Rivista dell'Università in Movimento
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Intervista a Luciano Canfora
Passato / Presente - Analisi
Massimo Pinto    24.11.10

int_canforaProfessor Canfora, lei lavora nell’università pubblica italiana da più di quarant’anni. Quali sono i principali cambiamenti che ha potuto osservare?

Il cambiamento più vistoso, ma deludente, è stato il fallimento del tentativo di creare una “università di massa”. C’è stato sicuramente un allargamento numerico dell’utenza, insieme però con un pesante abbassamento qualitativo: secondo me dovuto ad una interpretazione demagogica del rapporto studente-insegnante. Tale interpretazione demagogica purtroppo va imputata quasi esclusivamente alle scelte politiche e tattiche di ciò che si continua, sempre meno appropriatamente, a definire “sinistra”.

 

Come giudica gli attuali tentativi di riforma dell’Università italiana? Pensa, ad esempio, che la scomparsa della figura del ricercatore a tempo indeterminato possa avere una qualche utilità? 

Una legge generale non contraddetta, per quel che attiene alle riforme universitarie, è che la successiva peggiora la precedente. Nell’arco di tempo compreso tra il 1969 (liberalizzazione degli accessi) - anzi forse dal 1966 (legge 585: creazione del ruolo di professori aggregati che diverranno nel 1973 ope legis ordinari) - e il 2010 (DDL 1905) si sono succedute picconate vigorose purtroppo tutte improntate a un concetto acritico di “inclusione”, sorretto sostanzialmente da una mentalità sindacalistica. Tale modo di procedere ha letteralmente ingorgato l’Università italiana. Nel 1973, grazie ai «provvedimenti urgenti per l’università» i professori aggregati divennero automaticamente ordinari. Tali provvedimenti urgenti comportarono anche, ope legis, la promozione ad assistenti di ruolo di tutti i “ternati” nei concorsi per assistente. Nel 1981-1982 questi ultimi divennero in gran parte, grazie alla legge 382, ricercatori per la solita interpretazione sindacalistica delle norme di legge. Addirittura, nell’applicazione della 382 accadde che si includessero nel novero di coloro che dovevano passare nel ruolo di ricercatore, grazie ad un concorso riservato e apparente, anche tutti i borsisti a vario titolo circolanti al momento. Tutto ciò ha bloccato per 20-30 anni la possibilità di realizzare un vero ricambio e soprattutto un vero arricchimento fondato sulla qualità. Il ruolo di ricercatore fu snaturato immediatamente. I ricercatori divennero tacitamente un surrogato dell’assistente come contropartita della larghezza sindacalistica con cui erano stati assunti. Scoprire improvvisamente che sono una figura pleonastica fa sorridere: andrebbero invece deposti dall’insegnamento quei docenti, ora professori ordinari allora sindacalisti, i quali imposero, adoperando la forza del sindacato e del partito, l’interpretazione sindacalistica della 382.

Le attuali forme di reclutamento del personale accademico sono oggetto di critiche in diversi casi fondate, superficiali se non moralistiche in altri. Esiste, secondo lei, un sistema equo di reclutamento?

Sì. Quello vigente soprattutto in Germania, Svizzera e Francia, paesi nei quali le candidature si presentano direttamente alla Facoltà che bandisce il posto e che quindi si prende la responsabilità delle proprie scelte. L’altra via è quella di una vera lista nazionale svincolata dai bandi legati alle singole sedi; ma in quel caso la formazione delle commissioni giudicatrici non dovrebbe essere affidata al cieco sorteggio. 

Al di fuori del mondo accademico la percezione del lavoro di ricerca nell’ambito “umanistico” è indistinta, talora inesistente. Che cos’è la ricerca in questo settore e qual è la sua utilità?

Intanto distinguerei, nell’ambito «umanistico», l’ampia galassia delle discipline contemporaneistiche, che hanno comunque uno sbocco esterno in settori anche vitali. Nel caso particolare della storia contemporanea addirittura un esito immediatamente politico e diplomatico. Invece il sapere storico riguardante il passato via via più remoto rientra palesemente nel campo dello studio disinteressato, cioè di quella che si chiama “ricerca pura”. È convincimento diffuso che si sottragga a ciò l’archeologia, ma è vero solo in parte: spesso è una gonfiatura l’interesse del mondo esterno verso l’archeologia, è solo un dignitoso escamotage per ottenere finanziamenti. Per un assessore regionale una scoperta archeologica vale sicuramente meno di un concerto di fine anno. Va però riaffermato un concetto, che cioè la ricerca pura non è giovevole soltanto nel campo dell’alta specializzazione ma è un’esperienza formativa anche per chi insegnerà nei vari ordini di scuola. Un insegnante che non ne abbia mai fatto esperienza negli anni universitari sarà un mediocre insegnante. Da questo punto di vista la ricerca pura nel campo delle scienze umanistiche non è dissimile dalla ricerca pura nel campo delle scienze “dure”.

Che ruolo hanno avuto, secondo lei, gli antichisti nella cultura italiana degli ultimi due secoli?

Dopo la querelle des anciens set des modernes e dopo la Rivoluzione francese l’egemonia degli studi classici in Europa risultò scossa. La cultura dell’Enciclopedia era la cultura dei moderni, era quella scientifica. La riscossa dei “classici” è dovuta al romanticismo, cioè ad una corrente filosofico-letteraria estremamente ambigua, che si pretendeva moderna e in molti tratti era passatista. L’epicentro di questa riscossa fu la Germania, e il modello di scuola affermatosi in Germania si diffuse in diversi paesi e anche in Italia. Era una scuola imperniata sull’asse antichistico. Questa prevalenza è stata scossa da più ondate, il che ha determinato un curioso fenomeno: le forze intellettuali migliori, nonostante tutto, si orientavano verso le scienze e le discipline moderne, ma l’egemonia strutturale dei classicisti permaneva. Non è difficile capire che ciò ha determinato, a un certo momento, l’egemonia di persone mediocri, ferme restando rilevantissime eccezioni in diversi paesi. Il caso italiano è dei meno entusiasmanti: ha ricopiato il modello tedesco innestandolo su un forte nazionalismo a base romana. Questo nazionalismo “romanolatrico” ha svolto un ruolo devastante in epoca fascista, ma neanche allora ha avuto una vera egemonia. Il senso dei nostri studi è di acuire lo spirito critico e di alimentare criticamente la ricerca storica. Gli antichisti possono tornare ad avere un ruolo straordinariamente efficace se rinunceranno alla pretesa di costituire la cultura dominante.

E oggi, qual è la situazione degli studi sul mondo greco e latino in Italia?

Nelle scuole si vive un paradosso: un architrave classicistico ancora sopravvive ma è una larva. L’alternativa potrebbe essere trasformare questa situazione di grave disagio in un valore positivo: l’Italia come produttrice di specialisti che altri non hanno più o quasi – ma ciò dovrebbe comportare un miglioramento netto dello stile di lavoro e di insegnamento. Altrimenti non resta che adeguarsi alle scelte già compiute nel resto d’Europa trent’anni fa.

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