Rivista dell'Università in Movimento
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Intervista a Giuseppe Silvestri
Passato / Presente - Analisi
Giuseppe Caputo    17.03.11

silvestriProfessor Silvestri, lei lavora nell’università pubblica italiana da circa quarant’anni. Come è cambiata secondo lei la nostra università?

Si sono scritti molti libri su come si è andata trasformando e sulle sue vecchie e nuove patologie. Cercherò di essere sintetico: è molto cambiata, in quarant’anni, una struttura fortemente embricata alla società e che ne segue ed accompagna l’evoluzione. Il cambiamento non è stato lineare e alcuni interventi normativi lo hanno segnato non solo in termini strutturali ma anche morali e professionali. Gli anni Settanta hanno visto il passaggio, accettato in modo più o meno convinto per quanto riguarda la classe docente e gli ambienti politici, all’università di massa; ai primi degli anni Ottanta un provvedimento di legge, il DPR 382/80, ne ha mutato gli assetti strutturali, giuridici e gestionali, introducendo nuove figure (professori associati, ricercatori) e strutture (dipartimenti, corsi di laurea); alla fine di quel decennio entrò in vigore, dando finalmente seguito ad un esplicito richiamo della Costituzione, la legge sull’autonomia universitaria (L. 168/89); legge poco frequentata nella sua valenza politica più alta, alla quale si è fatto riferimento più per limitare che per ampliare gli ambiti di responsabilità delle università; negli anni Novanta norme dall’apparenza “neutrale” andarono progressivamente irrigidendo il funzionamento delle strutture didattiche, creando le premesse culturali per l’accettazione di una sostanziale perdita di autonomia delle università. Il primo decennio del Duemila ha visto l’ulteriore irrigidimento delle regole per l’erogazione della didattica - quasi tutte riferite a condizioni ex ante, o a indicatori di performance sui quali molti rettori manifestarono forti dubbi e critiche più che fondate. Nella seconda metà del decennio ebbe inizio sugli organi di stampa una campagna demolitoria del sistema universitario statale senza precedenti che ha progressivamente consolidato un’immagine dell’università come struttura dissipatrice, autoreferenziale, incapace di servire il Paese e di gestire da sola quella autonomia che le era stata accordata nel 1989. Il sistema universitario non ha saputo reagire a questa campagna di stampa, ne ha sottovalutato l’incidenza sull’opinione pubblica, non ha potuto, o saputo, o voluto capire che si stavano creando le premesse per abbassare la credibilità delle università e soprattutto degli universitari nel dibattito che altri - partiti, Governo, Parlamento, Confindustria - stavano avviando e che ha portato all’approvazione della legge 240/10. Io ritengo che la situazione attuale sul piano della morale universitaria sia migliore di come la si vuol fare apparire. È vero che l’università ha sofferto e soffre di non pochi casi di evidente ed indifendibile malcostume, ma nel suo complesso è sana, i suoi docenti fanno seriamente una ricerca scientifica di qualità e, malgrado si siano visti progressivamente ridurre le risorse, complicare la gestione, ridurre l’autonomia, sono ancora in grado di laureare giovani che reggono il confronto con i loro colleghi provenienti da prestigiose università di tutto il mondo, che trovano collocazione negli ambienti scientifici più selettivi, che dimostrano, se messi nelle condizioni di farlo, che le loro doti personali e le loro competenze potrebbero arricchire questo Paese e fargli tenere il passo della crescita della società della conoscenza.

L’università italiana cambierà nuovamente a seguito della cosiddetta riforma Gelmini. Come giudica la nuova legge 240/10?

