Rivista dell'Università in Movimento
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Intervista a Silvia Dai Pra'
Passato / Presente - Analisi
Emanuela Annaloro    22.05.11

intervista-Silvia-dai_PraÈ da poco uscito per i tipi di Laterza Quelli che però è lo stesso di Silvia Dai Pra’. Il libro è un lungo racconto sul degrado della scuola delle periferie italiane ed è ambientato ad Ostia. La voce narrante del racconto coincide con quella della protagonista, Silvia, e per alcuni aspetti con quella della stessa autrice: una professoressa precaria di lettere con un curriculum tanto lodevole alle spalle da accrescerne nel suo ruolo d’insegnante senso d’impotenza e di frustrazione. La narrazione è condotta con toni ironici, dialoghi, scene e battute icastiche. Ma i modi ironici e autoironici non sono mai facili o svagati, semmai addensano domande e impensieriscono il lettore. Dai Pra’ mostra a freddo lo squallore delle nostre aule, l’insipienza degli adulti, lo sbando dei giovani e con essi il declino ormai metabolizzato del nostro paese.

Ti spiace se cominciamo la nostra conversazione con una domanda in apparenza un po’ letteraria sul genere del libro? In alcune recensioni (penso a Lodoli su «Repubblica») Quelli che però è lo stesso è stato definito un «reportage narrativo». Attraverso la narrazione, infatti, la cronaca dei tre trimestri in cui si scandisce l’anno scolastico subisce un trattamento letterario e diviene meno scarna e opaca. Quella del romanzo-reportage è un’etichetta un po’ di moda da Saviano in poi. Filippo La Porta (in Meno letteratura, per favore, 2010) riconduce questo tipo di scrittura alla tradizione del new journalism americano di Capote, Mailer, Talas, per i quali la realtà per colpire ha bisogno di essere messa in scena. Ti ritrovi in queste definizioni? Che grado di tensione c’è in quello che hai scritto fra la realtà dei nostri istituti tecnici di periferia e la finzione letteraria entro cui la incardini?

Non mi inserirei all'interno del new journalism - lì, per quanto la realtà venga romanzata, l'autore evita di descrivere se stesso, e tutti i possibili punti di contatto tra sé e l'oggetto della rappresentazione. Per quanto sia brutta questa etichetta, forse la categoria più appropriata per parlare del mio libro è quella dell'autofiction, cioè quel genere letterario, a sua volta molto in voga, che fa subito venire in mente l'opera di Walter Siti: l'autore porta il suo sguardo reale su scenari ricostruiti, usa se stesso per raccontare l'altro da sé, senza timore di mostrare quanto i due rischino di assomigliarsi. Se voglio ironizzare su un mondo giovanilista, preferisco farlo mostrando anche quanto io sia giovanilista, se voglio parlare di madri che si vestono come quattordicenni devo mostrare anche quanto io sia ossessionata dalle rughe, se vi racconto di ragazze che parlano solo d'amore e sentimenti non posso tacere sul mio lato “rosa” e sentimentaloide, su tutti i romanzi d'appendice, le canzoni di serie B o i programmi televisivi che si sono incistati dentro di me quando avevo la loro età. Il “contagio” non è solo fuori di me, è anche dentro di me: guardarlo dall'alto in basso non credo sia più credibile, di certo non lo è per me.

Silvia è la spettatrice-narratrice delle vicende. Il romanzo è scritto in prima persona, ma con un certo pudore autobiografico. A parte qualche vicenda personale - enunciata, mi sembra, soprattutto per testimoniare uno spaesamento generazionale - Silvia arretra dietro i fatti narrati, «guarda il gioco». Addirittura in molti dialoghi le togli la parola e lasci che il suo punto di vista emerga dalla parola altrui dei colleghi o degli studenti. Perché? Per evitare pose epico-liriche? Per rimarcarne il senso d’impotenza?

