Rivista dell'Università in Movimento
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Oltre l’attualità. Il dominio dell’economico e il compito dell’università
Italia / Europa - Analisi
Fred Inglis    25.03.12

Traduzione di Federico Poole

iglisLa retorica della colpevolezza

Solo l’incomparabile giornalista di The Poppletonian è in grado di rendere quel grottesco intruglio di pseudo-scienza, ottusa testardaggine ed esiziale venalità che oggi passa per essere il linguaggio della politica universitaria. Ma perfino la satira di Laurie Taylor è impotente davanti alla dura realtà della politica. Perché David Willets, ministro dell’università e della ricerca scientifica, è andato persino oltre la parodia con una sciagurata esternazione culminata in questa dichiarazione autocompiaciuta alla London Review of Books nel mese di luglio: «mi dichiaro colpevole di credere nella scelta e nella competizione».

Questo modo di «dichiararsi colpevole» è un ben noto stratagemma retorico di classe per sottrarsi all’insistenza dei subordinati che esigono un’argomentazione razionale. Giacché cosa succederebbe se le scelte fatte da mezzo milione di sedicenni riguardo ai loro A-levels,i corsi avanzati per l’accesso all’università, portassero allo sventramento, per esempio, di tutti i dipartimenti d’Ingegneria? E cosa significa sostenere che le università di Cumbria e Gloucestershire – ambedue in difficoltà finanziarie non trascurabili – sarebbero «in competizione» con la London School of Economics, il cui direttore ha dato le dimissioni quest’anno a causa dell’incresciosa propinquità dell’istituzione ai libretti degli assegni della famiglia Gheddafi?

Il linguaggio del pensiero morale e politico

Quello che è in gioco qui, nell’attuale clima di spreco e incompetenza nel quale le università ancora si adoperano per valorizzare e ricreare i migliori aspetti della nostra civiltà (che resta ancora la nostra, di tutti noi, compresi quei milioni di cittadini che sono indifferenti a tutto ciò che le università fanno e rappresentano) è il linguaggio del pensiero morale e politico. Il discorso ufficiale utilizzato per la discussione su a cosa servono le università è uno in cui è impossibile dire la verità. Ma del resto la sincerità è una risorsa scarsa nella vita politica quotidiana.

Se però la verità e la sincerità – e la lenta e paziente definizione delle mutevoli condizioni per stabilire l’una e l’altra – non sono al centro della nostra idea di università, significa che abbiamo davvero consegnato il senso della nostra vita e la nostra fonte di sostentamento ai gangster della propaganda e ai pubblicitari al loro soldo. E dicendo questo non stiamo insultando nessuno. Una delle ferite più dolorose inflitte a qualsiasi persona sensibile e intelligente quando diventa capo di un dipartimento è doversi poi riempire la bocca di un linguaggio squalificante condito di quelle esecrabili espressioni polisillabiche che, una volta ingoiate, hanno un immediato effetto emetico. Dosi massicce di prioritising, operational implications, outcome indicators, impact beneficiaries, incremental significance, e levels of robustness (da una lista compilata da Adrian Poole, presidente della Facoltà di Inglese dell’Università di Cambridge) non possono non causare un’istantanea retroperistalsi in chiunque il cui mestiere sia di avvertire la forza dell’osservazione di Keats che «l’inglese va sostenuto». Dimentichiamo troppo facilmente quanto sia mostruoso il linguaggio manageriale. Esso va invece combattuto, screditato, criticato per quello che è: una perversione dell’interazione umana, un premeditato camuffamento delle imposizioni dure e calcolate di modelli spietati e autoritari di come debbano essere le cose.

