Rivista dell'Università in Movimento
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Liberalizzazione delle tasse e prestito d'onore. Studenti e destino dell'università
Passato / Presente - Analisi
Leonardo Madio    15.03.12

liberalizzazione-tasseIntroduzione

Che l'Università italiana fosse malata lo sosteneva anche il prof. Marino Regini (2008), il quale però, attraverso un'attenta dimostrazione, sottolineava anche le distorsioni e le denigrazioni presenti nel nostro dibattito pubblico. A più di tre anni di distanza dal pamphlet Malata e denigrata. L’università italiana a confronto con l'Europa si continua a parlare del sistema universitario italiano e della necessità di apportare dei correttivi per migliorarne la qualità della didattica e della ricerca in un contesto sociale estremamente mutato. Tuttavia, se l'Europa con l'Agenda Europa 2020, nel rimodulare e rilanciare la fallimentare Strategia di Lisbona 2010, definisce una serie di benchmarks da raggiungere per fare dell'Europa la più grande economia basata sulla conoscenza, il percorso intrapreso dall'Italia e gli strumenti progressivamente adottati richiedono un'attenta riflessione.

Gli osservatori esterni: schemi e ricette

Occorre, quindi, provare a guardare con un occhio esterno i cambiamenti intervenuti, anche analizzando le vecchie e le nuove proposte formulate dai vari commentatori e lo schema interpretativo dei fenomeni sociali. Nel 1999 Henry Hansmann (1999) sosteneva come il sistema universitario europeo fosse «sorprendentemente debole» se confrontato con quello americano poiché caratterizzato da un'ampia regolamentazione e centralizzazione che – per i sostenitori dei modelli di mercato perfettamente concorrenziali – produceva inefficienza. Tali problemi, a suo avviso, non erano derivanti dalla presenza o meno di un sovvenzionamento pubblico, che pur negli USA risulta esser più elevato specie se si tiene in considerazione la progressiva riduzione dei fondi nel sistema italiano, bensì nella sostanziale mancanza di autonomia delle singole università italiane, incapaci di esser concorrenziali. Secondo Hansmann, per risolvere i propri problemi le università italiane avrebbero dovuto esser sottoposte a quel «grande processo di privatizzazione» che aveva coinvolto tutto il mondo, mantenendo comunque un ruolo dello Stato solo ed esclusivamente in qualità di «sovvenzionatore» attraverso la forma di sussidi demand-side così da garantire una maggiore concorrenza di un sistema misto pubblico-privato.

Se analizziamo quanto accaduto in Italia negli ultimi anni ci si rende conto di come il susseguirsi di riforme e tagli, spesso senza alcuna logica, abbiano preparato il campo, attraverso veri e propri shock, per un indebolimento della credibilità delle istituzioni universitarie con l'intento di rendere più facili gli interventi di privatizzazione massiccia. In questo contesto si inseriscono le continue proposte, formulate a mezzo stampa o tramite appello, per completare il processo di privatizzazione del sistema universitario così da renderlo sicuramente più competitivo.

I fronti: liberalizzazione, innalzamento delle tasse e prestiti d’onore

Nell'idea dei sostenitori di tale modello diventa imprescindibile la liberalizzazione delle tasse universitarie, quale strumento per garantire una corretta informazione sul “prezzo” della didattica fornita e la successiva abolizione del valore legale del titolo di studio conseguito dallo studente. Attualmente, infatti, gli atenei statali sono tenuti al rispetto di un limite nella determinazione delle tasse e dei contributi universitari versati dai singoli studenti per poter accedere al percorso educativo. Tale limite, introdotto dall'art. 5 del DPR 306/1997, è definito nel 20% di quanto lo Stato attraverso il proprio concorso assegna alle università (FFO, Fondo di Funzionamento Ordinario). Un fondo progressivamente ridotto a partire dalla l.133/2008,
annualmente definito dal Ministero, spesso a fine esercizio finanziario, che ha portato nell'ultimo periodi gli atenei italiani ad incrementare le tasse universitarie anche al di sopra del limite previsto. Circa 33 Atenei hanno così compensato parte dei tagli sia con la riduzione dei servizi offerti sia con lo sforamento del limite previsto della normativa, nell'inerzia del Ministero. La direzione intrapresa è comunque chiara. Se si guarda gli schemi di decreti legislativi attuativi della l. 240/2010 è possibile dedurre i prossimi interventi su due fronti:

