Rivista dell'Università in Movimento
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E-mail dalla protesta. Conversazione con Tiziana Drago
Passato / Presente - Analisi
Emanuela Annaloro    15.03.12

e-mail-dalla-protestaTiziana Drago ha curato un volume di racconto e di memoria intitolato «Preferisco di no». I ricercatori “indisponibili” e la “riforma epocale”, di prossima uscita con l’editore Guida di Napoli. Il libro ripercorre, dall’ottobre 2008 al febbraio 2011, i giorni della protesta dei ricercatori contro la riforma Gelmini rendendo pubbliche alcune fra le migliaia delle e-mail dei ricercatori universitari in mobilitazione e diffondendo alcuni dei loro documenti ufficiali. Preferisco di no si compone dunque di atti, delibere, ma soprattutto di lettere, di messaggi elettronici tirati fuori dai computer per lasciare una traccia visibile.

Eppure al piano testimoniale e documentale - e alla consapevolezza storiografica di parzialità che l’accompagna - Tiziana Drago interseca sin da subito quello del racconto epistolare. Le lettere trascritte qui hanno un peso speciale: sono la struttura e l’essenza stessa del libro, la forma e il suo contenuto. Potranno essere tecniche, accorate, serrate, tese, smaniose, secche, sbagliate, ma sempre il lettore le vedrà sorrette da una sintassi discorsiva rigorosa, argomentata, interlocutoria, diretta ad un altro la cui attitudine d’ascolto dovrà essere conquistata a ragion veduta. Nel piglio persuasivo delle e-mail risiede un nucleo intimo di verità che ne travalica la contingenza: la comunità dialogante di questo libro - che nella quieta e agonizzante Italia berlusconiana ha preso la parola ovunque ha potuto per dirsi viva e pronta - prefigurava una comunità umana civile e appassionata. Una comunità autenticamente democratica le cui sorti sono ancora in gioco.

Intentio auctoris e pietas filologica

Nell’introduzione dichiari la tua intentio auctoris: contribuire a salvare la memoria di un momento storico speciale, quello della mobilitazione dei ricercatori contro il DDL Gelmini, che ha prodotto «un patrimonio di intuizioni e riflessioni collettive» da cui si potrà ripartire per dar vita alla «costruzione di un nuovo orizzonte di possibilità». Nella lettura del libro, però, al fianco di questa dichiarazione d’intenti esplicita via via emerge un’intenzionalità ulteriore. Scegliendo di documentare le ragioni della protesta attraverso delle e-mail, infatti, hai assegnato un peso speciale alle parole che esse contengono, alla finezza dei ragionamenti, alla capacità di argomentare le tesi in sé. Come se ad una intentio auctoris di natura politica ed etica si affiancasse una intentio operis umanistica, di amore per i discorsi, di pietas filologica. Insieme alla “verità” c’era anche una “bellezza” da salvare?

Direi di sì. Ma quella “bellezza” era parte di quella “verità”. Le parole che questo lavoro ha salvato sono la ricerca di una “forma” che si contrappone a una politica ignara di qualsiasi prassi di mediazione istituzionale e culturale, pronta a fare terra bruciata persino delle più elementari procedure liberali di funzionamento del parlamento (Rosy Mauro docet). Nei confronti di questo ceto politico “informe”, specchio dell’apocalisse culturale in cui è sprofondato il nostro Paese, quale contrapposizione poteva essere più radicale delle parole e dell’astrazione dell’analisi? L’iter di approvazione del DdL Gelmini sull’Università ha squarciato un abisso quasi antropologico tra due mondi lontanissimi: da una parte lo ‘stile’ e l’agire politico della maggioranza di governo, avvezza a considerare l’orizzonte astratto della conoscenza un ingombro inutile e fastidioso; dall’altra i fermenti più fecondi di una mobilitazione che tentava di restituire valore alla conoscenza in sé. Dove per “valore della conoscenza” deve intendersi non chissà quale squisito ideale umanistico, ma la necessità concreta e materiale di questa funzione.