Un terzo provvedimenti utili, un terzo inutili, un terzo tra dannosi e demagogici. Faccio qualche esempio. Utili, malgrado qualche sbavatura demagogica, alcune norme anti nepotismo, vecchia tentazione dell’accademia che occorreva contrastare; mi auguro che reggano agli inevitabili ricorsi. Utile, secondo me, anche un ampliamento dei poteri dei rettori, fino a ieri spesso impediti nell’attuare interventi coraggiosi da norme eccessivamente garantiste. Utile, anche se ancora non chiara sul piano applicativo, la riunificazione all’interno degli stessi organi collegiali delle funzioni didattiche e di ricerca.
Inutili, secondo me, le norme sui concorsi, il listone nazionale, il secondo passaggio, le alchimie per la scelta dei commissari. Per contrastare fenomeni corruttivi evidenti ma circoscritti si sono via via inventate norme generali che hanno lasciato ai delinquenti lo spazio per delinquere, reso difficile alla grande maggioranza di persone per bene di lavorare secondo coscienza, e si è fatta aumentare la litigiosità, perché più norme si mettono più è facile commettere errori formali sui quali i ricorsi amministrativi trovano spazio. Solo demagogiche le norme che riguardano le scadenze obbligate e ravvicinate delle cariche elettive. Perché obbligare rettori, presidi, direttori di dipartimento che lavorano coscienziosamente, fanno progredire la loro università o l’organo collegiale di cui sono responsabili, ricevono il consenso del loro elettorato, a lasciare dopo un numero limitato di anni il loro incarico? Manca, ci tornerò tra poco, una vera cultura della valutazione ex post, del rendere conto di ciò che si è fatto e di come lo si è fatto e con quali risorse ed in che contesto. Si preferiscono complicate precauzioni ex ante che non salvaguardano le strutture e demotivano gli operatori, soprattutto i migliori. Tra le cause di demotivazione metto senz’altro la modifica dell’assetto delle carriere dei ricercatori. I ricercatori ex DPR 382/80 si vedono immessi in un ruolo ad esaurimento per fare posto, da domani in poi, ad una nuova figura assunta a tempo determinato, che ha davanti a sé, prima dell’immissione in ruolo, un lungo ed incerto periodo di precariato, durante il quale sarà vulnerabile rispetto alle crisi economiche e ricattabile sul piano della libera espressione del proprio pensiero scientifico e politico. Tutto questo nel periodo della vita nel quale si è più creativi, più aperti al nuovo, più sensibili agli stimoli scientifici e culturali che si agitano nel contesto internazionale. Altrettanto inutile e potenzialmente dannosa la norma riguardante l’assetto dimensionale dei dipartimenti, che non fa risparmiare e in molte sedi sta già provocando alcuni insensati accorpamenti volti a fare numero o a risolvere incompatibilità soggettive.
Potenzialmente dannose le norme che obbligano all’ingresso di soggetti esterni nei CdA delle università. Dipenderà molto dai contesti nei quali ci si troverà, ma sarà difficile evitare che un po’ dovunque la politica, non sempre nei suoi risvolti più commendevoli, entri nel governo delle università.

Immagino che abbia seguito da vicino i movimenti di protesta degli ultimi mesi. Come giudica nel merito e nel metodo le azioni intraprese da studenti e docenti?

Nel merito: si sono uniti all’interno della protesta movimenti e correnti di pensiero provenienti da aree culturali e ideologiche diverse, accomunati da una generale insoddisfazione verso l’atteggiamento della classe politica - tutta, non farei distinzioni di colore o di appartenenza - verso la cultura, l’università e la ricerca scientifica. Un’analisi più approfondita forse permetterà di valutare i contributi che alla protesta generale, condivisibile e più che motivata, hanno dato le diverse correnti. In molti, docenti e studenti, giovani e anziani eravamo uniti nel tentare di opporci al sostanziale abbandono, da parte del Governo attuale - ma se andiamo indietro nel tempo riconosciamo lo stesso atteggiamento, in forme più attenuate, anche in tutti i governi degli ultimi vent’anni - del sistema statale dell’istruzione e dell’università. A questa protesta di carattere generale andavano ad aggiungersi il disagio dei giovani ricercatori, la cui prospettiva di carriera diventava fumosa e l’angoscia degli studenti per il loro futuro, già incerto prima, adesso ancora meno prevedibile per effetto di una crisi dalle dimensioni e dalle dinamiche incomprensibili.
Parlando del metodo, innanzi tutto riconosco che i movimenti di protesta avevano oggettive difficoltà a manifestare incisivamente il loro dissenso. È stata scelta la non assunzione di compiti didattici ulteriori rispetto a quelli previsti dallo stato giuridico: se attuata in modo fermo e ampiamente diffuso, avrebbe certamente messo in gravi difficoltà il sistema universitario nel suo complesso. Ma erano troppe le contraddizioni interne e troppo contrastanti gli interessi coinvolti: una parte degli studenti, che chiedevano il completamento regolare del loro corso di studi, una parte degli stessi docenti, che in varie sedi hanno contrastato la protesta e svolto regolarmente le attività didattiche loro richieste, lo spettro della perdita di competitività - nuovo e, a mio avviso, negativo concetto che segna la nostra modernità - con gli altri atenei e la conseguente penalizzazione finanziaria da parte del Ministero. Solo in alcune sedi i promotori sono effettivamente riusciti a coagulare un ampio consenso verso questa forma di protesta. Personalmente avevo e mantengo forti dubbi sulla sua validità, in quanto ha fatto imbarcare un altro po’ di acqua alla già pericolante barca universitaria statale, senza incidere significativamente su un’opinione pubblica già prevenuta dalla campagna di stampa cui accennavo prima. Tuttavia, pur non condividendo i modi e le forme della protesta, ho provato anche io, da universitario, una sensazione di abbandono seguendo l’iter della legge e constatando l’atteggiamento sostanzialmente trasversale che per lungo tempo ha visto unito il Parlamento nella realizzazione del progetto di ridimensionamento del sistema universitario nazionale. Le tardive manifestazioni di solidarietà di vari esponenti politici, con passeggiate sui tetti e roboanti prese di distanza, hanno persuaso solo pochi fedelissimi ed aumentato il senso di scoramento dei più.

