Rivista dell'Università in Movimento
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Sei domande a Walter Tocci su Pd, scuola e università
Passato / Presente - Analisi
Walter Tocci    09.12.11

intervista-tocciFrancesca Coin su PD e università

Caro onorevole Tocci, molti ricercatori in questi lunghi mesi hanno guardato a lei, e ad alcuni altri suoi colleghi, con fiducia per la passione e l'onestà etica di un lavoro estremamente complesso. È per questa fiducia e per il calore che ci lega a lei che le vorrei porre una domanda spinosa. Nell'attuale fase storica, tutte le forze politiche sono, lo vogliano o no, costrette a fare i conti con un potere esterno piuttosto violento, penso alle richieste della BCE. Mi chiedo: che succederà all’università qualora il PD andasse al governo? Nello specifico, sappiamo tutti che ci sono svariate spinte centrifughe all'interno del partito, penso ad esempio alle politiche del senatore Ichino tanto care alla destra, o ai sentimenti chiaramente europeisti di Enrico Letta. Il Segretario Bersani raramente si è espresso sull'università, quantomeno dopo il mese di dicembre 2010; sappiamo invece che vi sono tuttora forti contrasti interni al partito e che l'università rientra all'interno di un processo di smantellamento del welfare che si è già rivelato pericolosissimo nel caso greco. Cosa vede nel futuro, che cosa possiamo aspettarci, secondo lei, dal suo partito in termini di politiche universitarie, di precarietà, finanziamenti e diritto allo studio?

Cara Francesca,

è il tempo di osare. L'avversario non se la passa tanto bene. Siamo finalmente usciti dal tunnel dei neutrini e ci siamo liberati del “Ministro dell'Ignoranza”. I problemi restano gravi ma possiamo affrontarli con animo rivolto all'avvenire. Si, c'è la lettera della Bce, ma va letta come una debolezza di questo capitalismo della crisi che è costretto a imporre brutalmente ai popoli una ricetta “fallimentare” perché è incapace di conquistare il loro consenso. Non era mai accaduto prima. Pur con le sue tragedie, il capitalismo ha sempre avuto una narrazione positiva, ha comunque trascinato la crescita economica, l'ampliamento della democrazia e una mentalità fiduciosa verso il futuro, le “cattedrali moderne” di cui parlava il barbone di Treviri. Oggi, invece, porta solo cattive notizie: crisi sempre più gravi, mancanza di lavoro, diseguaglianze in aumento, porte chiuse alle nuove generazioni e paura della sovranità popolare, come si è visto nel paventato referendum greco. Perfino il linguaggio rivela ormai la sua narrazione negativa: le misure da prendere devono essere “impopolari” per produrre risultati. Da Agnelli a Marchionne, da Rockfeller a Madoff i personaggi del romanzo sono sempre meno suadenti. È un capitalismo nudo e crudo che non ha più tempo per convincere, deve solo vincere. Ma rischia di perdere proprio nell'animo dei popoli. Solo due anni fa nessuno avrebbe mai creduto che fosse possibile manifestare davanti a Wall Street. E soprattutto c'è una nuova generazione che prende la parola da Londra al Cairo, da Roma a Madrid.

Ma perché ci ritroviamo questo capitalismo della penuria e della paura? Eppure abbiamo vissuto un ventennio formidabile nella crescita della conoscenza, un vero balzo in avanti nella storia dell'umanità. Non solo per la compresenza di rivoluzioni scientifiche – la scienza della vita, della materia e dell'informazione – ma per l'opportunità mai vista prima di rendere accessibili a miliardi di persone i risultati di tali saperi. Chi si è appropriato degli enormi guadagni di produttività creati da queste conoscenze? La finanza ha succhiato valore dall'ingegno e dal lavoro di uomini e donne per accumularlo nelle rendite dell'economia di carta e di mattone. Una propaganda martellante vuole convincerci che questo modello economico è il più favorevole alla crescita della conoscenza. Ma quando gli storici racconteranno il passaggio di millennio dovranno constatare che una straordinaria crescita della conoscenza fu intrappolata da un'economia finanziaria che impedì alla società di cogliere tutti i frutti e di distribuirli per il bene comune. Agli storici non sfuggirà la contraddizione principale che a noi contemporanei è resa invisibile dalle ideologie dominanti: aumenta la potenza di trasformazione del lavoro e diminuisce il suo potere nella ripartizione delle risorse, nella formazione delle decisioni e nelle finalità della crescita.

