Rivista dell'Università in Movimento
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Dalla Svezia abbiamo preso solo l’Ikea. Conversazione con Letizia Mencarini e Silvia Pasqua su valorizzare le donne conviene
Italia / Europa - Analisi
Bruno Maida    07.06.12

dalla-sveziaLe politiche di conciliazione, che devono favorire la presenza delle donne nel mondo del lavoro senza che ciò si traduca in una rinuncia agli altri ambiti di vita, appaiono in Italia del tutto circoscritte, deboli e in controtendenza rispetto agli altri paesi europei. E' un problema di pari opportunità e di eguaglianza ma il libro di Daniela Del Boca, Letizia Mencarini e Silvia Pasqua,Valorizzare le donne conviene, il Mulino, Bologna 2012 dimostra come il ritardo italiano – accumulato nel corso di un ventennio – costituisca un vincolo economico per lo sviluppo. Una maggiore presenza delle donne nel mondo del lavoro può far crescere l'economia, influendo positivamente sul sistema pensionistico, sull'occupazione femminile nel settore dei servizi alla famiglia, farebbe aumentare il reddito e quindi i consumi. A frenare questo processo sono però molti fattori, a partire dalle culture tradizionalistiche e maschili dominanti in Italia, dall'assenza di investimenti pubblici e dall'insensibilità della politica. Ne abbiamo parlato con due delle autrici, Letizia Mencarini e Silvia Pasqua

Nel libro fate riferimento innanzitutto a tre rivoluzioni che investono la dimensione del divario tra uomini e donne in Italia, nelle quali mi sembra che l'aspetto trasversale sia costituito dall'idea di un disequilibrio inefficiente e da una ricerca di simmetria

Mencarini: L'unica rivoluzione che può dirsi quasi "compiuta" – e come tale la chiamiamo – è quella della scolarizzazione mentre si deve parlare di "rivoluzione incompiuta" quando facciamo riferimento al ritardo nell'ingresso nel mercato del lavoro delle giovani donne, con ciò che comporta in termini di divari salariali e di discriminazioni. Infine siamo di fronte a una "rivoluzione tradita" di fronte all'evidente asimmetria fra i tempi del lavoro e di vita dei generi. Quella della "rivoluzione incompiuta" è un riferimento a una ricerca di Gosta Esping- Anderson (La rivoluzione incompiuta. Donne, famiglia, welfare, il Mulino, Bologna 2011) incentrata sui temi del mercato del lavoro, della fecondità e della famiglia in Europa. Esping-Andersen sottolinea come si sia passati, nella gran parte dei paesi, sebbene per gradi successivi, da un disequilibrio inefficiente a un equilibrio dove uomini e donne collaborano. La specificità italiana sta proprio nel fatto che questo passaggio non è avvenuto e quindi la possibilità di trovare una vera uguaglianza non significa solo conciliare i tempi della vita e del lavoro nonché valorizzare il lavoro femminile, ma anche riconoscerne il vantaggio economico che ne deriva, come dimostrano tutti i dati a livello europeo.

Ecco, questa attenzione a raccontare in modo molto asciutto i dati, offrendo una lettura tecnica ma assolutamente leggibile anche per i non addetti ai lavori, costituisce uno degli aspetti più interessanti del vostro lavoro

Pasqua: Sono d'accordo sull'asciuttezza, è un obiettivo che abbiamo ricercato in modo consapevole e forse deriva anche dalla nostra professione. Ma nessuno ha notato che nel libro non c'è mai la parola femminista o femminile. Non è una questione ideologica ma era proprio per evitare che il discorso scivolasse sui giudizi morali o ancor peggio generici. Abbiamo scelto un linguaggio tecnico e abbiamo deciso di raccontare una storia che in realtà poteva scrivere chiunque, perché i fatti sono noti e la nostra non è una ricerca nuova. La novità vera sta nel fatto che nessuno ha mai pensato di metterli insieme, di compararli con il quadro europeo, di mostrare l'enorme differenza tra il contesto italiano e gli altri paesi. Il libro, in fondo, ha una struttura semplice: sulla base dei dati descriviamo qual è la situazione della donna nel mondo del lavoro, nella famiglia, nell'uso del tempo; affrontiamo quali pregiudizi dominano nella valutazione delle donne in questi contesti; proviamo a comprendere le ragioni per cui questa situazione è diventata statica; offriamo un quadro delle soluzioni affinché diventi chiaro che – al di là della necessità sia di affermare e di realizzare la parità nelle opportunità tra uomini e donne, sia di praticare le politiche della conciliazione – valorizzare le donne conviene, come dice il titolo, sotto il profilo economico. Gli altri paesi lo hanno capito e a partire dagli anni Novanta si sono mossi massicciamente in questa direzione, la caratteristica italiana, invece, è stata l'immobilismo della politica su questo terreno.