Quella dell'arretramento è innanzitutto una scelta stilistica – nell'avanzare spaesato del mio personaggio in questo mondo fa da costante contrappunto tutta una serie di cori, che sono quelli della classe o dei colleghi, tra chiacchiericci, nonsense, polemiche, stanchezze, curiosità, pettegolezzi, litigi. È un rumore di fondo che, secondo me, dà subito “l'odore” della scuola - i ragazzi che non riescono a prescindere dal loro mondo esterno e dal loro io, le discussioni che immediatamente si spostano dall'oggetto iniziale, i testi delle canzoni, le scritte tatuate, le insegnanti con i loro problemi familiari, i decenni di precarietà, le frustrazioni, gli scaricabarile, le pile di documenti burocratici... Così, insieme alla mia, nel libro possono entrare tutte le voci che compongono un mondo estremamente diversificato: se, in questo gioco di voci, ce ne fosse stata una ordinatrice, una che ha il compito di mettere a posto i ragionamenti altrui indicando ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, tutta questa struttura ne sarebbe rimasta tradita. Avremmo avuto di nuovo la voce che parla dall'alto di una cattedra.

Nel racconto citi un anti-modello esplicito: il libro Cuore. Lo citi due volte e ne stigmatizzi sentimentalismi e propensioni redentrici. Ma vi anche un altro anti-modello con cui polemizzi in modo più implicito ma forse anche più virulento: é il modello realistico-epico alla Saviano, da cui prendono le mosse, come abbiamo già detto, molti reportage narrativi italiani. Alla volta di chi assume pose epico-salvifiche indirizzi stoccate come questa: «si, lo so che adesso vi aspettereste che io mi rechi in pellegrinaggio alla lapide posta là dove morì Pasolini, ma siete d’accordo se vi risparmio una scena come questa, vero?»

Sul libro Cuore credo che abbia detto tutto Eco con l'Elogio di Franti: non potrei mai insegnare in una scuola che forma bravi muratorini sottomessi, futuri gerarchi fascisti o soldati che si andranno a far massacrare in una guerra mondiale – per me la soddisfazione più grande per un'insegnante consiste nel riuscire a far nascere nei ragazzi uno spirito critico - oggi più che mai, c'è bisogno di imparare a contestare, soprattutto visto che le grandi autorità non sono più autorevoli - altrimenti attecchiscono unicamente il senso di sfiducia, la disillusione, la depressione, la rabbia. Inoltre per me le pose eroiche sono impossibili, per carattere, per il mio «dio del disincanto», per propensione all'autoironia. Credo molto nel principio dell' “io sono qui”. Non sono Pasolini, non sono stata uccisa a Ostia né gettata fuori dal PCI, non sono stata processata per vilipendio alla religione, non sono neanche gay: se avessi portato il mio personaggio in visita sui luoghi della sua morte, lo avrei semplicemente trasformato in una sorta di Vate. Mi infurio se vengo sbattuta in una scuola a cento chilometri da casa, ma non dimentico mai che, nel mondo, le situazioni tragiche sono altre. Per questo mi sembrava adatto scrivere un libro di autofiction, permettermi delle variazioni che rendessero chiaro il luogo da cui sto parlando: la mia formazione, la mia classe di provenienza, le mie contraddizioni. Non sono altro che una trentatrenne che è cresciuta in un paese disastrato, che ha studiato molto, che ha una vita che funziona poco, con molti dubbi e poca fiducia. Non amo il linguaggio epico o religioso prestato alla vita laica, tra l'altro non sopporto neanche che, a proposito della scuola, si parli spesso di “eroi”, “vocazione” e “missione”, intanto perché è un modo per addolcire la pillola dello svilimento sociale ed economico di questo ruolo, ma anche perché chi ha una missione rischia sempre di riconoscere dignità solo a coloro che rispecchiano la realtà così com'è nelle sue idee. Nella scuola credo che dovremmo avere meno missionari e più professionisti, ben formati e professionalmente gratificati. Per tornare al punto delle pose eroiche, non credo neanche che, grazie al mio libro, la scuola pubblica diventerà un luogo più ameno, che la riforma Gelmini verrà bloccata, che gli adolescenti getteranno via i telecomandi e si ribelleranno contro la società. Non riesco a dare tutto questo valore salvifico alla letteratura, né a un singolo, anche perché credo che questo paese abbia da sempre il problema di avere troppi eroi e troppa poca società. Siamo una società mafiosa che ogni anno tributa il suo dolore ai martiri di mafia, una società omofobica che santifica Pasolini, una società razzista che si commuove per gli extracomunitari che muoiono in modo coraggioso. Questo uso ipocrita dei santini è uno dei tic italiani che mi fanno infuriare di più. Figuriamoci se volevo fare lo stesso uso di Pasolini, e, con un gioco di specchi, della mia persona.

