firenze (adesso dal Consiglio Regionale della Regione Toscana e dal Comune di Firenze) che valorizza tesi di laurea, di dottorato e le migliori ricerche inedite di storia delle donne e di genere.

 

Dal 1989 al 1999 la Società Italiana delle Storiche ha pubblicato la newsletter “Agenda” e nel 2002 ha fondato la rivista «Genesis»; accanto ad essa, la Società sta lanciando, insieme alla casa editrice Viella, una collana di studi storia delle donne e di genere, i cui primi volumi sono previsti per il 2013.

 

Il lavoro con le nuove generazioni

In Italia come altrove, a quasi quarant’anni dal suo avvio, è sconfortante constatare quanto sia difficile inserire la storia delle donne – per non parlare di quella di genere – nella trama della narrazione storica complessiva. Malgrado sia da tempo fuoriuscita dalla sua nicchia e sebbene sia impensabile per molti storici trascurare completamente questa dimensione, il suo spazio appare spesso ancora interstiziale.

 

Il suo successo futuro si fonda sulla capacità di esportare il proprio patrimonio intellettuale al di fuori degli studi specialistici e di intavolare un vero confronto tra generazioni. Le giovani storiche mostrano legami più flebili con la politica istituzionale, ma manifestano grande attenzione per l’intreccio corpo/sessualità/politica/potere e per nuove discussioni teoriche, un aspetto che la storiografia italiana delle donne e di genere ha prevalentemente trascurato, preferendo dibattiti su categorie “d’importazione” all’elaborazione di originali strategie discorsive.


Si tratta dunque di continuare a cercar di risolvere l’apparente opposizione tra storia delle donne e storia di genere, tra oppressione e agency, tra esperienza e discorso. L’agenda futura è densa di impegni: insegnamento e ricerca che colleghino locale e globale; riconoscimento non solo delle differenze tra donne ma dell’intersezionalità di genere, razza, etnia, classe, orientamento sessuale e nazione; ridefinizioni teoriche; dialogo inter-generazionale.

 

Le energie per riavviare una riflessione sul metodo esistono già: luoghi di incontro, buone riviste – La Camera blu. Rivista del dottorato di storia di genere, Storia delle donne (rivista online), Genesis (rivista della Società Italiana delle Storiche) –, una produzione scientifica di rilievo. Si tratta di mettere in campo tutte queste energie con forza e decisione.


Sul piano accademico, le recenti riforme universitarie hanno reso irrealistico un ampliamento degli insegnamenti di women’s and gender history, che si sono diffusi (e che in alcune sedi ancora esistono) negli anni Novanta. Le famigerate tabelle delle classi di laurea, unite al limite al numero degli esami hanno reso sempre più esile l’insegnamento di storia delle donne e di genere segnando una tendenza credo irreversibile. È anche vero del resto che se la storia delle donne e di genere acquisisse infine pieno diritto di cittadinanza il problema potrebbe autorisolversi perché non ci sarebbe più bisogno di insegnamenti specifici, “compensatori”, e - definizione che le storiche, italiane e non, hanno sempre rifiutato - aggiuntivi.

 

Abbiamo sbagliato in Italia, negli anni Ottanta, a non creare dipartimenti di Women’s Studies, rifiutando il separatismo disciplinare? Difficile dare una risposta che non tenga conto degli accesi dibattiti allora avvenuto su questo tema. Oggi è forse la creazione di Centri Studi di genere, Osservatori di genere, etc., l’attenzione al terzo livello della formazione, che può compensare e recuperare sul piano didattico (lezioni, cicli di seminari e conferenze, gruppi tematici) le carenze presenti? L’attività può essere intensificata nel settore della scuola, dei curricula all’interno dei dottorati di ricerca, della formazione long-life learning. Certo la diffusissima condizione di precarietà tra le giovani storiche, ad oggi quasi del tutto assente nelle ricognizioni e ricerche disponibili, non aiuta un rilancio della disciplina in ambito accademico segnando un rilevante gap tra quantità e qualità della ricerca e sua legittimazione.

 

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NOTE

 

Anna Rossi Doria, a cura di, A che punto è la storia delle donne in Italia, Roma, Viella, 2003.

Della stessa autrice vedi anche Dare forma al silenzio. Scritti di storia politica delle donne, Roma, Viella, 2007, cap. Didattica e ricerca nella storia e delle donne.

 

La citazione della Fazio è tratta da Ida Fazio, Gender History, www.studiculturali.it/dizionario/pdf/gender-history.pdf.

 

Joan W. Scott, Gender: A Useful Category of Historical Analysis, “The American Historical Review”, 91, 5 (December 1986), pp. 1053-1075.

Emma Baeri, Femminismo, Società Italiana delle Storiche, Storia, in A. Rossi-Doria, A che punto è la storia delle donne in Italia, cit., p. 170.

 

Paola Di Cori, Dalla storia delle donne alla storia di genere, “Rivista di Storia Contemporanea”, 4, 1987, pp. 548-559.

 

Maura Palazzi, Storia delle donne e storia di genere in Italia, in Sandro Bellassai e Maria Malatesta, a cura di, Genere ve Mascolinità. Uno sguardo storico, Roma, Bulzoni, 2000

 

Lo statuto della Società delle storiche può essere letto qui www.societadellestoriche.it


Le valutazioni sulla Società delle storiche sono tratte da Annarita Buttafuoco, Donne, storiografia delle, Dizionario di storiografia.

www.pbmstoria.it/dizionari/storiografia/lemmi/123.htm

 

Sulla difficoltà di far storia delle donne si vedano i risultati del Convegno Una nuova storia politica? Il genere nella ricerca, Roma, 12-13 novembre 2009, organizzato da Dipartimento di Studi Internazionali dell’Università di Roma Tre, Società Italiana delle Storiche, Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea, Giunta Centrale per gli Studi Storici.

 

Per un contributo alla discussione attuale sulla categoria di genere vedi Silvia Salvatici, a cura di, Il genere: un’utile categoria di analisi per la storia delle donne? «Contemporanea», XIII, 2, 2010.

 

Sulla precarietà delle storiche si vedano le ricerche e gli interventi a convegni di Laura Schettini. Seminario annuale 2001 Società Italiana delle Storiche, Generazioni, Precarietà, Leadership, Firenze, 17 giugno 2011, relazione dal titolo Precarietà, potere, appartenenza di genere; Istituto Gramsci Friuli Venezia Giulia-Istituto Livio Saranz, convegno Tutta la vita davanti. Giovani e futuro. Generazioni a confronto, Trieste, 15 dicembre 2011, relazione dal titolo Eternamente giovani? Uno sguardo alla precarietà intellettuale femminile.

 

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