Gli anni Novanta evocano immediatamente, appunto, una questione politica, una stagione che ci ha lasciato in eredità una frammentazione del tessuto sociale e un quadro economico disastroso. In quale modo vi si inscrive la questione che affrontate?

Mencarini: Gli anni Novanta costituiscono senza dubbio una svolta, perché fino a quel momento i processi legati al rapporto tra donne e mercato del lavoro sono abbastanza simili nei diversi paesi. Certo, l'Italia scontava il peso di una cultura fortemente tradizionalista che investiva e permeava – come peraltro continua a fare – tutte le scelte, le pratiche e le politiche del paese, ma nonostante questo vi è stato un lento allinearsi su alcuni presupposti democratici e laici, come per esempio il fatto che nessuno ha messo più in dubbio che figli maschi e femmine avessero nello stesso modo diritto all'istruzione. Ma questo attiene agli investimenti individuali e familiari, non alle scelte politiche ed economiche. Affrontare invece il rapporto tra mercato del lavoro e conciliazione, tra produzione e riproduzione, implicava al contrario grandi investimenti sul piano dei servizi, scelte politiche e strategie di investimenti, riflessione culturale e impegno educativo. Negli anni Novanta in Italia questo processo si blocca perché tale investimento non viene fatto: perché per una classe dirigente fatta di uomini e per di più vecchi non viene ritenuta una priorità della finanza pubblica. Da quel momento il ritardo che viene accumulato è impressionante e la rivoluzione quasi compiuta della scolarizzazione risulta del tutto inadeguata senza che le altre due rivoluzioni si compiano e modifichino il contesto statico nel quale le donne italiane sono costrette a muoversi.

La comparazione è una scelta ovviamente scientifica ma ha anche una forza per così dire narrativa straordinaria. In modi diversi i paesi considerati – Svezia, Regno Unito, Francia, Spagna, Germania – mostrano percorsi che progressivamente si allontanano dall'Italia ma anche che nello stesso tempo "guadagnano" da quell'investimento sulle donne

Pasqua: Il quadro è naturalmente complesso ed è la risultante di fattori di lungo, medio e breve periodo che si intrecciano con le variabili nazionali e culturali. In Italia, per esempio, si coniugano per molti decenni l'immobilismo del ruolo e del contributo degli uomini all'interno delle famiglia e l'assenza di investimenti pubblici. Inoltre, per le donne si è configurata una sorta di doppia peculiarità rispetto al mondo del lavoro: la difficoltà di entrare e la scarsa possibilità di rientrare dopo esserne uscite, spesso in ragione della maternità. Né si può dimenticare che se è vero che a partire dagli anni Novanta è risultata evidente la crisi del debito pubblico, nondimeno per gli altri paesi ha avuto un peso minore nell'indirizzare le scelte e le strategie economiche. Un altro fattore non secondario è l'autonomia dei giovani rispetto alle famiglie che avviene in tempi assai più ritardati in Italia. Il ruolo e il peso della famiglia, sotto questo profilo, è davvero straordinario e specifico ma nello stesso tempo separa in modo molto netto e penalizzante coloro che la famiglia non l'hanno o non è in grado di sostenere tempi e costi per l'entrata nel mondo del lavoro che, come è chiaro, per le donne sono più irregolari. Si potrebbero analizzare a lungo le differenze – e in parte lo facciamo nel libro – ma il risultato complessivo delle diverse politiche, investimenti e processi culturali è che fuori dall'Italia è aumentata per le donne la possibilità di fare quello che desiderano con uno spettro di scelte e di normative che favoriscono le diverse condizioni. Da noi semplicemente non è stata e non è considerata una priorità.

Forse è una domanda tautologica, ma quanto pesa la tradizione cattolica?

Mencarini: In parte è una domanda alla quale sappiamo intuitivamente e in generale rispondere tutti, ma vale la pena sottolineare almeno due aspetti. Il primo è la colpevolizzazione della donna che lavora. Non a caso nel libro parliamo di tre pregiudizi da sfatare che sono legati a filo doppio a una cultura tradizionalista e cattolica: le madri che lavorano farebbero meno bambini, sarebbero madri peggiori, sarebbero meno felici. Tutti i dati dicono il contrario ma come è noto i pregiudizi sono duri da combattere. Basti pensare che in assoluta controtendenza rispetto agli altri paesi, in Italia più del 70% degli uomini e del 60% delle donne è d'accordo con l'affermazione che per le donne "un lavoro va bene, ma quello che la maggior parte delle donne vuole è una casa e dei figli". Entro quei confini si inscriverebbe dunque la felicità delle donne, non nella loro autoderminazione e nel lavoro. Questo non significa che il benessere delle donne aumenta meccanicamente se lavorano – anzi siamo oggi di fronte al paradosso di una felicità decrescente – ma che quel benessere non è più semplicemente legato al ruolo intorno alla famiglia ma a un complesso intreccio di fattori tra vita familiare e vita lavorativa, che presuppongono una serie di interventi esterni (a partire dalle politiche che vengono realizzate e applicate) che lo possono favorire o deprimere. Il secondo elemento è che l'Italia promuove un tipo di famiglia supertrazionale, con l'effetto che quando il discorso pubblico si concentra sul tema, si finisce per fare riferimento a un solo tipo di famiglia, a un'idea monolitica in realtà superata da una pluralità di modelli che negli altri paesi sono in gran parte assunti come elementi dati e che, al contrario, da noi non vengono acquisiti se non direttamente respinti, come nel caso delle famiglie di fatto.

