Rivista dell'Università in Movimento
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Intervista a Ugo Mattei sull'università come bene comune
Passato / Presente - Analisi
Gianni Piazza    08.12.11

intervista-ugo-matteiNel tuo saggio sui beni comuni l’università è intesa come bene comune, nel senso di luogo di produzione di sapere critico, ma che viene anche utilizzato, citando Althusser, come «apparato ideologico di Stato»; vorresti meglio precisare questi concetti  ed il ruolo dell’università nella società, anche alla luce della distinzione tra bene comune e bene pubblico?

Il bene comune non è una categoria merceologica ma una condizione di rapporto fra l’ essere e determinati luoghi. L’università è bene comune se vissuta ed interpretata come tale da suoi protagonisti capaci di comportarsi come una comunità ecologica, riproduttrice di sapere critico. L’università diviene apparato ideologico, dello Stato o del Mercato quando rinuncia alla sua funzione critica divenendo gerarchica o spettacolare.

Se la consapevolezza dei beni comuni si afferma nella lotta per la loro difesa, il movimento che ha visto mobilitati l’anno scorso soprattutto studenti e ricercatori  ha fatto emergere questa concezione tra gli attori della protesta e nel resto della comunità universitaria? Qual è la tua valutazione del movimento di protesta?

La protesta dello scorso anno ha aperto un barlume di speranza poi spento dalla pigrizia e dalla rassegnazione. La comunità accademica dei docenti si è affrettata a ubbidire alle assurde e burocratiche richieste ministeriali dando un miserabile spettacolo di sé. Buoni e zelanti allievi di un insegnamento aziendalistico ed efficientistico. Che malinconia …. Tutto nella speranza di conquistare qualche nuovo mini spazio di potere. Quanto ai ragazzi, dopo l’approvazione della riforma si sono persi d’animo e hanno disperso il momentum. Ma è andata sempre così con i movimenti ed è per questo che ritengo importante che si incanalino in un progetto referendario.

Tu sostieni che in Italia le «riforme a costo zero» danno attuazione ad un processo di privatizzazione/aziendalizzazione dell’università; Ritieni questo processo esaustivo per descrivere la  trasformazione dell’università nella fase di applicazione della legge Gelmini (L. 240/10)? Qual è la tua valutazione dell’implementazione della “riforma” in atto?

Io credo che la vera ragione della riforma non sia neppure il perseguimento di una visione aziendalistica e burocratica. Se così fosse sarebbe almeno una visione! Qui si va dietro al mattone! Si dispongono le norme per la vendita degli immobili di pregio e la costruzione di nuovi grotteschi campus . Insomma è la logica del saccheggio non solo dei beni comuni ma anche, in questo caso, dei beni demaniali appartenenti all’università.

Ritieni che si possa invertire questa tendenza e con quali modalità? Recentemente hai inserito anche la “riforma Gelmini” nel “pacchetto” di norme da abrogare tramite referendum «altamente simbolici ridotti ad unità dalla visione politica alta dei beni comuni »; quali norme in particolare abrogheresti e non pensi che oltre alla pars destruens, costituita dal referendum, occorrerebbe affiancare la pars costruens di una riforma “alternativa”, magari attraverso la proposta di una legge di iniziativa popolare?

Abrogherei la trasformazione in fondazioni (L 133) e la partecipazione dei privati ai cda. Inoltre va abrogato lo smantellamento delle facoltà a favore dei dipartimenti. Infine bisogna scongiurare il trasferimento obbligatorio di fondi alle università private. Certo che bisogna fare una legge di iniziativa popolare. La mia idea è che ogni referendum sia accompagnato da un simile disegno predisposto dalle comunità di utenti e lavoratori.

Su quali punti qualificanti dovrebbe basarsi un’eventuale riforma alternativa? Ritieni che il ruolo unico della docenza, articolato su diversi livelli stipendiali, possa essere uno di questi punti in grado di scardinare le logiche e gerarchie baronali?

Io sono per l’ uguaglianza salariale e la docenza unica, senza se e senza ma. Il prestigio all’università si conquista con le idee, la libertà intellettuale e la produzione scientifica non con i galloni ed i pennacchi. Io sono per la partecipazione paritetica con diritto di voto degli studenti e del personale non docente in tutti gli organi. Sono per forme di incompatibilità con l’attività privata e perché il tempo definito sia solo a contratto e non di ruolo. Insomma se l’università deve essere bene comune occorre rifiutare davvero verticismo ed esclusione. L’università deve smettere di essere governata dal potere. Almeno qui deve sempre prevalere il sapere!

__________________________________________________

NOTE

Sul tema si vedano U. Mattei, Beni Comuni. Un manifesto, Laterza 2011; e  G. Azzariti, A. Burgio, A. Lucarelli, A. Mastopaolo, Manifesto per l'università pubblica, DeriveApprodi 2011.

 

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna