Rivista dell'Università in Movimento
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Meti e Atena, amante e figlia di Zeus. Miti e immaginari persistenti nell’accademia italiana
Passato / Presente - Analisi
Annalisa Murgia - Barbara Poggio    07.06.12

 

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Da oltre un decennio in Italia la performance scolastica delle donne risulta sistematicamente migliore - in termini di tempi e di risultati ottenuti – di quella degli uomini. Secondo la nota informativa dell'Istat 8 marzo: giovani donne in cifre relativa al periodo 2009-2010, le giovani si laureano prima, in numero maggiore (115.974 contro 76.384), ottengono più borse di studio e fanno più viaggi di studio all'estero durante l'università. Inoltre, l'emancipazione dai valori culturali tradizionali legati ai ruoli di genere ha reso più ambiziose le loro aspirazioni in materia di lavoro e stile di vita. Tuttavia, persiste – e anzi è in continuo aumento – la maggiore precarietà e la minore retribuzione dei lavori svolti dalle donne, con delle notevoli conseguenze in termini di dipendenza economica, di percezione di redditi da pensione più bassi e di conseguenza di maggiore esposizione al rischio di povertà.

Precarie

Le donne sono maggiormente presenti sia tra i contratti dipendenti a tempo determinato che tra le collaborazioni, con un'incidenza del 14,3% sul totale dell'occupazione, a fronte del 9,3% dei lavori precari degli uomini. In altre parole quasi la metà di chi lavora in maniera temporanea – con un contratto dipendente o parasubordinato – è donna, nonostante le donne rappresentino circa il 40% degli occupati totali. Peraltro, il fatto che tra i lavoratori temporanei le donne siano molto più presenti nella classe di età superiore ai 25 anni (28% nella fascia 25-29 e 18% in quella 30-34) fa sì che l'instabilità del lavoro coincida con il momento di scelta rispetto alle scelte procreative, causando per un verso un maggiore rischio di mancato rinnovo del contratto (nel caso in cui si decida di avere dei figli) e per l'altro un aumento di situazioni di rinvii, se non di rinunce, alla maternità. La questione, dunque, non riguarda soltanto il numero di donne presenti nel mercato del lavoro – in ogni caso estremamente basso: 46,1% nel 2012, 12 punti percentuali inferiore alla media europea – ma anche – e a nostro avviso soprattutto – la qualità della loro presenza (Murgia, Poggio, 2012). In questo senso la recente crisi finanziaria non ha fatto che aggravare i problemi strutturali relativi all'occupazione femminile qualificata. Nel corso del 2010 la quota di occupate con un lavoro che richiedeva una qualifica più bassa rispetto a quella posseduta ha continuato a crescere a ritmi superiori a quelli maschili: l'incidenza, già ampia nel periodo pre-crisi, ha raggiunto il 23% in generale e il 40% per le laureate, contro il 31% per gli uomini laureati (Istat 2011).

Lavoratrici universitarie

Alla crescente precarizzazione del cosiddetto mercato del lavoro della conoscenza non fanno eccezione i percorsi professionali all'interno del mondo accademico. Come si nota dai dati MIUR sulle collaborazioni alla ricerca, le donne sono la maggior parte dei lavoratori in posizioni precarie. Nel 2007/2008 sono, infatti, il 57,9% di coloro che prendono una borsa di studio dopo la laurea, il 56,6% di coloro che vincono borse di studio post-doc, il 51,2% di coloro che vincono un assegno di ricerca e infine il 52,4% di coloro che hanno un contratto di collaborazione coordinata e continuativa nella ricerca, ma soltanto il 41,6% di coloro che hanno accesso ad un contratto a tempo determinato da ricercatore (Falcinelli, Guglielmi, 2010). E ciò accade nonostante le ricerche macro mostrino una relazione tra occupazione femminile e crescita economica e le ricerche micro mettano in luce che che sono proprio i gruppi di lavoro "misti" ad essere più produttivi (Del Boca, 2010; Martucci, 2011).

