Rivista dell'Università in Movimento
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Le università greche : una crisi permanente
Italia / Europa - Analisi
Socratis M. Koniordos    31.05.10

Tradotto da Marina Lops

In Grecia attualmente esistono ventitré università statali che offrono corsi di laurea, corsi post-laurea e diplomi di specializzazione in una vasta gamma di discipline. Allo stesso tempo, però, il paese “vanta” un elevatissimo tasso di emigrazione studentesca (pro capite), per la maggior parte diretta verso i paesi UE, in primo luogo la Gran Bretagna. La nascita e la moltiplicazione delle università, così come è accaduto per i tanti paesi che hanno adottato la logica del “capitale umano” su cui si basa l’idea di sviluppo socio-economico sostenuta dall’OCSE, ha rappresentato un processo graduale, che è andato intensificandosi a partire dai primi anni Sessanta, per subire un’ulteriore accelerazione negli anni Settanta e nei decenni successivi. La nascita delle università è stata spesso interpretata come la risposta a una domanda popolare di istruzione, una domanda che in Grecia scaturiva da fattori molteplici: la memoria (reale o presunta) di antichi splendori, esperienze più recenti di sopravvivenza e ascesa sociale in tempi avversi (è il caso dei Fanarioti), il modo in cui si è forgiata la nazione greca, nonché l’autorità che lo status scientifico garantiva a coloro che ne erano detentori. Tutti questi fattori si sono combinati con la diffusa convinzione che l’istruzione universitaria abbia costituito e costituisca una via d’accesso fondamentale al lavoro non-manuale e alla promozione sociale.  

Tale crescita è stata finanziata in gran parte attingendo al bilancio statale, ma anche a fondi stranieri, in larga misura erogati dalla UE. In effetti, non c’è università in Grecia che non esibisca  targhe attestanti il ruolo della UE nella costruzione degli edifici, nella fornitura delle attrezzature necessarie, e finanche nel pagamento degli stipendi, seppure per un periodo limitato e prestabilito. In realtà la nascita di molti dipartimenti, facoltà e atenei è stata resa possibile solo grazie a un contributo UE del 75% per cento, che è andato ad aggiungersi a un contributo statale del 25%. Fra i beneficiari non si devono dimenticare i tre dipartimenti di sociologia attualmente esistenti nel paese!

In generale va rilevato che l’espansione delle università ha significato la nascita di dipartimenti a basso costo per rispondere all’elevata domanda di istruzione superiore. In questo modo la classe politica ha risposto ai bisogni degli elettori-clienti e alla crisi, incassando denaro dell’Unione Europea. In un certo senso la crisi è stata arginata, ma di fatto non risolta, come abbiamo dovuto constatare quando per un ulteriore finanziamento delle università si è dovuto attingere a risorse statali. Così i docenti universitari a contratto percepiscono abitualmente i loro magri stipendi cinque o sei mesi dopo aver iniziato a lavorare. Nel frattempo sopravvivono grazie alle famiglie, pur essendo spesso ultratrentenni, il che, naturalmente, ha effetti prodigiosi sul loro morale. La mancanza di risorse poi fa slittare di almeno due anni l’attribuzione di nuovi incarichi. Inoltre, gli stipendi dei docenti sono ormai congelati da sei anni. Un altro esempio degli effetti prodotti dal sottofinanziamento dell’istruzione superiore è rappresentato dal fatto che ormai da più di un anno (nonostante si annunci che «il problema è stato risolto») non vengono sottoscritti gli abbonamenti alla riviste elettroniche, con il risultato che ne è bloccata  la consultazione, il che non giova né alla ricerca né all’insegnamento.

Il sistema dei test d’ammissione, così come è andato sviluppandosi negli anni, risulta particolarmente duro per gli studenti che devono superare prove d’ingresso molto selettive. Questo vale soprattutto per le facoltà e i dipartimenti di medicina e ingegneria più prestigiosi, per accedere ai quali è necessario conseguire un punteggio di diciotto o diciannove ventesimi. Non c’è dubbio, quelli che si iscrivono alle università greche sono buoni studenti, o addirittura ottimi, ma il sistema di accesso esclude molti giovani capaci. Quello che succede poi, dopo quattro-cinque anni di studio, o anche di più, è un’altra faccenda.

Nella prassi, una volta ammessi in un’università greca è difficile non ottenere la laurea. Gli studenti hanno il diritto di sostenere un esame tante volte fino a quando non lo superano – alla fine del semestre in cui si è svolto il relativo corso e ancora nella sessione di settembre. Dopodiché, nel caso di alcuni corsi, hanno a disposizione una terza sessione. La possibilità di ripetere gli esami si associa alla pratica diffusa di consentire agli studenti di scegliere un numero indiscriminato di corsi per ciascun semestre, in modo particolare durante l’ultimo anno. Il risultato è che gli studenti che si iscrivono a due o tre corsi i cui orari coincidono non riescono a frequentarli. Poiché la frequenza delle lezioni non è obbligatoria, l’intero sistema non può fare altro che consentire la ripetizione degli esami come principale strumento di valutazione. Tutto questo è anche la conseguenza del fatto che il curriculum  è circoscritto al contenuto di uno o due libri di testo (spesso datati) e a una partecipazione alle lezioni che, per definizione, è impossibile monitorare – specialmente in quelle classi in cui gli argomenti di studio sono proposti ad ampie platee di studenti nella forma di lezioni frontali.

