Rivista dell'Università in Movimento
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Donne e studi di genere in Italia e in Europa
Italia / Europa - Analisi
Maria Serena Sapegno    04.06.12

altDonne e strutture educative in Italia

È noto come la tormentata vicenda degli studi di genere, del loro ruolo (o mancata presenza) nelle strutture educative e nelle istituzioni in Italia discenda, non esclusivamente ma in modo significativo, dal combinato disposto tra la forma della struttura universitaria italiana e le caratteristiche specifiche assunte in Italia dal movimento femminista degli anni Settanta. La storia del mancato manifestarsi della presenza massiccia nei ruoli docenti dell’Università e della scuola di ogni ordine e grado di una generazione di donne coinvolte più o meno attivamente in uno dei più ampi, diversificati e vivaci movimenti delle donne in Europa, è ancora tutta da raccontare e da spiegare.


Al contrario, pur se anche quest’altra storia è ancora da fare e possono darsene interpretazioni e giudizi diversi, tuttavia a me pare possa dirsi che l’influenza della generazione sessantottina abbia lasciato nella cultura e nelle strutture formative del nostro paese una traccia piuttosto visibile, nel senso comune ma spesso anche nei libri di testo, nelle forme organizzative e negli stili di vita. Nonostante per un quindicennio la rivoluzione conservatrice berlusconiana abbia attaccato come nemico principale proprio quella cultura e abbia in effetti avuto un impatto fortissimo sui costumi attraverso il mezzo televisivo, le strutture educative hanno continuato ad opporre una certa resistenza, proprio grazie alla pervasività di quelle basi culturali nella generazione che ha fino ad adesso contato nella scuola, fornendogli la maggioranza più motivata e competente dei suoi insegnanti. Lo stesso, con le ovvie differenze, è accaduto nell’Università. Inoltre la quasi totale chiusura di entrambe le strutture alle nuove leve di insegnanti ha accentuato questa sorta di omogeneità culturale, almeno del gruppo egemone, anche se si tratta di un fenomeno ormai in via di esaurimento, con il massiccio processo di pensionamento che sta cominciando ad investire proprio ora quella generazione nella scuola e da qui ai prossimi sette otto anni anche nell’Università.

Il corpo educativo, il femminismo e il macismo

E le femministe? Le donne costituiscono certamente la maggioranza assoluta del personale insegnante nella scuola e ormai un buon numero anche di quello universitario, seppure maggioritariamente nelle aree umanistiche e nei ranghi medio-bassi di tutte le facoltà. Sono quindi state e sono ancora una parte significativa di questo grande corpo educativo che ha continuato a dare valore al servizio pubblico e a difenderne e aggiornarne la tradizione culturale in una situazione politica ed economica in continuo movimento, sempre meno legittimato dall’opinione pubblica, attraverso cambiamenti tecnologici rapidissimi e il drastico mutare della popolazione scolastica. Tra loro sono sicuramente molte le donne che sono state toccate e cambiate in vari modi dal movimento femminista. Eppure non sono in grado di dire con precisione perché la critica profonda e corrosiva portata dal femminismo alla cultura patriarcale non abbia trovato nella scuola la sponda forte che in teoria era solo naturale e ovvio che trovasse. Fatto salvo naturalmente ciò che sicuramente centinaia di insegnanti hanno fatto a livello personale nelle loro classi, davanti al fenomeno sempre più marcato dell’eccellenza delle studenti rispetto ai loro compagni, mi sembra indiscutibile che la scuola, come istituzione, non sia stata investita nel suo insieme dalla critica della cultura patriarcale. E anche per questo sia stata al contrario travolta dalla cultura macista della quotidianità televisiva, uscita rafforzata e ingaglioffita oltre misura dall’ennesimo padre-padrone presentatosi alla ribalta della politica in compagnia di un socio che ha potuto permettersi, fenomeno unico in Europa, perfino di fare esplicito riferimento al fallocentrismo più sguaiato con la pregevole teoria del ‘celodurismo’.

La struttura patriarcale, il femminismo, l’università

Qualcosa di più posso dire invece dell’Università. La sua struttura gerarchica e patriarcale accetta con fatica la presenza delle donne, le invita implicitamente ma nettamente a considerare tale loro caratteristica un fatto privato che deve restarne fuori (a meno che non le si rubrichi come moglie di, compagna o figlia di) e trova imbarazzante che alcune donne insistano con il porre il problema. Inoltre, e più in particolare, la struttura fortemente disciplinare della tradizione italiana mal sopporta qualsiasi tentativo di interdisciplinarietà, che tende a considerare come perdita di competenza, e ne punisce i risultati sul piano del prestigio e della carriera.
D’altra parte una delle ragioni di tale situazione paradossale è da identificarsi nella natura del ricco e variegato femminismo italiano che aveva come caratteristica unificante una profonda diffidenza verso le istituzioni e che di conseguenza ha teso ad investire molte energie nella costruzione sul territorio di una rete capillare di centri culturali alternativi, riservando invece energie ed aspettative molto ridotte all’azione nelle istituzioni. Tra queste anche la scuola e l’università nelle quali le femministe sono state a lungo praticamente invisibili.