Lei si reca spesso all’estero a tenere lezioni e conferenze. Che opinione ha delle altre università occidentali? Pensa che da un confronto con esse usciamo davvero sconfitti come ormai si ritiene da più parti?

Il panorama universitario dell’Europa dei Ventisette è estremamente diversificato, con alcune università all’avanguardia per la ricerca scientifica, molte che erogano un’ottima didattica ed al cui interno si trovano dipartimenti con un alto profilo per quanto riguarda la ricerca, molte altre, soprattutto nelle aree periferiche di tutta Europa, che incontrano serie difficoltà a tenere il passo della ricerca internazionale e ad erogare una didattica di qualità per contenuti e metodi. La fase attuale dell’evoluzione del sistema universitario europeo vede alcuni Paesi come Francia, Spagna, Portogallo, Germania, investire nella ricerca e nell’alta formazione. Altri, come purtroppo il nostro, scaricare anche sull’università i costi della crisi e ridurre i finanziamenti. Non parlerei però di sconfitta del nostro sistema universitario. Parlerei piuttosto delle difficoltà che oggi i nostri docenti incontrano nello svolgimento delle loro attività istituzionali. Certamente oggi in Italia si fa più fatica e si lavora peggio che in alcuni altri Paesi europei, ma anche lì si osservano forti sperequazioni tra sede e sede e tensioni e preoccupazioni tra gli operatori. In Europa sta affermandosi lo schema organizzativo anglosassone, fatto di graduatorie e di allocazione delle risorse mediante meccanismi premiali e punitivi basati soprattutto sulle performance della ricerca. Sistema condivisibile solo se si è in grado di assicurare a tutti gli studenti universitari un servizio didattico adeguato ed efficace, ed a tutte le sedi strumenti e mezzi per dimostrare le proprie capacità. Non è così certamente in Italia.
Cito spesso a proposito di graduatorie tra università un report del 2008 dello HEFCE (Higher Education Funding Council for England), fortemente critico su quelle più accreditate internazionalmente, il cui titolo ne riassume l’impostazione: si misura quello che è importante o si dà importanza a quello che si può misurare? Mi auguro che quelle cui sta lavorando la Commissione Europea, la DG Ricerca, tengano conto delle osservazione dello HEFCE e che mettano a punto ed utilizzino indicatori e parametri affidabili ed imparziali.

Lei che è stato Rettore dell’Università di Palermo e conosce a fondo i meccanismi di governo dell’università, come crede che si possa intervenire sulla gestione dei nostri atenei per migliorarne il funzionamento?

