Rivista dell'Università in Movimento
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Una risposta inevasa
Italia / Europa - Biblioteca
Emanuela Annaloro    19.05.10

Frank Furedi, Che fine hanno fatto gli intellettuali? I filistei del XXI secolo, Raffaello Cortina Editore, Milano 2007

 

images.jpgIl saggio di Furedi s’inserisce in un antico filone di studio che parte dal Tradimento dei chierici (1927) di Jules Benda e denuncia la perdita di autorevolezza e di prestigio degli intellettuali per ragioni riconducibili ad un loro “tradimento” del ruolo. Il libro si compone di sei capitoli dai titoli molto allettanti: Svalutare l’intelletto, Trivial Pursuit, Banalizzazione, Ingegneria sociale, La cultura della lusinga, Trattare le persone come bambini. I presupposti filosofici su cui s’incardina il discorso dello studioso sono l’universalismo degli intellettuali, l’autonomia della cultura, l’oggettività della verità. In nome di questi tre assunti, il sociologo conduce la sua critica alle istituzioni culturali e universitarie e accusa gli intellettuali di «filisteismo», ovvero di essere in realtà dei conservatori privi di buon gusto, dediti perlopiù a politiche di falsa inclusione sociale. Ne risulta un libro che è meglio leggere al netto delle sue interpretazioni, perché se in sociologia si parte da postulati e non da ipotesi si documenta molto e si dimostra poco. Il materiale descrittivo è infatti abbondante (specie in riferimento al mondo accademico anglosassone) e un lettore avvertito ne trarrà comunque indicazioni interessanti.

Ad esempio in merito alla discussa questione della valutazione della ricerca e della didattica. Furedi nota che le procedure di valutazione messe in atto nel Regno Unito da enti esterni all’università ne trasformano alla radice il modo di funzionamento: esse infatti finiscono col promuovere «attività ridotte e standardizzate che possano essere facilmente misurate, soppesate e servite a un pubblico infantilizzato» (p. 137). Ancora molto interessante è il quinto capitolo dedicato alla «cultura della lusinga», in cui Furedi nota come l’agenda dell’inclusione sociale -  con i suoi meccanismi di gratificazione, con «l’istituzionalizzazione del riconoscimento» e con la sistematica «celebrazione dell’ordinario» - infantilizzi gli studenti. Ne risulta quello che Maureen Stout ha definito il «curriculum dello star bene», o, per dirla con lo stesso Furedi, «un ethos terapeutico» tipico della vita dei campus, in cui le aspettative nei confronti degli studenti sono ridotte al minimo allo scopo preventivo di non essere frustrate. La cultura della lusinga, secondo una forma di «snobismo al contrario» che celebra solo ciò che è ordinario e popolare, consolida però l’estraniazione delle persone dal mondo delle idee (p. 172).

Malgrado le numerose intuizioni brillanti, tuttavia, in sede interpretativa le contraddizioni dei fenomeni appaiono spesso appianate e la dialettica fra cause ed effetti talvolta ignorata (ad esempio nell’asserire che è «l’ingegneria sociale, e non il mercato, a costituire oggi la principale minaccia per l’integrità della produzione intellettuale e culturale» p. 143). Ma tutto ciò a che scopo? Cosa vuole denunciare in ultima analisi l’autore del mondo culturale contemporaneo? Lo spiega lo stesso Frank Furedi in chiusura: «ciò che abbiamo di fronte è un’élite cultuale disorientata, priva di forti convinzioni, e incapace di offrire un quadro coerente del mondo al resto della società. Si tratta di un’élite che si sente a disagio all’idea di agire come un’élite. […] Incapace di imporsi come élite culturale, essa dichiara che in ogni caso è sbagliato cercare di migliorare ed educare le persone; e che essa non solo non ha nulla da insegnare, ma ha molto da imparare dalla gente comune» (p. 189).  Sgombrato il campo da equivoci e contraddizioni, Furedi dichiara la sua nostalgia verso l’aura smarrita dagli intellettuali occidentali. Li vorrebbe al di sopra delle pochezze del mondo accademico, economico e politico. Ma si reggerebbero oggi in piedi questi statuari intellettuali ottocenteschi con la testa rivolta al passato e i piedi affondati nelle sabbie mobili del postmoderno? Che fine hanno fatto gli intellettuali?

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