Anche i personaggi hanno poco spessore. Li presenti come delle figurine vivide, tipologicamente riconoscibili, televisive. Li tratteggi con pochi tocchi e attraverso attributi fissi che li accompagnano per tutto il racconto. È così che ci presenti ad esempio la sprezzante collega Olimpia con il suv, la pelliccia, il marito primario ed il refrain sui benefici di legge che dovrebbe avere per via del padre malato. Si direbbe che nella presentazione dei personaggi calchi volutamente la mano sugli stereotipi relativi ai docenti e agli studenti, quasi a volerne rimarcare la disumanizzazione e l’omologazione. Mi sbaglio?

Tutto ciò è funzionale alla struttura corale, e, diciamo, anche comica del racconto. Una delle opere che cito tra l’altro è Fantozzi, che per me è un cult, la rappresentazione-simbolo di una società feudale che non si ribella, delle lotte tra poveri e della rincorsa da parte dei lavoratori a compiacere il potere. Gli adolescenti spesso faticano a liberarsi dall'omologazione, ma questo è, a mio parere, funzionale a un'età in cui essere simili ai coetanei e sentirsi accettati è il primo dei problemi. Caso mai il problema sono gli adulti, intesi non anagraficamente, ma come sintesi compiuta di una personalità: molto spesso la realtà che abbiamo attorno a noi è più stereotipata di un cinepanettone, e questo pone dei problemi di rappresentazione. Non è un caso che, spesso, le narrazioni più compiute sul paese, sia letterarie che cinematografiche, passino quasi necessariamente per il grottesco. Io mi sarei anche stufata di parlare di bunga bunga, proclami antimafia fatti dagli stessi collusi, festini coi trans, anatemi contro i gay, messe purificatrici della domenica, ma non possiamo neanche fingere che questa realtà non esista, altrimenti rischiamo una versione terzo millennio della “torre d'avorio”. E non possiamo neanche fingere che questa realtà non ci abbia cambiati, nessuno escluso.

Ironie e commenti icastici accompagnano la presentazione dei fatti fin dalle prime pagine, poi, intorno alla metà del libro, i procedimenti ironici s’incrinano. La prof. Silvia perde il suo «sorriso di bronzo» e la sua «allegria posticcia». Si direbbe che l’atteggiamento maieutico e sornione non paghi a contatto con gli studenti fascisti e coatti di Ostia e così al distanziamento ironico subentra un atteggiamento di scrittura più sofferto e autocritico, a volte apertamente meta-letterario. Insieme al filtro ironico cade infatti anche un altro procedimento distanziante: il ricorso alle «scene troppo emblematiche». Silvia prende solo così definitivamente atto «che la realtà è quella che è». Presenti come una sconfitta una presa di coscienza.