Questa situazione è ulteriormente esacerbata dal clamore con cui alcuni gruppi studenteschi di sinistra invitano a opporre resistenza alla “intensificazione” dell’impegno, un eufemismo che significa semplicemente rifiutarsi di studiare “molto”! I gruppi studenteschi più moderati, organizzazioni dietro cui si celano apertamente i maggiori partiti politici, aggiungono la loro voce, seppure, al dire il vero, con toni meno accesi, usando il voto di blocco nelle elezioni dei direttori di dipartimento, dei presidi e dei rettori come arma di contrattazione. Infatti, con l’attuale sistema elettorale, gli studenti controllano una percentuale di voti straordinariamente alta nelle elezioni degli organi universitari – fino al 40% e, come già detto, molto spesso sono voti di blocco. Questo significa che le organizzazioni studentesche svolgono un ruolo decisivo nel determinare chi viene eletto a queste cariche e influenzano in modo consistente le politiche che vengono messe in atto, per esempio, fra le altre questioni: la possibilità di ripetere gli esami, l’istituzione di una frequenza in larga misura non obbligatoria, il numero di corsi che è consentito frequentare in ciascun semestre, l’accesso ai corsi post-laurea.

Infine la consuetudine di pratiche truffaldine, ufficialmente non riconosciute (perché questo vorrebbe dire fare qualcosa per contrastarle e attirare l’attenzione sulla qualità delle università locali, e quindi anche su coloro che vi sono associati) e tuttavia assai diffuse, getta ulteriore discredito sull’istruzione universitaria. Ne discende che al momento di conseguire la laurea gli studenti più abili si sono trasformati in aspiranti dipendenti pubblici dotati di scarsa sensibilità etica, alla ricerca delle opportunità più vantaggiose, naturalmente derivanti da legami politici, per sistemarsi all’interno delle varie burocrazie statali.

L’attuale crisi economica ha inferto un altro pesante colpo alle università, aggravando la loro già problematica situazione. Come parte dell’accordo raggiunto con la UE e il Fondo Monetario Internazionale per sostenere il paese, i tagli effettivi agli stipendi dei docenti universitari dovranno essere nell’ordine del 23-25%. A questo va sommata la riduzione del potere d’acquisto dei salari dovuta all’aumento del 4% dell’IVA sui beni di largo consumo, cosicché alla fine la riduzione reale dei salari ammonterà a circa il 30%. Tuttavia questa crisi potrebbe avere anche delle ripercussioni positive, ma solo se si procederà a un intervento sui deficit di bilancio (molto incerto, secondo l’opinione di Paul Krugman), solo se si riuscirà ad affrancare la popolazione dalla dipendenza dal clientelismo e dalla partitocrazia (ma per diventare cittadini maturi bisogna volerlo), solo se servirà a indurre gli intellettuali ad assumersi la responsabilità del loro ruolo (evento possibile solo a condizione di innescare una rivoluzione culturale), solo se servirà a indurre un parziale affrancamento, socialmente pianificato, del predominio dell’economia di mercato neoliberista (della quale sono ampiamente responsabili gli economisti, come ha dimostrato David Mackenzie) che i politici trovano irresistibile (come ha dimostrato Michel Mann), al quale si dovrà accompagnare l’attuazione di misure di giustizia sociale. Nel frattempo, poiché questi e altri “se” sembrano difficili da realizzare, possiamo aspettarci che vari meccanismi di “neutralizzazione” genereranno una corruzione in scala ridotta e di bassa intensità; essi verranno giustificati come forme di risposta e di difesa rispetto a quelle manifestazioni di corruzione su larga scala e a ad alta intensità che hanno messo la Grecia in ginocchio. Questi processi sociali potranno coinvolgere anche le università. Una riesplosione del familismo amorale (studiato da Edward Banfield e ritenuto adatto a definire la situazione sociale non solo in Sicilia, ma anche in Grecia e in altre aree) sfortunatamente sembra l’eventualità più probabile considerata la perdita di fiducia in un’alternativa.

Allegati:
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Commenti 

 
0 #1 didako 2011-01-27 10:23
credo che uno dei principali problemi della grecia moderna sia proprio quello universitario.L'università deve essere il motore di una nazione; sede di promozione di nuove idee e di creazione del lavoro.
E' ben noto l'esempio di Israele, che basa molto del suo dispendio economico interno in ricerca ,tuttavia a ben vedere in quanto "il ritorno" è decisamente importante in termini di guadagni,brevet ti,industrie e correlati posti di lavoro.Credo fermamente ,poi,che una buona classe politica possa essere generata solo da una ottima formazione.Dunque forse è vero pensare che una buona università non genera lavoro e tanto meno una buona classe dirigente ,dando origine ,nel tempo, ad una aberrazione sociale dove v'è più oligarchia che democrazia e il delicato equilibrio che mantiene unita una nazione ....si sfalda.Mi chiedo:" quanti studenti greci siano fuori grecia per studiare?"
e ancora:quanti soldi escono dalla grecia dalle tasche delle famiglie per mantenere i figli all'estero?
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