L'università a una dimensione

Le differenze si fanno ancora più marcate se si guarda al personale universitario di ruolo. Il rapporto del MIUR L'università in cifre 2009-2010 restituisce l'immagine di un mondo accademico caratterizzato da una fortissima segregazione di genere. Le donne rappresentano ancora poco più di un terzo del totale dei docenti di ruolo (35,1%), con delle notevoli differenze tra le tre qualifiche: sono presenti con una quota del 45% nel ruolo di ricercatore, del 34% in quello di associato e costituiscono solo il 20% degli ordinari. Viceversa, non sorprendentemente, la loro presenza sale tra i docenti a contratto: ve ne sono infatti 40 ogni 100.

Lo stato dell'Università in Italia, in particolare per quanto riguarda la forte segregazione sia in termini di composizione di genere che di generazioni, ha peraltro registrato un nuovo peggioramento nel corso degli ultimi anni. Il rapporto ombra del 2011 sullo stato di attuazione da parte dell'Italia della Convenzione ONU per l'Eliminazione di Ogni Forma di Discriminazione nei Confronti della Donna (CEDAW), in riferimento al VI Rapporto presentato dal Governo italiano nel 2009, ha ampiamente mostrato quanto i tagli ai fondi messi a disposizione per la ricerca attuati dal precedente Governo di centro-destra abbiano ulteriormente limitato l'accesso delle giovani donne alla carriera universitaria. Viene peraltro rilevato il rischio che

l'ingresso dei privati del mondo dell'imprenditoria nei consigli di amministrazione degli atenei, previsto dalla riforma Gelmini, unito ai tagli indiscriminati sull'istruzione e alla ricerca, può portare alla riduzione, o scomparsa, di alcune innovazioni disciplinari, come l'istituzione di corsi di Studi di genere, che con grande fatica in alcuni atenei si stanno realizzando.

La scarsa partecipazione e rappresentazione femminile nel mondo della ricerca scientifica è dunque strettamente connessa agli esigui investimenti dell'Italia in ricerca e sviluppo. Già ampiamente sotto la media europea, gli investimenti in ricerca sono stati ulteriormente ristretti, come supposta soluzione all'attuale crisi economica. Al momento, tuttavia, uno dei pochi risultati certi è stato il progressivo aumento della cosiddetta "fuga dei cervelli", soprattutto di quelli femminili.

E in Europa?

Nonostante l'Italia si collochi agli ultimi posti in Europa rispetto alla parità nella presenza di uomini e donne nelle carriere scientifiche (e non solo), la lettura in ottica di genere del quadro complessivo europeo non restituisce un'immagine incoraggiante. L'ultimo rapporto della Commissione Europea sulla partecipazione delle donne al mondo della scienza e della ricerca – She Figures 2009 – evidenzia il permanere di una netta segregazione verticale e del progressivo assottigliarsi delle componente femminile all'aumentare dello status nelle carriere accademiche in tutti i paesi membri. Pur essendo il 59% dei laureati e il 45% dei dottori di ricerca in media nella UE-27 nel 2006, ad oggi le donne sono solo il 18% dei docenti ordinari in tutti gli ambiti disciplinari, con una presenza ancora inferiore negli ambiti disciplinari scientifico-tecnologici (fino ad arrivare al 7,2% nelle facoltà di ingegneria e tecnologia).

Tra le principali motivazioni individuate per rendere conto del permanere (e talvolta anche del radicarsi) di queste asimmetrie ritroviamo in particolare:

  • la persistenza di forti squilibri nella divisione del lavoro di cura all'interno delle coppie, che rende più difficile per le donne la progressione di carriera negli anni immediatamente successivi al conseguimento del dottorato (National Research Council 2007);
  • la scarsa presenza di donne collocate nelle posizioni più alte delle gerarchie, che potrebbero rappresentare modelli di ruolo di riferimento per le giovani ricercatrici o agire in qualità di mentori per il loro percorso di crescita professionale (Comitato per le Pari Opportunità dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare);
  • la composizione di genere delle commissioni, spesso connotata da una dominanza maschile, caratteristica che non pare essere indifferente rispetto agli esiti della selezione (Bagues e Zinovyeva 2011) e più in generale il prevalere di un modello di eccellenza che appare non neutro rispetto al genere (Addis 2010).