Per me il punto in cui il tono cambia è quando dei ragazzi raccontano un omicidio neofascista, e lo raccontano come «una cosa che può capitare» in gruppetti che passano le loro serate a cercare risse, criminalizzare il diverso e scazzottarsi. Roma, negli ultimi anni, è cambiata radicalmente, tutte le vecchie rappresentazioni di questa città ormai sono obsolete, le trattorie a prezzi stracciati, i quartieri-paesi, l'accoglienza, l'allegria. Le tifoserie della città sono diventate quello che sono, le aggressioni ai gay e agli extracomunitari sono all'ordine del giorno, i vecchi quartieri ormai sono abitati solo dai benestanti, mentre alla maggior parte delle persone toccano le periferie più squallide, lontane anni luce dal centro grazie a strade assaltate dal traffico. In questa situazione, la destra sociale è riuscita ad essere molto più attiva della sinistra, è un fatto: un po' per la solita crisi della sinistra e per la sua componente da salotto, un po' perché la destra propone, da sempre, soluzioni molto più semplici: «nel dubbio mena», tanto per ricordare una canzone che cito nel testo. Molto spesso la fascinazione per il fascismo di molti adolescenti viene liquidata come «fascismo-folkloristico», un vezzo da «ignorantelli», come se dovessimo allarmarci solo di fronte a chi legge Evola, Guenon e conosce a memoria gli eventi del ventennio, ma spesso sono quegli «ignorantelli» che stanno rendendo impossibile la vita a tutti coloro che possono essere identificati come diversi. Nel libro ad un certo punto dichiaro di avere osservato questo neofascismo generalizzato, questo culto della violenza e dell'azione «attraverso una spessa coltre di immagini audiovisive, ironia postmoderna e curiosità etologica». È un'autocritica al mio sguardo, al tono in fondo divertito con cui li avevo osservati fino a quel momento, alla convinzione che bastasse poco per cambiare la mentalità delle persone: poco più avanti, scrivo che «in due minuti di conversazione, è come se, tutti quanti, avessimo perso l'innocenza». Infatti, da lì in avanti non si ride più.

Il tema principale del libro è addirittura un tema di portata sociologica: che “cosa” sono i ragazzi delle nostre periferie? Che cosa abbiamo da dirgli da insegnanti se oltrepassiamo la corazza dei registri, delle note e delle sospensioni? È osare troppo rigirarti queste domande che il tuo libro catapulta sui lettori?

A volte anche le cose più stupide hanno significato. La cosa che amo di più degli adolescenti è il loro assoluto desiderio di chiarezza, quel bisogno di coerenza quasi disumano, che a loro causa tanti problemi, ma che a noi adulti, sprofondati in un paese che ha fatto dell'autoindulgenza la sua pratica più diffusa, ci costringe a confrontarci con ciò che siamo e ciò che siamo diventati. È bello poter tornare ad avere la regola di non pretendere mai dagli altri ciò che non riesci ad ottenere da te stesso, confrontarsi con chi costantemente ti mette di fronte alle tue contraddizioni: riuscire a mettersi costantemente in discussione è la prima prova di vitalità. Spesso i ragazzi fanno fatica a vedere attorno a sé modelli positivi: e per loro i modelli positivi sono modelli gioiosi. E non intendo gioia come il luccicare euforico di dentature rifatte di qualche presentatore, ma come quella forma di compiutezza che si avverte dentro di sé, nonostante ogni difficoltà, quando si riescono a coltivare degli spazi di significato e di umanità. In fondo, il primo motivo per cui ci ribelliamo alla società dei consumi, è perché abbiamo capito che tutto ciò che essa ci spaccia per felicità non ha nulla a che vedere con lei. So che tutti questi termini sono molto astratti, ma, nel mio infimo privato, sento di dare qualcosa ai ragazzi mostrando quanto, nonostante tutti gli affronti al settore, io sia felice di andare da loro la mattina, anche se guadagno poco, anche se per molti faccio un lavoro “da sfigata”. A noi sembra scontato, ma ci sono larghe fette della nostra società in cui è assolutamente normale vivere in un perenne stato di indebitamento pur di poter cambiare la macchina ogni anno. Portare la propria diversità “pazzoide” è già una resistenza, e può anche capitare che, dall'esterno, il tuo modello venga percepito come più positivo di quello di una Minetti. So che tutto questo è ben poca cosa, che odora di minimalismo e di riflusso; ma per qualsiasi cosa di diverso c'è bisogno di un progetto collettivo, di un'alternativa chiara che al momento non si vede.