Impossibile dare una risposta breve e applicabile alla generalità degli atenei. Quello che, tranne lodevoli eccezioni, vedo mancare nel nostro Paese è la diffusa e convinta adozione di politiche della qualità, intese come miglioramento continuo che alla valutazione dello stato in cui ci si trova, facciano seguire la progettazione e l’attuazione di opportuni interventi correttivi, la successiva verifica dei risultati ottenuti, per poi riprendere il ciclo. Facile a descriversi, difficile da adottare, anche perché, a livello normativo, non si va oltre a generiche ingiunzioni comportamentali o organizzative, e non si attuano, o se ne ritarda l’attuazione oltre ogni limite di decenza, interventi di carattere generale. Prendiamo per esempio la VTR (la Valutazione Triennale della Ricerca) salutata con interesse e favore dalla maggioranza degli operatori universitari. Il primo esercizio riguardò il triennio 2001-2003, coinvolse tutte le università e la maggior parte delle istituzioni di ricerca italiane, costò una cifra tutto sommato modesta e portò ad alcuni risultati di notevole interesse, primo tra tutti che in Italia erano presenti dipartimenti, laboratori e centri di ricerca che meritavano valutazioni di alto profilo e che erano sparsi su tutto il territorio nazionale. Esperimento interessante ma da affinare e soprattutto da ripetere periodicamente. Per anni il mondo universitario ne ha chiesto la ripresa. Due anni fa sembrò che ripartisse, come VQR (Valutazione Quadriennale della Ricerca) rivolta al quadriennio 2004-2007. Poi ritardi e indecisioni fecero spostare l’inizio all’anno successivo, e si chiamò sempre VQR, ma questa volta Q stava per Quinquennale. Andava pure bene, anche se le nuove modalità sembrarono di tale complessità da renderne problematica l’attuazione. E invece tutto si è fermato in attesa dell’ANVUR, l’Agenzia di valutazione prevista nel 2007, attuata da un decreto nel 2010, i cui componenti del Comitato Scientifico sono stati designati ai primi del 2011, che non ancora ha avviato i suoi lavori perché manca il decreto di nomina degli stessi componenti. Si parla dell’insediamento a settembre, appena cinque anni dopo la pubblicazione del decreto d’istituzione. Credo che il tutto si commenti da sé.

Lei è stato allievo di un grande maestro come il prof. Ercoli. Oggi si ha la sensazione che il delicato rapporto maestro/allievo coincida con le pratiche, da parte del maestro, della protezione e, da parte dell’allievo, della fedeltà. Stando così le cose, come si può riattivare uno scambio virtuoso di esperienze e conoscenze fra le generazioni di studiosi?

Protezione e fedeltà sono due manifestazioni della stessa patologia, che metterei nel capitolo del provincialismo. Non ne nego l’esistenza, ma ne ridurrei l’incidenza rispetto alla generalizzazione implicita nella domanda. Chi pratica e chi accetta o subisce quel modo di rapportarsi ed agire è mediocre, in qualche caso forse potente accademicamente, ma mediocre culturalmente e dannoso per il sistema universitario nel suo complesso. Non ho in mente ricette miracolose, so solo che le differenze tra menti libere e menti servili in generale si riflettono sui risultati delle attività intellettuali: innovative, coraggiosamente aperte al nuovo le prime, iterative, prudenti scopritrici del già noto le seconde. Non sarebbe - non è - difficile, per chi è del settore, distinguere tra le due categorie valutandone la produzione scientifica e non sarebbe - non è - impossibile riuscire, nei concorsi, nelle decisioni sull’allocazione delle risorse finanziarie ed umane, a tutti i livelli, da quello europeo a quello dipartimentale, a privilegiare le prime e lasciare in secondo piano le seconde. Su queste basi è facile che si coaguli una comunità di scienziati tra i quali il dialogo intergenerazionale è del tutto naturale e paritetico, l’emulazione è vissuta come costante sollecitazione all’approfondimento, ricerca e didattica diventano momenti di verifica collettiva e di stimolo soggettivo. Insomma, solo in quest’ultimo caso si dovrebbe veramente parlare di Università.

Che cosa del suo lavoro ha più amato? Che cosa vorrebbe che venisse tramandato?

Difficile non apparire retorico nel rispondere, alla fine della mia carriera, a questa domanda. Il rapporto con il mio Maestro, innanzi tutto. Raffaele Ercoli ha insegnato, al suo piccolo gruppo di collaboratori, ad essere ed agire nel contesto accademico avendo come riferimento quello che ho chiamato «Università» rispondendo alla domanda precedente. Ognuno di noi allievi ha usato quell’insegnamento trasportandolo all’interno della sua soggettività. Io spero di non averlo tradito. Sarei contento se quell’insegnamento fosse recepito e posto in essere dai miei colleghi più giovani.

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