L'eroe della scienza

A fronte dei dati presentati e delle principali motivazioni individuate per interpretarli, ci pare dunque di poter concludere che, nonostante i molti cambiamenti che hanno caratterizzato la condizione delle donne nel corso dell'ultimo secolo, soprattutto in relazione alle loro opportunità di accesso al sistema educativo e al mondo accademico, il divario da colmare resta ancora ampio e soprattutto non può essere visto solo come la coda di un trend storico, in via di naturale esaurimento. Piuttosto va sottolineata la persistenza di un modello culturale che continua a rappresentare la scienza come dominio maschile, praticata da adepti (uomini) esclusivamente dedicati alla sua pratica, guidati da totale abnegazione e disinteresse. Questa figura simbolica, eroica e maschile, va di pari passo con il dato per scontato di un soggetto complementare – generalmente una moglie o una compagna,  ma anche una assistente – che consente all'accademico di astrarsi dal mondo e di consacrarsi alla scienza. La presenza femminile, quando non è ancillare, è eccezionale, e così come ogni eccezione, conferma la regola.

Oltre Meti e Atena

Il superamento dell'asimmetria al centro di questo contributo non avverrà dunque naturalmente, ma dovrà necessariamente partire da un ripensamento del modello di scienza e del costrutto di eccellenza scientifica oggi dominante, basato sull'autoferenzialità, sulla cooptazione e su una visione totalizzante ed esclusiva della produzione scientifica, a favore di pratiche più partecipative e orizzontali e meno avulse dal  mondo, di sistemi di valutazione capaci di riconoscere le diverse dimensioni dell'attività scientifica (non solo la produzione, ma anche la riproduzione; non solo la performance individuale, ma anche la capacità cooperativa…).

Insomma uno scenario in cui i possibili copioni per le figure femminili possano andare oltre gli stereotipati ruoli di Meti e di Atena, le due dee della sapienza della mitologia greca, la prima amante di Zeus  (poi da lui ingannata e divorata, proprio perché troppo saggia e astuta), la seconda, nata dalla sua stessa testa, vergine e figlia fedele. Dei copioni e dei repertori culturali capaci di offrire cittadinanza a modelli diversi, anche nella consapevolezza che lo sviluppo della conoscenza ha molto più da guadagnare dall'incontro delle differenze che non dal presidio del dogma e dell'omogeneità.

______________________
NOTE

I dati dell'Istat sono su: http://www3.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20110308_00/

Per i dati dell'Università incifre consultare: http://statistica.miur.it/Data/uic2009_2010/Introduzione.pdf

BIBLIOGRAFIA

Elisabetta Addis, Scientific excellence. Meta-analysis of gender and science research – Topic Report, 2010.
URL: http://www.genderandscience.org/doc/TR5_Excellence.pdf

Manuel Bagues e Natalia Zinovyeva, Donne che giudicano le donne. In cattedra, «ingenere» 2011, URL: http://www.ingenere.it/articoli/donne-che-giudicano-le-donne-cattedra

Comitato per le Pari Opportunità dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, "Da "donne e scienza" a "donne, discriminazione, precarietà": fenomenologia, strumenti e pratiche di genere" in L'isola che non c'è, a cura di Barbara Poggio, Edizioni 31, Trento 2009.

Daniela Del Boca, Perché l'Italia ha bisogno di Womenomics, «Il Sole 24 Ore», 16 marzo 2010.

European Commission, She Figures 2009: Statistics and Indicators on Gender Equality in Science, Publication Office of the European Union, Luxembourg 2009.

Daniela Falcinelli e Simona Guglielmi, Donne al lavoro in R&ST. I percorsi le aspettative e gli ostacoli per le donne impegnate nella ricerca. Un'analisi qualitativa, Ufficio Consigliera di Parità della Provincia di Milano – AFOL Milano 2010.

Chiara Martucci, Le donne nel lavoro scientifico: un equilibrio perfetto tra nuovi e vecchi paradossi, «Dialoghi internazionali», 2011, 15, pp. 50-61.

Annalisa Murgia e Barbara Poggio, I giovani tra lavoro e non lavoro. Storie di equilibri instabili in una prospettiva di genere, «Sociologia del lavoro», 2011, 124, pp. 166-181.

Piattaforma italiana "Lavori in Corsa: 30 anni CEDAW", Rapporto Ombra 2011, URL: http://gdcedaw.blogspot.com/2011/07/

 

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