Ciò è vero anche nei casi, molto numerosi, in cui singole studiose o piccoli gruppi abbiano nel tempo prodotto una mole rilevante di ricerca orientata esplicitamente dal punto di vista di genere, in dialogo con il dibattito su questi temi nella ricerca internazionale, cui hanno portato di frequente un contributo molto originale. Penso soprattutto alle aree disciplinari che conosco meglio, alla ricerca in campo storico, letterario e filosofico, a quella nelle discipline psicologiche e pedagogiche, alla vasta area delle indagini economiche e statistiche, alle scienze sociali in senso lato. Si tratta molto spesso di attraversamenti interdisciplinari, di ricerche dal taglio metodologico innovativo che in taluni casi riescono anche a fare breccia nella ricerca ‘mainstream’, almeno tra gli individui più aperti e nelle discipline che hanno subito maggiori evoluzioni come ad esempio la storia.

Un lavoro importante, frammentario e invisibile

Ma il vero problema di tale situazione è che la gran parte di tale lavoro resta invisibile all’opinione pubblica più vasta e anche a quella accademica: una gran quantità di ricerca oggettivamente correlata ma in pratica del tutto frammentata e perciò priva di qualsiasi impatto di massa critica. Inoltre, se possibile, la situazione è perfino peggiore a livello della didattica. Infatti la pressoché totale invisibilità della didattica di genere nella gran parte degli atenei ha portato al fatto che, nonostante l’attività generosa di singole, la gran parte delle studenti e degli studenti abbia attraversato gli studi universitari senza essere nemmeno sfiorata dall’esistenza di un tale approccio (ho modificato anche per questa ragione l’intitolazione della disciplina che insegno per affidamento, trasformandola in Introduzione agli studi delle donne e di genere, altrimenti interpretata come qualcosa di misterioso forse legato ai generi letterari). L’esistenza da molti anni di alcuni dottorati come quello di Napoli o di Palermo o di singoli esperimenti di centri di eccellenza per la ricerca e la trasmissione della cultura delle donne (penso ad esempio a Diotima a Verona, ma anche al laboratorio “Sguardi sulle differenze” a Roma o ad altri) non intaccano la gravità del problema generale e istituzionale. 

La situazione in Italia

Un modo semplice per cercare di ovviare, seppure in minima parte, a tale situazione può essere quello di rendere visibili i percorsi di genere presenti in un ateneo con l’evidenziarli tutti insieme sul sito ufficiale, come ha fatto ad esempio l’Università di Bologna.  Oppure adottare il progetto ben più ambizioso e produttivo di istituire ad hoc dei centri di ricerca interdipartimentali che possano fungere da punto di incontro e scambio e da cassa di risonanza, come ha fatto l’Università di Torino con il glorioso Cirsde. Sono state naturalmente opzioni locali diverse da caso a caso, in assenza di una presa d’atto politico-culturale a livello centrale. All’Università Sapienza di Roma, ad esempio, dopo essere riuscite a sottoporre ad approvazione, in campagna elettorale per il Rettore, la proposta per un centro di ricerca di genere, ci siamo sentite rispondere ad elezione avvenuta che il Rettore era molto favorevole all’istituzione di un tale centro, per il quale non poteva stanziare fondi, non poteva fornire spazi né personale tecnico o amministrativo. Ma naturalmente che andassimo avanti con la sua benedizione.

La totale incomprensione a livello culturale del problema era probabilmente chiara nel progetto che il governo di centro-sinistra proponeva nel 1999, grazie alla Ministra delle Pari Opportunità Laura Balbo: da una parte, attivare insegnamenti didattici con studi di genere nell'ambito delle discipline generali, come la storia, la letteratura, la psicologia o la medicina; dall'altra, introdurre vere e proprie nuove discipline, attente all'identità femminile. L’osservanza o meno di tali raccomandazioni, in accordo con il Ministro dell’Università, avrebbe portato a differenze nella valutazione degli Atenei e pertanto nel loro finanziamento. Il progetto riscosse grande attenzione tra le numerose studiose attive allora nell’Università, ma condivise la breve vita di quel governo.
Al momento attuale la situazione non è migliorata: esistono sparsi ed isolati corsi orientati al genere in modo esplicito ai vari livelli dell’insegnamento accademico. Ma sono pochi, poco visibili e soprattutto non inseriti in un discorso più ampio e sistematico che possa avere un impatto sull’insieme degli studi. Gli studenti maschi e femmine che seguono questi corsi, quando ne vengono a conoscenza e riescono a capire di cosa si tratti, lo fanno utilizzando l’opzione ‘a scelta dello studente’: sono sempre molto interessati, spesso entusiasti, e pongono con frequenza la domanda “ma, adesso che abbiamo degli strumenti critici per leggere la nostra cultura, che senso ha che tutte le altre discipline non ne tengano conto?” 