Allora è tempo di osare per mettere in discussione tutti i discorsi dei corifei dell'establishment e per dare voce agli attori dei nuovi saperi. Ci sono le condizioni non solo nei movimenti che crescono ma anche in un pensiero critico che va fermentando. Questa vostra rivista ne è un esempio, così come la bella newsletter Roars realizzata da Franceso Sylos-Labini (http://goo.gl/I8fYV) e nel nostro piccolo la controinformazione legislativa prodotta dal Crs (http://goo.gl/qaF07). Anzi, dovremmo fare forza comune tra queste e altre iniziative.

Quando è in gioco l'egemonia la prima battaglia è sulle parole. Cominciamo a bandire l'espressione «economia della conoscenza» per sostituirla con «società della conoscenza». La prima è diventata un ossimoro, perché spesso l'appropriazione finanziaria distrugge il lavoro creativo. La ricerca e la formazione sono attività spirituali che arricchiscono la società, certo in senso economico, ma anche in senso civile, morale e culturale. La penuria del nostro tempo di crisi deriva dall'ignoranza di questa ricchezza.

L'università non è né un'impresa né una burocrazia, è un'istituzione, che non a caso si afferma in Europa prima del capitalismo e dello Stato. La sua autonomia nasce proprio da questo prius storico. La saggezza giuridica dei costituenti, infatti, giustificò tutte le autonomie, dai comuni alle università, come un “riconoscimento” delle istituzioni nate prima dello Stato (articoli 5 e 33). C'è molta differenza tra un'istituzione e un'organizzazione: la prima è fondata su un'arché interna e la seconda su un'arché esterna. L'istituzione è un organismo vitale e decade in una mera organizzazione quando viene costretta a seguire modelli artificiali. L'università è in crisi perché si è dovuta adeguare a modelli estranei alla propria natura. Una inconcludente retorica aziendalistica che prometteva apertura verso l'esterno si è risolta nel suo opposto creando un'elefantiaca burocrazia accademica.

Il mercato e lo Stato hanno un rapporto molto diverso con la conoscenza: il primo se ne appropria e il secondo la generalizza. Solo l'università crea la crescita della conoscenza. Il bla-bla politico, giornalistico e accademico ha oscurato queste differenze, ma è solo dalla distinzione di ruoli che può venire qualcosa di buono. Innanzitutto, l'istituzione universitaria deve ritrovare la propria arché nella relazione maestro-allievo. Tra i rapporti interumani è forse il più misterioso perché fondato su una sottile dialettica tra fedeltà e tradimento. Il maestro coinvolge nelle sua ricerca l'allievo e gli consegna un'eredità di metodi e di saperi, ma poi a un certo punto l'allievo va oltre quel lascito e cerca nuove strade. Da qui scaturisce la crescita della conoscenza. Aver indebolito questo processo chiudendo le porte ad un'intera generazione di giovani ricercatori è la causa principale della crisi. Diversi campi del sapere rischiano la sterilità perché ormai da troppo tempo i maestri non possono coltivare nuove generazioni di studiosi. Per molti di questi il tradimento non è più un atto conoscitivo, ma è diventato una fuga dal paese. La condizione dei ricercatori non è uno dei tanti problemi, ma è la questione centrale da cui ripensare l'avvenire dell'università italiana.

Il riformismo di destra e di sinistra dell'ultimo decennio ha dimenticato la natura istituzionale dell'università. Ne sono venute non solo politiche sbagliate ma perfino una cattiva agenda dei problemi. Tutta l'attenzione è stata concentrata sui mezzi è si persa la cura dei fini. Sono state scritte migliaia di norme che hanno messo in sofferenza la ricerca e la didattica senza risolvere alcun problema. Gli atenei sono stati risucchiati nelle angustie ministeriali proprio mentre dovevano aprirsi al mondo globalizzato. Bisogna capovolgere l'agenda delle riforme: basta con le leggi che burocratizzano gli atenei, occorrono politiche per la ricerca, per la formazione e per l'apertura internazionale.  