Voi parlate della partecipazione delle donne al mondo del lavoro come risultato della "mascolinizzazione" dei modelli femminili (maggiore occupazione, orari più lunghi, maggiore attaccamento al lavoro). Nell'università – e in tutta la scuola in generale – assistiamo nello stesso tempo a un processo di progressiva "femminilizzazione" di quel mondo.
Pasqua: Le donne sono entrate in modo consistente nell'università – intendo come docenti – nel momento in cui il valore economico e sociale di quel lavoro è diminuito. Sono state e vengono cooptate attraverso modelli maschili e secondo dinamiche che riproducono le stesse esistenti nelle imprese. Nessuna delle grandi università italiane ha un rettore donna mentre lo è la maggior parte dei ricercatori. Non è soltanto la fotografia di una distribuzione ineguale delle gerarchie lavorative e del potere, non fondata in alcun modo sul merito e sulle qualità dei singoli; è anche l'effetto – sul versante dei ricercatori – della ricerca di un lavoro che consenta, considerando la scarsità di interventi di conciliazione, una flessibilità, per così dire, fatta in casa anziché garantita, come dovrebbe essere. Un lavoro che si sta trasformando in una sorta di rifugio senza che le donne però accedano ai gradi più alti. Per quanto riguarda le studentesse il problema è che il numero più alto di ragazze si colloca nelle facoltà – quelle umanistiche – che poi sul mercato del lavoro si traducono in redditi più bassi. Ma non è sufficiente per spiegare i differenziali occupazionali e salariali tra uomini e donne, sotto il profilo del livello di istruzione. Le donne, infatti, sono penalizzate all'inizio della loro carriera anche a parità di titolo di studio: per gli uomini si può osservare una dinamica sostanzialmente uguale per diplomati e laureati, mentre le donne risultano con un tasso di occupazione maggiore se laureate. Ed è una diversità che è ulteriormente evidente se si considerano le aree geografiche.

Appunto, nel vostro libro non c'è un'analisi precisa della differenza tra Nord e Sud, che tuttavia rimane una delle più caratteristiche anomalie dello sviluppo italiano.

Mencarini: Se guardiamo l'aspetto dell'istruzione, nel Nord sono aumentate le donne occupate, sebbene a ritmi diversi, per tutti i titoli di studio; al Sud invece è diminuito il tasso di occupazione delle laureate e cresciuto quello delle diplomate. Il Nord nel complesso appare più simile al resto dell'Europa. Altri fenomeni andrebbero visti: penso al fatto che il 24 per cento delle nascite avviene al di fuori del matrimonio: è un aspetto di cui non si parla ma che mostra grandissime differenze tra Nord e Sud. A noi però interessava evidenziare il trend generale, pur nella consapevolezza della specificità storica italiana. Nell'insieme il nostro libro non affronta quindi la questione in modo specifico, offre invece una fotografia dell'esistente e cerca di mettere al centro soprattutto una tesi: è necessario andare verso politiche di conciliazione perché si traduce in un effetto positivo per l'economia, per il benessere delle donne e per una trasformazione culturale di cui il nostro paese ha bisogno in termini di modernità.

Insomma, la realtà si muove più velocemente della politica e questo è un ritardo che produce danni immensi.

Pasqua: La realtà di cui parliamo – va ripetuto – è dominata da una classe dirigente, non solo politica, vecchia e composta da maschi. Anche quando si propongono o si mettono in atto idee positive, si sconta questo ritardo e questa assenza di ricambio, generazionale e di genere. Prendiamo il caso dei sindacati. La loro responsabilità è tutt'altro che secondaria, non avendo mai favorito all'interno delle aziende modelli organizzativi in grado di garantire la conciliazione. Non hanno, nei fatti, combattuto il modello del maschio prevalente. E così anche le giuste battaglie per la parità salariale non si sono mai accompagnate alle battaglie per la parità delle opportunità.

 

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