1) aumento delle tasse regionali per il diritto allo studio. A fronte di una sistematica carenza da parte dello Stato e delle Regioni nell'assicurare l'effettivo diritto allo studio ai capaci e meritevoli ma privi di mezzi, si intende ridefinire la tassa pagata da ogni singolo studente portandola a minimo 120 euro a massimo 200 euro con adeguamento annuale in relazione al
TIP (atto n. 436). In molte regioni la tassa regionale è notevolmente più bassa rispetto alla quota definita dal nuovo schema (es. Puglia, per l'anno accademico 2011/2012: 77,47 euro);

2) modifica degli indicatori per classificare la “virtuosità” di un ateneo e la sua possibilità di assunzioni in relazione al livello di tasse e contributi introitati. Per cui a fronte di un turnover
bloccato o ridotto, l'unico modo per soddisfare i requisiti minimi e per garantire il funzionamento della macchina amministrativa sarà quello di agire sull'unico fattore ancora variabile: le tasse universitarie. (Schema di decreto legislativo recante la disciplina per la programmazione, il monitoraggio e la valutazione delle politiche di bilancio e di reclutamento degli atenei).

Se nei prossimi anni vi potranno ancora essere ulteriori aumenti – imposti dal MIUR o frutto dell'autonoma scelta dei nuovi consigli di amministrazione delle università italiane, i quali contempleranno anche la presenza di soggetti esterni - nel lungo periodo, la strada che si sostiene sia necessario perseguire è quella della liberalizzazione complessiva delle tasse universitarie (Terlizzese e Ichino, 2011; Appello 2012). Gli studenti, rassicurati dalla possibilità di pagare tasse universitarie più alte attraverso l'erogazione di prestiti d'onore, sarebbero così liberi di scegliere l'università che assicurerebbe loro una migliore ed adeguata formazione in un contesto perfettamente competitivo e in grado di “attrarre” gli studenti migliori.

Schemi, ricette e realtà

Tuttavia, tali proposte si scontrano con i primi dati, frutto di osservazioni e non dell'aprioristica realizzazione di modelli matematici e schemi interpretativi, derivanti dall'esperienza inglese (riduzione del 15% delle immatricolazioni, anche se i termini – come sostengono Ichino e Terlizzese – non sono ancora chiusi), americana (lo scoppio della bolla speculativa, Harris 2011) e dalla più forte avversione al rischio delle famiglie italiane (Checchi e Leonardi, 2011). Specialmente in un contesto di crisi economica e di aumento delle disuguaglianze interne, occorrerebbe garantire la migliore e maggiore formazione possibile per gli studenti universitari, così da recuperare quella competitività troppo spesso decantata e mai realmente ricercata, eventualmente attraverso una riduzione delle già alte tasse universitarie italiane (i dati OECD 2011 mostrano come l'Italia sia la terza nazione europea con tasse universitarie più elevate, preceduta solo da Regno Unito e Olanda e al pari con il Portogallo;), rendendole progressive in relazione all'ISEEU dichiarato dal singolo studente e operando attraverso un reale controllo delle dichiarazioni presentate. Infatti, recuperando una fetta di evasione ed elusione si potrebbe intervenire sul sistema di tassazione anche a parità di gettito richiesto agli studenti.

Welfare, benefici e costi della formazione

L'obbiettivo da perseguire dovrebbe essere la garanzia di un welfare studentesco che liberi sì
lo studente, dandogli la possibilità di scegliere la sede ed il corso di laurea più adeguato alla propria formazione e alle proprie priorità di vita, ma che non gli accolli ben prima dell'inizio del percorso universitario un corrispettivo da pagare nel corso di un futuro lavorativo sicuramente segnato da incertezze e discontinuità di lavoro e reddito. Invece, i sostenitori di una graduale privatizzazione dei costi della formazione ritengono che sia necessaria la modifica delle modalità di finanziamento delle università, spostando gran parte dello stesso dallo Stato ai singoli studenti per operare una più «equa» distribuzione fra chi beneficia realmente dell'accesso all'istruzione.