Il titolo

Giorgio Boatti ha intitolato Preferirei di no (Einaudi 2010) le storie di dodici professori universitari che si opposero a Mussolini rifiutandosi di prestare giuramento al regime. I tempi da allora sono certamente cambiati e cambiati sono pure i verbi: qui la scelta del rifiuto d’obbedire passa dal condizionale all’indicativo. Rimane la prima persona. Mi spieghi il senso del titolo e il perché delle virgolette?

Il titolo è ispirato a Melville: alla storia dello scrivano Bartleby, che esegue diligentemente il suo lavoro di copista, ma si rifiuta di svolgere altri compiti e mansioni servili. E disorienta il suo datore di lavoro con la celebre frase (che ho scelto di riportare tra virgolette). Quanto all’indicativo, lo preferisco al condizionale per la sua perentorietà. Il riferimento all’«indisponibilità» dei ricercatori si riferisce, ovviamente, alla forma di lotta adottata dai ricercatori strutturati (il rifiuto di ricoprire gli incarichi della didattica non obbligatoria). Ma accoglie anche altri significati: come espressione della non condivisione di un progetto di smantellamento del sistema pubblico di trasmissione del sapere (dalla ricerca alla cultura, dalla scuola all’università) e come opposizione al deterioramento e alla precarizzazione delle condizioni di vita dei più giovani.

Bilancio

Tu scrivi che «il dispendio di energie del fronte di lotta è stato enorme: l’Università non è, tradizionalmente, uno spazio di dialogo trasversale, ma una struttura rigidamente gerarchizzata e i ricercatori vi hanno introdotto, a costo di grandi sacrifici personali e collettivi, numerosi elementi di rottura». Quali sono secondo te i principali segni di discontinuità che avete marcato e quanto li giudichi durevoli? Ti chiedo, insomma, un bilancio complessivo della protesta.

È un bilancio doloroso: la sconfitta politica è stata netta. D’altra parte, non si può immaginare lotta più impari: abbiamo avuto contro la politica (maggioranza di governo, finiani, ma anche buona parte della sinistra, sempre pronta a cavalcare la retorica ‘modernizzatrice’ della meritocrazia e dell’“apertura al territorio”) e i poteri forti (Confindustria, grandi gruppi editoriali, intellettuali di regime). Il destino della Riforma – e la sconfitta del movimento di lotta – è stato deciso dalla sostanziale convergenza di queste forze, che hanno fatto gravare sull’Università e sulla ricerca, che non fosse al servizio spicciolo dell’impresa, un diffuso sospetto di inutilità se non proprio di nocività. E con fatica abbiamo conquistato il consenso di un’opinione pubblica incline alle generalizzazioni e plasmata a considerare l’Università come il covo di ogni nefandezza e privilegio. Il fronte dei ricercatori ha lottato insieme agli studenti e ai precari. Il resto del mondo accademico (quello in buona parte responsabile del degrado dell’Università) ha avuto una responsabilità storicamente grave: trincerato dietro l’ipocrisia di una “solidarietà” di facciata, è stato del tutto incapace di risoluzioni coraggiose, quando non apertamente ostile ad ogni iniziativa di mobilitazione reale. Per conformismo e per ignavia. Ovviamente, non è mancata, tra i docenti, qualche generosa eccezione.
Nonostante tutto, però, credo che questa esperienza di lotta abbia segnato una svolta culturale notevole: ha rappresentato una rottura all’interno di un sistema rigidamente gerarchico come quello accademico e poco incline ai cambiamenti: una rottura non solo necessaria, ma benefica per l’accademia tutta, che ha iniziato a pensarsi come comunità di studiosi con pari diritti e dignità, fuori di gerarchie indegne, che fanno a pugni con i valori della conoscenza, con quello che la conoscenza dovrebbe essere. Penso che, nonostante tutto, cancellare questa discontinuità non sarà facile.

Comunicazione e strategie di lotta

Mi ha colpito lo stile del libro, che contraddice in toto quanto affermato dai nostri linguisti. Nelle e-mail, infatti, secondo gli studiosi delle varietà della lingua contemporanea, prevale la rapidità comunicativa sulla pianificazione del testo: la posta elettronica è una forma di comunicazione scritta molto vicina al parlato (per intenderci più simile alla telefonata che alla lettera) e il suo stile dovrebbe tendere alla colloquialità. La sintassi poi dovrebbe essere prevalentemente coordinativa e i periodi brevi. Le e-mail che hai scelto, invece, sono sì improntate ad una grande volontà di chiarezza, ma non sono mai corrive. Al contrario sono colte, informate, argomentate, meditate, talvolta estese o fieramente polemiche. Ti faccio notare questa “dissonanza stilistica” perché mi sembra che sulla volontà trasmissiva che in genere hanno le e-mail, tra i ricercatori in protesta, sia prevalsa invece una tensione persuasiva tipica della scrittura saggistica. Quel modo di scrivere, secondo te, sottintendeva oltre che un particolare modo di essere anche un contenuto di lotta? Si voleva conquistare la vittoria con le armi della ragione? E a volte, come da qualcuno paventato, si è incorsi in un «semplice esercizio di ginnastica linguistica» p. 31? Più in generale, credi che le scelte e le strategie comunicative dei ricercatori siano state adeguate e all’altezza dei tempi?

Credo che quella dei linguisti sia un’analisi eccessivamente semplificatoria. Ogni movimento di lotta ha strumenti propri – anche simbolici – di comunicazione: il ’68 ha usato il ciclostile, la Pantera il fax, questa mobilitazione la mail (e il blog, i social network). La mail è stata lo strumento determinante nella costituzione di una comunità ‘virtuale’ di lotta come la Rete29Aprile (in cui confluiscono ricercatori e ricercatrici di tutti gli Atenei italiani) e nella diffusione in tempo reale di informazioni: mi viene in mente, ad esempio, il “bollettino di guerra” del dilagare dell’“indisponibilità” in tutta la penisola, da Nord a Sud. È stata anche una modalità di confronto assolutamente orizzontale e democratica: ognuno si rivolgeva a una collettività di lettori, confrontandosi e interagendo con le argomentazioni di tutti gli altri. E le analisi si facevano sottili, le sfumature di ogni parola importanti. La “tensione persuasiva” che tu hai notato nelle mail rispondeva alla necessità della decisione e dell’azione: all’interno della collettività dei ricercatori occorreva che ciascuno sollecitasse i più incerti e convincesse tutti gli altri della bontà della propria analisi e, conseguentemente, della linea di azione proposta. Tanto più se ci si rivolgeva agli altri soggetti in lotta (studenti, precari, forze sindacali), le argomentazioni dovevano farsi persuasive.

I contenuti e gli intellettuali

Hai curato un libro che ha per argomento la protesta dei ricercatori indisponibili, ma i contenuti sono in realtà molti. Ad esempio, ho notato che nella primissima fase della protesta, quando il movimento dei ricercatori nasce e si inizia ad organizzare a livello locale e poi nazionale, occorre più volte (già tre volte fino a p. 17) una sorta di parola d’ordine che serve ad autodefinirvi: «energie migliori». Segue una fase di grande e fervoroso lavoro collettivo e persino d’incredulità verso il peso crescente che progressivamente acquistate. Costante rimane poi il tema della visibilità esterna («bisogna far vedere al mondo esterno che esistiamo e che abbiamo la volontà di sopravvivere» p. 48), della concretezza delle azioni e dell’unità e coerenza del fronte dei ricercatori indisponibili. A ben guardare però il convitato di pietra dell’intero volume (e dunque anche il comun denominatore dei vari temi affrontati) è la legittimazione degli intellettuali nella sua forma più essenziale: la dignità sociale. Chi erano i ricercatori che protestavano? Che cosa difendevano? Che ruolo hanno adesso all’università? Pensi che i loro gesti di orgogliosa riappropriazione e la fierezza mostrata ne possano modificare alla lunga il destino?