Mi è capitato di parlarne in una recente assemblea del Pd e ti assicuro, cara Francesca – le tue critiche mi costringono ad una vanità – ho preso gli applausi. Il Pd è l'unico partito italiano che si occupa di università mantenendo vivo un dibattito interno e un'interlocuzione esterna verso tutti i soggetti interessati. Ha condotto una battaglia rigorosa contro l'approvazione della legge Gelmini, correggendo le incertezze iniziali, e in questo anno nelle commissioni parlamentari ha smascherato tutte le nefandezze dei decreti attuativi (http://goo.gl/St9VC). Ha cercato un rapporto positivo con i movimenti degli studenti, dei ricercatori e dei professori, come nell'immagine di Bersani che tende la mano per salire sui tetti. Su questo ci potete contare. Poi, non ti nascondo la mia sofferenza di vecchio militante per le inadeguatezze, in gran parte legate alla crisi dei partiti di oggi. E quindi ben vengano anche le vostre critiche, che certamente possono aiutarci a migliorare.

Massimiliano Tabusi su pubblico e privato

Caro Walter, mi è capitato molte volte di discutere con esponenti del PD alla luce della cosiddetta recente "riforma" dell'università. In proposito ci sono non pochi punti sui quali la loro posizione mi è sembrata chiara e condivisibile. Su di un aspetto particolare, però, non me la sento di dire altrettanto, e per quello che ho percepito la posizione generalmente emersa mi è sembrata diversa da quella di tutto il movimento di protesta. Per questo  vorrei domandarti qual è la tua idea - ed eventualmente quale quella del tuo partito se pensi che non coincidano - sul rapporto pubblico-privato nelle università.  Pensi che in una futura nuova e seria legge di riforma (a proposito, ritieni che, se sarete al governo, occorra una nuova legge sull’università o credi che basti emendare l'attuale?) debba persistere un vincolo di legge che impone una certa partecipazione "esterna" all'università  nella sua gestione e nel relativo indirizzo dei temi di ricerca (come oggi si prevede ad esempio stabilendo un numero minimo di membri esterni nel CdA); oppure ritieni che l'eventualità di una collaborazione scientifico/gestionale di soggetti esterni debba essere valutata dai singoli atenei? E quale peso in tal senso assegneresti a Confindustria - che per la "riforma" attuale è entrata pesantemente in gioco - come interlocutore per varare una nuova riforma dell'università (o per i correttivi di quella precedente)? Pensi che per sua natura, e per il benessere collettivo cui è importante sia orientata, la ricerca - specialmente quella di base e quella umanistica - debba continuare ad essere soprattutto garantita dal pubblico, oppure credi che nel futuro possa essere progressivamente sviluppata dai privati?

Caro Massimiliano,

hai ragione, la costrizione dell'università nel paradigma aziendalista è servita a mistificare la realtà. L'impresa italiana è la più sottosviluppata di tutto l'Occidente dal punto di vista della ricerca. Il suo investimento è infatti inferiore a quello pubblico mentre in tutti gli altri paesi è il doppio o il triplo. Non solo, i maggiori volumi di ricerca privata sono realizzati da Fiat e Finmeccanica, cioè da due soggetti impegnati in ben altre attività, la prima a controllare i tempi della pipì degli operai e la seconda a distribuire favori ai politici. La ricerca privata è come un paziente in fin di vita che si alza dal letto e ordina al dottore la terapia giusta. Invece, dovrebbe riguardarsi e prendere le medicine di adeguate politiche pubbliche per il trasferimento della conoscenza. Circa un secolo fa la borghesia milanese che guardava all'Europa fondò la Bocconi, tanto di cappello per la qualità, non c'è solo Giavazzi. Oggi, la borghesia affaristica entra nel sistema universitario con il Cepu e le università telematiche. La leva dei membri esterni nei Cda serviva ad aprire le porte ai notabili politici e agli imprenditori assistiti dalla spesa pubblica. Al contrario, le esperienze positive di collaborazione tra università e imprese sono già state realizzate in passato senza bisogno di occupare poltrone nei Cda. È importante l’apertura verso il territorio, ma può realizzarla solo una istituzione universitaria consapevole che il suo carattere pubblico comporta la responsabilità di porsi in relazione con la società. Comunque, mi pare che in generale gli statuti abbiano applicato quella norma con molta saggezza fino a renderla inutile. Cancellare norme inutili o dannose sarà una specie di igiene legislativa.