Secondo Ichino e Terlizzese (2011), i benefici dell'istruzione sarebbero di natura privata e le eventuali esternalità positive derivanti da un livello di istruzione potrebbero risultare determinanti solo nel caso in cui molti cittadini ne usufruissero e comunque circoscritte soprattutto a un livello di istruzione non-terziaria. Tale tesi oltre a sposare l'idea thatcheriana dell'inesistenza della società e dell'individualizzazione di qualsiasi intervento, sottovaluta il ruolo dell'università nel percorso formativo di ogni singolo studente, specie laddove si richiede di incentivare il life-long learning, e non tiene assolutamente conto delle altre mission dell'università, a partire da quella legata alla ricerca i cui benefici sono direttamente ed indirettamente fruibili dalla collettività pubblica e privata (Labossiere 2012).

Teorie e crisi

Inoltre, tali proposte sono totalmente decontestualizzate – come consuetudine dei modelli nati nell'ambito delle teorie neoclassiche – e non tengono conto di come, in un periodo di crisi economica, risulti estremamente necessario favorire la maggiore partecipazione possibile a percorsi di formazione, non solo per le conseguenze sociali che ne deriverebbero ma anche per contrastare il già elevato numero di giovani NEET presenti. Inoltre, se si intende sostenere che l'investimento in istruzione sia un fatto esclusivamente privato e debba esser visto come un investimento con costi di ammortamento da spalmare nel corso degli anni anche alla luce del maggior livello retributivo derivante da un grado di istruzione più elevato, giova comunque ricordare che una fiscalità generale fortemente improntata in senso progressivo assolverebbe automaticamente a questa funzione oltre che determinare una maggiore redistribuzione dei redditi.

 

L'incremento delle tasse universitarie, a cui si affiancherebbero le ordinarie spese sostenute da ogni singolo studente universitario, rischierebbe di scoraggiare ulteriori investimenti nella propria formazione, specie se si intende perseguire quell'idea di economia della conoscenza sposata con la pubblicazione dell'Agenda Europa 2020 che definisce il risultato-obbiettivo di almeno il 40% dei giovani fra i 30 ed i 34 anni in possesso di una laurea. Dati rispetto ai quali l'Italia risulta essere estremamente in ritardo, con un indicatore fermo al 19% ed un risultato obbiettivo rimodulato in almeno il 27%.

Quello che comunque risulta essere evidente è l'inadeguatezza dell'approccio economico dominante ai fenomeni sociali che toccano molteplici aspetti della vita delle singole persone e rispetto al quale occorre, proprio partendo dalle istituzioni formative, costruire delle alternative economicamente e politicamente possibili, stimolando il dibattito e l'approccio critico anche partendo dal materiale didattico adottato per i corsi di studio.

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NOTE

Appello: Vogliamo liberare l’università. L'appello, i firmatari e le risposte alle domande sull'abolizione del valore legale del titolo degli studi (2012) – www.radicali.it

Atto n. 436, Schema di decreto legislativo recante revisione della normativa di principio in materia di diritto allo studio e valorizzazione dei collegi universitari legalmente riconosciuti (436)

-http://www.roars.it/online/wp-content/uploads/2012/02/Atto-436-Testo-Diritto-allo-studio.pdf.

Schema di decreto legislativo recante la disciplina per la programmazione, il monitoraggio e la
valutazione delle politiche di bilancio e di reclutamento degli atenei: http://www.roars.it/online/wpcontent/uploads/2012/02/schema-dlgs programmazione.pdf

Checchi D. e Leonardi M. (2011), All'Università con il prestito d'onore? No, grazie –www.lavoce.info del 20.12.2011

Hansmann H. (1999), Proprietà e concorrenza nell'istruzione universitaria in Mercato Concorrenza Regole, n. 3

Harris M. (2011), La bolla universitaria, Internazionale http://www.internazionale.it/la-bollauniversitaria/

Labossiere M. (2012), Is Education a Public Good? http://blog.talkingphilosophy.com/?p=4186

OECD (2011), Education at a Glance 2011

Regini M. (2008), Malata e denigrata. L'Università italiana a confronto con l'Europa, Donzelli, 2009

Terlizzese D. e Ichino A. (2011), Prestiti per studenti condizionati al reddito: Finanza pericolosa o gioco a somma positiva? http://www2.dse.unibo.it/ichino/ichino_terlizzese_28.pdf.

 

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