Come ti dicevo, nonostante la sconfitta politica, credo che il nostro movimento di lotta abbia rappresentato una svolta culturale notevole. E una rottura degli equilibri interni all’accademia (ad esempio, si è messa in discussione l’assoluta e totale disponibilità dei ricercatori ad assolvere a compiti non previsti per legge). E ha costituito un elemento dirompente anche in relazione alla totale disabitudine dei ricercatori a pensare il loro ruolo (ma io preferirei dire, con Fortini, la loro “funzione”) nell’Università e a “formalizzare” questa riflessione in un’ottica di lavoro collettivo. Per la prima volta, negli Atenei di tutta Italia, si è avviata una riflessione sulla marginalità assegnata alla ricerca e ai ricercatori (che dovrebbero essere la componente qualificante dell’Università pubblica) come aspetto determinante della penalizzazione del sistema pubblico di trasmissione del sapere: la condizione «specifica» dei ricercatori ha costituito, per la prima volta, l’occasione di un ripensamento complessivo dei mutamenti in atto nel sistema. Questa specificità del fronte di lotta, che ha visto schierati non solo gli studenti – che varie volte in passato si sono mobilitati –, ma anche i ricercatori, ha determinato anche la scelta di un’arma di lotta specifica, che aveva il vantaggio di essere perfettamente legale e di poter essere usata per periodi sufficientemente lunghi: e cioè l’indisponibilità a ricoprire gli incarichi della didattica non obbligatoria. Il dopo è storia recente: l’approvazione della Legge ha imposto l’emanazione dei “decreti attuativi” e la scrittura degli Statuti da parte degli Atenei. L’orizzonte si è ristretto e ha imposto nell’immediato una virata di tipo “burocratico” alla lotta. Attualmente, è in corso il dibattito sull’opportunità di aprirsi a nuovi orizzonti e far avanzare il movimento sul terreno della costruzione di una più vasta rete sociale, politica e culturale, nella convinzione che se la pratica e la riflessione dei ricercatori resterà tutta interna agli Atenei si riuscirà tutta’al più nell’intento di mitigare gli aspetti più deleteri della legge di riforma dell’Università, ma si perderà ogni contatto con quello che accade nel Paese. L’originalità di visione e di spirito critico di una componente essenziale dell’Università, che non ha sviluppato solo capacità di adattamento e inclinazione al sacrificio, promette di produrre nel tempo fermenti benefici. In gioco non c’è solo il destino degli studiosi presenti e futuri. C’è il ruolo che una società attribuisce alla ricerca teorica, alla cultura e alla libertà di pensiero.

Domani

Avrei molte altre cose da chiederti, ad esempio sul ruolo delle donne nella protesta, sul peso delle discipline umanistiche, sul vostro vivace dibattito interno. Sono molti gli spunti che vengono dal libro, ma la domanda che mi preme di più è sul domani. Il DDL Gelmini è legge, i ricercatori sono in via di esaurimento, il paese è in recessione e tu in epigrafe scrivi un verso di Fortini: «noi porteremo a termine comunque il compito vegliando».