Giuseppe Caputo su autonomia e responsabilità

Caro Walter Tocci, la Gelmini sarà ricordata per essere stato un ministro “contro” l’università. In nome di parole d’ordine come meritocrazia ed efficienza si è avviata una stagione, che adesso volge finalmente al termine, di svuotamento dell’università statale italiana. Una delle manifestazioni più gravi di questa politica è stata la sottrazione di autonomia agli atenei. Nel numero di componenti dei CdA, nel numero minimo di docenti nei dipartimenti e nei collegi di dottorato, con la fissazione dell’età massima dei rettori, col numero massimo di facoltà/scuole ogni aspetto della vita accademica è stato rigidamente normato. Inoltre, caso unico al mondo, i criteri per conferire l’abilitazione nazionale ai docenti non saranno stabiliti dalle commissioni di valutazione, ma dal ministero tramite l’ANVUR. Malgrado l’università meriti critiche anche aspre per la gestione delle proprie risorse economiche ed umane, non si può certo sostenere che la soluzione a questi malcostumi risieda in un accentramento ministeriale e in un assoggettamento della ricerca alla politica. Ritieni che l’autonomia delle istituzioni e l’indipendenza degli studiosi debba ritornare ad essere un elemento centrale per lo sviluppo dell’università? Credi che nella gestione dell’università si possa coniugare autonomia e responsabilità? 

Caro Giuseppe,

tu cogli l'altro paradigma che ha trasformato l'università in una filiale dell'amministrazione statale provocando un'alluvione normativa che ha sommerso la ricerca e la didattica. La burocrazia accademica è diventato l'apparato più rigido dell'intero Stato italiano. Rimango convinto che la gran parte di queste norme potrebbero essere sostituite da una buona valutazione della ricerca e della didattica. Se ne parla da dieci anni, ma ogni ministro ha preferito fare leggi sulla valutazione piuttosto che praticarla davvero. Arriviamo molto in ritardo rispetto ad altri paesi e rischiamo di sbagliare con l'ingenuità dei neofiti. Non può essere ridotto tutto alla bibliometria, rimane decisiva la peer review. Perfino i fisici, che sanno come la misura possa perturbare significativamente il fenomeno osservato, quando passano a gestire le politiche universitarie dimenticano talvolta il principio di Heisenberg. È elevato il rischio di suscitare un conformismo scientifico per aumentare il numero delle pubblicazioni o di favorire settori grandi rispetto ai piccoli o di agevolare comportamenti opportunistici. Sono effetti indesiderati ben conosciuti dalla letteratura internazionale, ma temo se ne abbia scarsa contezza nell'avvio dell'esperienza italiana. Il fallimento della valutazione sarebbe uno smacco che renderebbe ancora più forte il modello burocratico-ministeriale. Per evitarlo la valutazione deve liberarsi dalle cattive ideologie che l'accompagnano. È stata introdotta come una clava per domare gli atenei. Deve essere esattamente l'opposto, uno strumento a disposizione delle comunità scientifiche per maturare la consapevolezza di dove stanno andando e di come possono migliorare la qualità della didattica e della ricerca. È un modo per regolare la vita degli atenei in base ai fini e non più soltanto in base ai mezzi amministrativi. La valutazione deve essere l'autocoscienza dell'istituzione universitaria. Tramite questo esercizio di responsabilità l'istituzione trova il fondamento nell'unica archè che la giustifica e la legittima - la crescita della conoscenza - e si libera dai paradigmi avversi dell'azienda e della burocrazia.

Nuoce alla valutazione anche la retorica della competizione promossa dagli economisti-giornalisti che piegano sempre la realtà ai propri schemini scolastici. È davvero un mercato contendibile quello dell’istruzione? Forse per alcuni grandi pivot internazionali, ma i normali atenei sono condizionati da tanti vincoli territoriali, economici e normativi che impediscono una effettiva competizione. Infatti, si assomigliano sempre di più tra loro, smarriscono le differenze e convergono verso uno standard imposto dalle norme. La legge Gelmini ha portato all’estremo la contraddizione tra la retorica competitiva e l’omologazione burocratica. Nessuna differenza virtuosa è stata prodotta dalle continue riforme del decennio passato, le vere innovazioni sono piante rare cresciute su isolotti non sommersi dall’alluvione normativa. Perfino in Europa, dopo tanta enfasi sulla competizione, le analisi più avvedute registrano una crescente omologazione dei modelli universitari.