Intrecciato al primo tema c’è ne è un secondo non meno rilevante: quello generazionale. Quelli che però è lo stesso è impietoso verso il mondo adulto: ci presenta una professoressa trentenne «malcresciuta», dei docenti stanchi e inadeguati, dei padri e delle madri incapaci di cura e di senso di responsabilità verso i figli. Leggendolo viene in mente Debenedetti: «e se la nostra è stata fino ad oggi un’avventura di orfani facciamoci almeno abbastanza adulti per essere compagni a noi stessi. Quanto al domani, procuriamo che i nostri figli trovino un padre al loro fianco, e non sentano il bisogno di guarirsene». Forse è un auspicio troppo grande, ma non pensi che la nostra generazione possa fare qualcosa per quelle che verranno?

Un po' la mia visione del mondo adulto è frutto di una mia personale idiosincrasia, però nasce anche dell'osservazione esterna. Se gli adulti sono adolescenziali quanto gli adolescenti, allora tutto ciò che ti lascia il tempo non sono altro che le rughe, la stanchezza, il fiato corto, il cinismo. Per quanto riguarda la nostra generazione, mi piacerebbe poterti rispondere di sì. Ma, a livello di grandi numeri, la nostra generazione è stata fiaccata dagli ultimi dieci-quindici anni di politica e società italiana: quando un sistema si rivela completamente sordo alle richieste della base, il ritiro nell'individualismo, la disillusione sono quasi automatiche. Certo, non siamo mai riusciti a raggiungere grandi numeri: sarebbe bastato che tutti coloro che hanno contratti precari si fossero astenuti dal lavoro per una settimana e il paese si sarebbe ritrovato in ginocchio. Quando è passata la riforma della scuola, i giovani insegnanti che erano in piazza erano forse il cinque per cento di quelli destinati a perdere il lavoro. «Ma tanto a che serve...» è una frase che si sente spesso in giro, la potrei dire anch'io, mi odio quando lo faccio ma, in fondo, anch'io non sono che un risultato di questo sistema. Sinceramente spero che le nuove generazioni sappiano pretendere di più di noi, arrabbiarsi di più, senza accontentarsi delle solite pacche sulle spalle paternalistiche o aspettare che Bersani dica qualcosa di sinistra. Tanto, bastiamo noi a testimoniare che la disgregazione, l'attaccarsi ciascuno al proprio contratto precario, non porta alla salvezza ma all'ennesimo contratto a progetto, alle ferie non pagate e a un licenziamento non appena rimani incinta.

Il finale è uno zoom out che suona come un’allegoria dell’Italia. La prof. precaria lascia la scuola e si allinea silenziosa alla coda di automobili, mentre sulle panchine rimangono solo pensionati che cercano di proteggersi dal sole. Silvia compirà trentadue anni a breve ma non ha progetti, non è matura, non è ancora «sistemata» o «rassegnata». Ma Silvia, precisi, è nata per l’appunto «in questo paese». Che paese è il nostro?

Penso che i gruppi di potere intenzionati a portare avanti un'opera di progressiva erosione della democrazia seguano il caso italiano con molto interesse. Diciamo che in questi anni abbiamo avuto l'alto privilegio di osservare (anzi, di vivere sul nostro corpo) la trasformazione di un paese dell'occidente iper-moderno in un paese che esplicita strutture, di potere, di classe e di genere, di stampo feudale, e il tutto senza che nessuno organizzasse un'opposizione realmente radicale.

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