Inoltre ormai da tempo gli studi di genere hanno allargato l’orizzonte di analisi dalla differenza costitutiva del genere umano alle molte altre differenze presenti nella nostra società con la prospettiva degli studi postcoloniali e interculturali, che forniscono strumenti critici indispensabili alla decifrazione e alla gestione delle dinamiche sociali contemporanee.
La struttura della nostra società è molto indietro su tali temi e anche se la legge prevede che ci debba essere un ruolo specifico per le “pari opportunità” in ogni ambiente di lavoro, non si è costituito quasi alcun nesso tra le competenze che si devono assumere nell’ambito degli studi di genere e il personale che deve svolgerlo. La scuola sarebbe naturalmente, come si diceva, il luogo di elezione per iniziare a livello di massa una educazione alla comprensione e alla valorizzazione delle differenze per giungere ad una integrazione armonica delle cittadine e dei cittadini. Gli insegnanti sono impegnati in prima linea su questo fronte, ma non possono beneficiare come dovrebbero di conoscenze aggiornate e di personale specializzato che gli studi di genere dovrebbero formare a tale scopo. Alla Sapienza cerchiamo da anni, su base assolutamente volontaria e per progetti pilota sostenuti dalla buona volontà della Provincia, di costruire dei rapporti con gli insegnanti della scuola per rafforzare la cultura di genere al livello di base.

E in Europa

In Europa, in particolare negli stati del Nord Europa ma anche in Germania e nella mediterranea Spagna, gli studi di genere costituiscono da molti anni materia curriculare a livello universitario e forniscono profili professionali per il personale del variegato mondo dei servizi sociali. Esistono riviste e centri di ricerca, diplomi, lauree, master e dottorati caratterizzati in modo determinante da questa impostazione. Esiste di conseguenza, grazie all’integrazione di tali prospettive nel corpo sociale, un più generale senso comune che può impedire si verifichi nella sensibilità specifica a tali temi una cancellazione della memoria e un arretramento ai livelli drammatici a cui siamo giunti in Italia.

Sappiamo bene come sia anche su questo piano che si misura la nostra appartenenza alla cultura europea. Nell’ultimo quindicennio l’Unione Europea ha molto puntato all’introduzione del Gender come categoria indispensabile alla valutazione di qualsiasi progetto o iniziativa culturale ed economica. Dal 1998 al 2008 all’interno del programma Socrates, l’Unione Europea ha finanziato tra i suoi networks tematici la rete Athena (Advanced Thematic Network in Activities in Women’s Studies in Europe) che ha appunto messo in relazione oltre cento istituzioni europee, prevalentemente universitarie ma anche autonome, attive nella didattica degli Studi delle donne e di genere. È stato un enorme lavoro di scambio e di incontro tra tradizioni culturali molto diverse nonostante il comune impegno negli studi di genere e ha prodotto moltissime pubblicazioni, convegni, seminari, ricerche internazionali comuni, istituzioni di accordi Erasmus. Inoltre, grazie soprattutto al ruolo di guida e di iniziativa di Rosi Braidotti dell’Università di Utrecht, ha portato all’istituzione dal 1994 di una summerschool Noise (Network Of Interdisciplinary Women's Studies in Europe), garantita da un finanziamento EU Lifelong Learning Programme (Erasmus Intensive Programmes, DG Education & Culture). Nella summerschool le/gli studenti (e le docenti) delle diverse università europee consorziate possono seguire corsi avanzati di Women's Studies, scambiare esperienze e ottenere consulenze sul loro lavoro di tesi dottorale e averne riconosciuta la frequenza nella propria sede. Frutto della stessa rete è anche GEMMA, il primo Master Erasmus Mundus in Women's and Gender Studies in Europa. Si tratta di un programma di eccellenza sostenuto dalla Commissione Europea a partire dal 2006 e ha poi allargato i suoi confini ad università dell’America del Nord e del Sud. Per l’Italia è coinvolta l’Università di Bologna.

Sono molti anni ormai che manca un impegno centrale ed unitario della nostra Università che valorizzi il tanto lavoro che è stato fatto e continua ad essere fatto in modo invisibile in questi ambiti, un impegno indispensabile per mantenere il nostro paese nella cultura europea e dare la possibilità a tanti giovani di compiere esperienze formative insostituibili per il loro sviluppo di cittadini/e.

 

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