Le famose classifiche internazionali sono state interpretate male. Certo, non si trova nessun ateneo italiano ai vertici mondiali, ma ottengono piazzamenti dignitosi molti nostri atenei di buon livello. Questi dovrebbero lavorare insieme per poter affrontare l’apertura verso il mondo. Le reti di università dovrebbero essere la specificità italiana da sviluppare, non solo con la competizione, ma anche con la cooperazione a diverse scale: come paese per migliorare l’attrattività internazionale di studenti, ricercatori e investimenti; a livello regionale per integrare l’offerta ed evitare stupide sovrapposizioni; nel Mezzogiorno per realizzare una piattaforma di conoscenza rivolta all’area mediterranea. La valutazione dovrebbe essere posta al servizio di queste ed altre politiche di cooperazione, per scegliere le risorse migliori da integrare, per approfondire le diverse vocazioni, per differenziare l’offerta della ricerca e della didattica.

Guido Mula su finanziamenti e ricerca

Caro Walter, gli “sprechi” nel finanziamento delle università sono un leitmotiv della politica degli ultimi dieci anni e più, tanto che mentre l’Italia, nelle statistiche internazionali, è già agli ultimi posti per numero di docenti e studenti e per i fondi di ricerca (pubblici e privati), una malintesa “meritocrazia” giustifica ulteriori tagli indiscriminati. Altrove, per esempio Francia, USA e Germania, si sceglie di investire fortemente sulla formazione dei giovani e sulla ricerca. L’errore sostanziale italiano è pensare che premiare chi lavora bene e penalizzare chi lavora male implichi valutare la ricerca come un’azienda. Nella ricerca, infatti, le idee da premio Nobel (una minoranza) nascono quando il terreno è fertile grazie alla ricerca diffusa che produce, con il contributo di tanti scienziati “anonimi”, quel “substrato” di conoscenze indispensabile alla nascita di nuove idee. Le stesse eccellenze non esisterebbero senza la ricerca di base diffusa. Le scelte italiane vanno purtroppo in direzione opposta, con la costruzione di un sistema nel quale solo chi è particolarmente bravo avrà fondi, gli altri nulla: un’autostrada verso il suicidio culturale. Non dimentichiamo poi le tempistiche ministeriali di finanziamento, assolutamente imprevedibili (a volte quasi 10 anni dal bando!), che rendono impossibile una corretta programmazione della ricerca anche per i pochi che ottengono finanziamenti. È indispensabile un intervento di ristrutturazione urgente e profondo che preveda:

1) un controllo efficace, su regole certe definite a priori, degli esiti di finanziamenti erogati per il sostegno sia della ricerca di base diffusa che delle eccellenze;

2) una verifica efficace della congruità dei finanziamenti stessi con le aspettative e le strategie internazionali alle quali l’Italia stessa ha aderito, evitando tuttavia di scadere in una bieca numerologia delle valutazioni;

3) un controllo serio ed efficace della pianificazione pluriennale e delle tempistiche di erogazione dei finanziamenti per le università e per la ricerca in generale.

Quali sono la tua posizione e il tuo impegno rispetto a questi temi e a queste osservazioni?

Caro Guido,

condivido le tue proposte e aggiungo una considerazione più generale: la buona università non si fa con le leggi, ma con la qualità della ricerca. Un ateneo o un dipartimento che fa ricerca di livello internazionale di solito fa anche buona didattica e gestisce bene le risorse. Abbiamo sbagliato ad accettare che le così dette riforme dell’università si occupassero solo di norme amministrative e anche per questo oggi ci ritroviamo al punto più basso della politica della ricerca. Dieci anni fa avevamo i Prin e i Firb con risorse dieci volte maggiori e gestiti con vere regole di peer review, tanto da ricevere le lodi della rivista Nature. Oggi, siamo ridotti a pochi spiccioli gestiti secondo “metodi ministeriali”, addirittura con responsabili di panel sprovvisti di pubblicazioni scientifiche. Nel frattempo è nato l’IIT che dispone di tanti soldi e non riesce a spenderli. Da ultimo le lobbies insediate al ministero hanno lanciato i progetti Bandiera, senza alcuna motivazione scientifica. Con i fondi strutturali per la ricerca sono stati distribuiti circa 800 milioni di euro nel Mezzogiorno con la regia dei notabili politici regionali. È quasi scomparso l’impegno dello Stato per la ricerca universitaria e i dipartimenti sono costretti a vivere con i soli fondi europei e con improbabili finanziamenti privati. I soliti apologeti dell’esistente hanno cercato di legittimare questa situazione sostenendo che bisogna concentrare la ricerca su pochi obiettivi, ma hai ragione tu nel sottolineare il valore delle ricerca diffusa. Soprattutto oggi che si affermano nuovi saperi e si aprono frontiere imprevedibili proprio nell’attraversamento dei vecchi confini disciplinari.    

