Rivista dell'Università in Movimento
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L'università dei numeri chiari
Italia / Europa - Biblioteca
Emanuela Annaloro    17.03.11

Marino Regini (a cura di), Malata e denigrata. L’università italiana a confronto con l’Europa, Donzelli 2009

 

univvMalata e denigrata è un libro agile, chiaro e serio sull’università. Vi si possono leggere interventi di Renata Semenza, Daniela Bellani, Sabrina Colombo, Gabriele Ballarino, Loris Perotti sui temi caldi dell’offerta formativa, della produttività scientifica e del capitale umano, dell’accesso al titolo di laurea e al mondo del lavoro, dei malcostumi nella governance dei cosiddetti baroni, della spesa e degli sprechi del nostro sistema universitario pubblico.

Il metodo d’indagine è comparativo e statistico, ma dati e tabelle non sono mai impiegati in modo semplicistico o acritico. Autori e curatore sono ben consapevoli che ricondurre i discorsi sull’università ad una descrizione realistica e non scandalistica dello stato delle cose è innanzitutto una scelta di resistenza e di contrapposizione ad «un discorso pubblico che ha la presunzione di individuare le anomalie dell’università italiana ma senza mai operare un confronto serio e sistematico, bensì solo episodico o aneddotico, con la situazione dei nostri vicini europei. Che afferma di volerne curare le malattie [...] ma senza preoccuparsi di distinguere gli organi sani da quelli malati. E che spesso propone diagnosi e terapie che sembrano pensate apposta per deprimere ulteriormente il malato, quasi per dargli il colpo di grazia» (p. VII). I dati analizzati, soppesati nella loro complessità, e la loro lettura comparata vengono perciò dichiaratamente proposti come elementi di contributo alla discussione in corso sul futuro dell’università italiana ed anche esplicitamente contrapposti ad un dibattito pubblico «strumentale a una volontà di governo di effettuare tagli di spesa indiscriminati» (p. VII).

È all’interno di questo nitido quadro che ad esempio apprendiamo che l’offerta formativa degli atenei italiani non è per nulla eccessiva rispetto a quella degli altri paesi europei: in termini di numero di corsi di laurea l’Italia si colloca infatti in una posizione intermedia, e cioè dopo Germania e Olanda e prima di Francia e Spagna. Allo stesso modo apprendiamo che il tasso di disoccupazione dei laureati italiani è pari a quello tedesco ed inferiore a quello francese o spagnolo, o ancora che la governance delle università occidentali - persino di quelle più aperte alle istanze del mercato come quelle americane - in termini di reclutamento, indirizzi didattici e promozione del personale, è essenzialmente affidata alla comunità scientifica. Con pacata determinazione non vengono sfatati soltanto alcuni luoghi comuni diffusi dai media, ma anche le tesi di «taluni studiosi che hanno rinunciato all’equilibrio e all’approfondimento delle analisi» (p. VII). Questo è per l’appunto il caso di Roberto Perotti che nel suo noto pamphlet L’università truccata (Einaudi 2008) ha sostenuto che l’Italia spenderebbe per studente la sbalorditiva somma di 16027 dollari. Roberto Perotti giunge a queste cifre “pesando” la spesa sostenuta non su tutti gli iscritti ma sui cosiddetti studenti equivalenti a tempo pieno. Sennonché il calcolo degli studenti equivalenti è effettuato forfettariamente (e cioè utilizzando un coefficiente di trasformazione elaborato per usi interni dal Comitato Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario che di fatto dimezza gli iscritti) e per di più in modo non comparabile a livello europeo.

Naturalmente l’università italiana ritratta nel libro e sintetizzata nel titolo non è solo «denigrata», ma anche effettivamente «malata». Lo testimoniano, tra l’altro, il nostro tasso di laureati (che nel 2006 era ancora superiore a quello della Germania, ma che in previsione secondo l’OCSE nel 2025 scenderà «paurosamente» al 18% della popolazione) o le modeste cifre relative ai dottori di ricerca italiani in rapporto alla popolazione, o i tempi lunghi di durata media della laurea (5 anni nel 2005), o ancora il tasso di completamento degli studi - certamente anche connesso all’esiguità di risorse destinate al diritto allo studio - in cui risultiamo essere il fanalino di coda dell’Europa.

Di certo, si potrà obiettare, i dati “macro” dicono poco sulle cattive pratiche di gestione o sui comportamenti scorretti della classe docente, pur tuttavia essi aiutano a sgombrare il campo da interessate generalizzazioni e da strumentalizzazioni scandalistiche. Il libro curato da Regini si pone insomma come un’efficacissima difesa dell’università pubblica e al contempo inchioda alla proprie responsabilità il nostro Stato che con le scelte già compiute e con quelle a venire «si sta ritirando dai compiti di programmazione, di guida a distanza e di finanziamento» (p.17) dell’università, mentre in «nessun paese, nemmeno negli Stati Uniti, qualcuno ha mai potuto pensare di affidare al solo mercato i destini di un settore che tutti (a parole) continuano a definire strategico come l’istruzione superiore» (p. 102).

Allegati:
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