Gli spunti che poni sono tutti rilevanti: sul ruolo delle donne, posso dirti che nella realtà barese, come del resto in quella nazionale, le ricercatrici sono state determinanti per la nascita e il prosieguo del movimento di lotta. E spesso la ricchezza del dibattito ha toccato l’esigenza di un ‘linguaggio di genere’, come forma di avanzamento antidiscriminatorio essenziale, ma anche in nome del rifiuto della burocratizzazione e dell’idea della prevalenza del ruolo sulla persona. D’altra parte, il linguaggio è un organismo vivente, e deve modificarsi in base alle nuove cose che ha da dire. Su questo punto si è insistito, a mio avviso, giustamente. Prima di tutto per motivi generazionali, che ci hanno imposto una riflessione e un grado di comprensione dei mutamenti capace di marcare uno scarto rispetto alla generazione dei nostri predecessori: senza questo scarto – non solo in materia di linguaggio di genere, naturalmente – difficilmente avremmo potuto considerarci un movimento con ambizioni decenti. In secondo luogo, perché proprio nell’università si è assistito negli ultimi anni a un avanzamento parallelo di quei due fenomeni che vanno sotto il nome di ‘femminilizzazione’ da un lato (con il superamento numerico delle iscrizioni e delle lauree delle donne in facoltà tradizionalmente considerate maschili) e di ‘precarizzazzazione’ dall’altro (con una forte tendenza alle posizioni incerte, e una percentuale di presenza delle donne nelle posizioni apicali molto più bassa rispetto al loro avanzamento numerico). In realtà il problema è molto profondo, e riguarda da un lato la difficoltà degli uomini a cedere pezzi della sovranità simbolica che sta nella rappresentazione linguistica, e dall’altro la difficoltà delle donne ad accreditarsi nell’orizzonte del maschile: non è un caso se molte donne che occupano posizioni di potere fanno valere, al di fuori di ogni logica grammaticale, il primato della funzione sulla persona. Molto ci sarebbe da dire anche sul rapporto tra cultura umanistica e cultura scientifica all’interno del movimento di lotta: questi mesi di mobilitazione hanno messo in contatto persone con identità culturali molto diverse e hanno suggerito con sempre maggiore urgenza la necessità di un ripensamento radicale di questa distanza epistemologica, di come essa ha costruito nel tempo l’isolamento degli specialismi e quindi un pezzo grande della perdita di senso dell’Università in cui i ricercatori si trovano ad operare. L’apporto più fecondo venuto dalle Facoltà umanistiche penso sia stato quello connesso alla loro identità più profonda: quella connaturata a una lunga tradizione di pensiero critico e astratto. Ma qui il discorso ci porterebbe molto lontano.
Sul futuro. Al punto in cui siamo penso che sia assolutamente necessario mettere in gioco qualcosa che vada al di là dell’immediato. E credo che dovremmo mettere a frutto l’esperienza di analisi e di lotta che abbiamo consolidato sinora. Per proporre una riflessione più articolata sul mondo dell’Università pubblica, sulla formazione e sulla ricerca come beni comuni, per attivare un confronto che dica anche qualcosa di diverso sulla natura della ricerca e che operi una critica della sua attuale condizione, proprio a partire dai protagonisti. Ma questa riflessione non possiamo farla da soli, nel chiuso delle nostre biblioteche e dei nostri laboratori, senza confrontarci con le ragioni che vengono dalle altre componenti vitali dell’Università: sarebbe una riflessione asfittica e di corto respiro. Il confronto con i precari, con le altre fasce di docenza, con gli studenti è assolutamente vitale e inderogabile, se vogliamo essere un movimento in continua e produttiva tensione con i fermenti più fecondi della società, un movimento che sia qualcosa d’altro dalle mediazioni, dagli apparati, dagli organismi e dalle strutture organizzati, dai gruppi dirigenti che tessono, rammendano, ordiscono i fili della politica. Dirò di più: a me pare che una riflessione critica sul mondo della formazione e della ricerca non possa che essere strutturalmente connessa all’analisi della frammentazione come paradigma dell’organizzazione del lavoro contemporaneo (e dunque a tutta una serie di questioni che hanno a che fare con la politica e con la società nel suo complesso…). Non esiste nessun movimento che possa durare a lungo senza che si ponga come politico. Ovviamente non parlo di politica come adesione a partiti, come amministrazione o come gestione, ma come orizzonte di riferimento e come complessità dell’intreccio di questioni. Come occasione da cogliere per spingere più in alto in problema, e trovare più in alto la soluzione. Chi se non noi? Quando se non adesso? Abbiamo detto che vogliamo fare più ricerca, ma io direi anche un’altra forma di ricerca, perché non possiamo solo vivere questa occasione come un tempo a disposizione per fare le stesse cose di prima, ma un po’ di più; dobbiamo, credo, produrre un avanzamento del modo e delle domande. E per fare questo è indispensabile che il movimento si muova e cresca. L’apporto di altre energie non può che avvolgerci, proteggerci, farci maturare. Ora più che mai occorre occupare un territorio e liberarlo. E opporre a un sistema globale, che fagocita tutto e trasforma cose e persone in possibilità di mercato, un territorio liberato.

 

NOTE

Per chi lo desiderasse è possibile partecipare alla sottoscrizione di questo libro contattando Tiziana Drago a questo indirizzo mail: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

 

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