Ora abbiamo un ministro che si intende di questi problemi. È forse l’occasione per rilanciare la politica della ricerca come base di una “vera riforma” dell’università. La ricerca pubblica è il bastione da cui ripartire. Va messo in sicurezza e su di esso bisogna costruire un nuovo edificio. È l’ingegno italiano che ancora ci sostiene nel confronto internazionale: i nostri ricercatori sono tra i migliori al mondo per produttività scientifica e ultimi per i soldi che ricevono.

Emanuela Annaloro su grandi riforme e sedie rotte a scuola

Caro onorevole Tocci, la scuola subisce ormai da anni un continuo processo di riforme (degli ordinamenti, dei programmi, della gestione, della selezione del personale) che ne hanno per lo più confuso il funzionamento. All’altro capo del filo delle riforme però ci sono professori e studenti che lavorano e studiano in aule fatiscenti, tra banchi e sedie rotte. Qualche servizio giornalistico un po’ ad effetto di tanto in tanto ci ricorda che le scuole non sono in sicurezza e che nei bagni manca persino la carta igienica. Molto più raramente qualcuno mette in relazione questi aspetti materiali con le condizioni e le motivazioni dell’apprendimento. Una scuola senza mezzi, una scuola povera, una scuola brutta sono un messaggio sociale forte (persino più forte di certe riforme): dicono a chi insegna e va a scuola che non sono importanti e che importante non è il loro lavoro. Le rivolgo queste osservazioni in questa chiave: lei ritiene che un partito di sinistra come il suo una volta al governo debba ancora occuparsi di riformare la nostra scuola, o invece pensa che debba innanzitutto puntare a curare i bisogni materiali delle scuole? Ed eventualmente, sia in un caso che nell’altro, con quali priorità e risorse?

Cara Emanuela,

basta con le “leggi” su scuola e università, ci vogliono “politiche” per la conoscenza. C’è una patologia tutta italiana nel ridurre il concetto stesso di riforma ad un ammasso di norme che non risolvono nulla e appesantiscono solo la burocrazia. Le politiche, invece, richiedono la condivisione degli obiettivi e degli strumenti, sono processi graduali e verificabili, chiamano gli operatori interessati alla collaborazione, aiutano il cambiamento delle abitudini e promuovono la cooperazione tra diverse iniziative. Riformare la scuola è una forma di apprendimento collettivo. In questi anni invece è prevalsa la “riforma epocale” basata su stupidi slogan ad uso del circuito mediatico. Queste narrazioni riformistiche - totalmente autoreferenzali al ceto politico, tecnico e giornalistico - hanno espulso la vita reale degli insegnati, dei giovani e delle famiglie. Hai ragione quindi a richiamare la concretezza dei vetri rotti come misura di una vera intenzione di riforma. Posso solo aggiungere che questa sarebbe la “grande opera” da realizzare in Italia, non le autostrade, i ponti sullo Stretto, ma una riqualificazione degli edifici scolastici e di diverse sedi universitarie. Su questi finanziamenti i tagli sono stati più forti nel decennio. E invece bisognerebbe non solo garantire le condizioni di sicurezza alle scuole, ma farle più belle, arricchirle di strumenti didattici e attrezzature per il tempo libero, tenerle aperte giorno e sera, non solo per i giovani ma anche per l’educazione degli adulti, per sperimentare nuove relazioni tra la fascia dell’obbligo e quella della formazione universitaria. La rete scolastica dovrebbe diventare una vera infrastruttura della conoscenza. Forse è un obiettivo troppo ambizioso per il governo attuale ma dovrà essere un impegno per il prossimo governo di centrosinistra.

Claudio Giunta su università, scuola e lavoro

Sulla rivista (anche online) «Una città» del marzo 2011 leggo un’intervista a un ingegnere biomedico di 31 anni, disoccupato. Se tornassi indietro, dice l’ingegnere, non farei Ingegneria, farei il perito e andrei a lavorare: «tutti chiedono la formazione di un perito industriale o elettronico, non quella di un ingegnere biomedico. Insomma, un grado inferiore di studi, ma più preparazione tecnica. Ci avevano illuso sul fatto degli sbocchi. Invece nessuno ha poi trovato lavoro in aziende biomediche. Ora provo dispiacere, se avessi fatto l’Itis sarei già al lavoro, più anni di contributi e più soldi in banca». Uno dei lamenti che si sentono più spesso, nel dibattito sull’università italiana, è quello relativo alla mancanza di un canale post-secondario non universitario, qualcosa di simile alle Hochschulen tedesche: per creare dei profili che (per usare l’esempio appena visto) stiano a metà tra, diciamo, il perito industriale e l’ingegnere, e che incontrino meglio le richieste del mondo del lavoro. Lei che ne pensa?

Caro Claudio,

a promuovere un canale post-secondario non universitario fu il secondo governo Prodi e oggi il progetto stenta ancora a partire. E invece avremmo dovuto realizzarlo ancora prima, negli anni Novanta. Ci avrebbe consentito di affrontare meglio la riforma didattica del 3 e 2, senza piegarla all’esigenza di una formazione operativa che sarebbe stata assolta più propriamente dalle nostre Hochschulen. E ancora meglio avremmo potuto gestire i diplomi universitari che partirono in quegli anni per essere poi eliminati frettolosamente. Si poteva creare un sistema differenziato della formazione post-secondaria che avrebbe lasciato maggiori margini di flessibilità alla didattica universitaria, evitando una generalizzazione rigida per tutte le discipline del doppio livello della laurea breve e di quella magistrale. Comunque, sulla base dell’esperienza maturata il governo di centrosinistra dovrà ripensare l’offerta didattica dell’università, non con la numerologia cabalistica delle norme per l’accreditamento ora all’esame del Parlamento, ma sulla base di un ripensamento culturale all’altezza dei grandi mutamenti della conoscenza del nostro tempo.

In ogni caso queste riforme si scontrano sempre con l’attuale bassa domanda di lavoro qualificato che viene dal sistema produttivo. Abbiamo la metà dei laureati rispetto all’Europa eppure faticano a trovare lavoro. Ma non sono troppi i laureati, è basso il livello di conoscenza impiegato nell’economia italiana. Se non saremo in grado di innalzarlo continueremo a perdere competitività nel mercato mondiale e quindi a impoverirci come paese. Non si tratta allora di abbassare l’offerta formativa, ma di innalzare la qualità della domanda produttiva. La riforma dell’alta formazione si deve accompagnare ad un nuovo modello di sviluppo per creare lavoro qualificato tramite politiche dei beni comuni, dalla green economy, alle produzioni culturali, alla cura del territorio ai servizi alla persona. Con la crisi, però, non piove per tutti allo stesso modo. C’è una forte diminuzione delle immatricolazioni e sono soprattutto le famiglie povere e quelle del ceto medio in difficoltà che rinunciano a mandare i figli all’università. Si aggravano le ingiustizie sociali nell’accesso alla conoscenza e si ritorna ad una società che consente solo ai figli di papà di andare avanti. Cresce la quota degli studenti che non ottengono la borsa di studio pur avendone diritto. I giovani laureati del Mezzogiorno lasciano la loro terra senza la speranza di trovare un lavoro qualificato. In tutto il paese diminuisce lo stipendio dei laureati e aumenta la precarizzazione del lavoro intellettuale.

Il passato governo ha risposto con il fondo per il merito, presentato in Europa come la panacea di tutti i problemi dell'università italiana, con l'obiettivo di scaricare sulle famiglie il costo dell'istruzione attraverso i prestiti e di estendere le borse anche ai figli di papà. Su questo bisogna chiedere al nuovo ministro un'immediata inversione di rotta. Nell'ultimo forum del Pd è stata proposta una clausola di dissolvenza del Fondo per il merito a favore del Fondo per il diritto allo studio fino a quando questo non disporrà delle risorse necessarie a garantire la borsa a tutti gli aventi diritto (http://goo.gl/JeGQS). Porteremo l'emergenza della condizione studentesca nel dibattito parlamentare. Bisogna ottenere risultati tangibili già in questa fine legislatura e allo stesso tempo pensare al dopo-Monti.

C'è una grande questione sociale della conoscenza e va posta al centro di un nuovo progetto di governo della sinistra.

 

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