Browne Report e White Paper: l’assolutismo incrollabile

È in questo contesto morale e linguistico che vanno collocati il Browne Report e il White Paper sull’istruzione superiore. In entrambi i documenti le convinzioni degli autori sono esposte con la perentorietà indifferente che accompagna l’assolutismo incrollabile. La prima di tali convinzioni assolutistiche, quella che «la competizione migliori la qualità», è invocata così apertamente perché il governo e i suoi lacchè partono dal presupposto assoluto che la forza indifferenziata e irresistibile degli “affari” sia onnipotente e che siano le sue esigenze a dettare i limiti e l’orientamento dei tipici prodotti dell’università, la ricerca e i laureati, la cui unica funzione è di contribuire all’ “economia” (termine lasciato come al solito opaco, senza fornire esempi chiarificatori).

Naturalmente, la ripugnanza incredula e il riso isterico sono impotenti contro la marcia dei decerebrati, fra i quali vi sono anche i nemici interni: il vice-cancelliere strisciante che aspira a un cavalierato, gli amministratori “collaborazionisti”, come li ha coraggiosamente definiti Richard Drayton, e gli zombi managerialisti che danzano sui tabulati per poi organizzare licenziamenti fra il personale di grado inferiore che guadagna sei volte meno di loro. Queste creature devono essere i nostri bersagli immediati. A differenza dei leader della professione medica e del suo mezzo milione di esponenti, che mostrano un elevato grado di solidarietà, i pro-vice-cancellieri e il loro personale di alto rango ridicolamente sovra pagati sono complici al massimo grado della mendacità camuffata delle nuove politiche e dei tagli che vanno a loro esclusivo beneficio. Se il debito nazionale sta strangolando le finanze universitarie quanto ci dicono, una somma ragguardevole potrebbe essere recuperata tagliando un modesto 20 per cento dai salari dei vice e pro-vice-cancellieri e di alcuni dei loro colleghi più avidi.

I cambiamenti che si stanno rapidamente introducendo, senza trovare ostacoli nella forza lavoro, docile e senza spina dorsale, esigono da noi (chiunque si intenda con “noi”) un qualcosa di più forte e duro, e anche di meglio argomentato e rivendicato collettivamente, dei semplici insulti (per quanto arrechino sollievo). Questo perché il White Paper è la sintesi di un nuovo ordine. Esso creerà un mercato truccato dell’istruzione superiore che conferirà e confermerà il privilegio ai privilegiati, distribuirà ricchezze fra i ricchi e assicurerà il completo controllo della domanda e dell’offerta di studenti e ricerca.

La politica della crisi

La parola “crisi” è stata stampata a grandi caratteri e proclamata sui nostri schermi così spesso che oggi nessuno presta molta attenzione a questa sua ultima incarnazione. La politica stessa – cioè, la condotta quotidiana del governo – è gravemente malata, e il meglio che possiamo sperare è di avere un governo responsabile. Il fatto che non lo abbiamo mi offre l’occasione per chiedere cosa sta succedendo al nostro paese; anzi, alla maggior parte dei paesi, certamente agli Stati Uniti e a tutta l’Unione Europea. Mi sembra che la nostra epoca si stia lasciando alle spalle le narrative che hanno conferito senso e continuità all’emisfero settentrionale dal 1945 in poi, per poi perdere la loro ragione di essere nel 1989 con la fine della Guerra Fredda. Quello che sta morendo è chiaro; ma quale temibile fiera, essendo finalmente giunto il suo momento, strisci verso di noi per venire al mondo, non è dato sapere.

La morte è quella di un ordine economico mondiale, e quindi del sistema sociale che esso sottende. Al contempo, la politica pubblica nel suo insieme resta un tentativo di ricostituire un sistema economico che è ormai giunto alla fine. Siamo davanti a una doppia inevitabilità. Il vecchio ordine – ancora ferito a morte dalla devastazione mai sanata delle vecchie industrie manifatturiere pesanti del nord dell'Inghilterra, oggi traumaticamente divisa fra una ricchezza smisurata e irresponsabile stipata in relativamente pochi portafogli e il nichilismo impotente delle classi inferiori – combatterà ciecamente e senza quartiere per far risorgere ciò che è morto. Affonderà sempre più profondamente in una crisi dopo l’altra nel fallimentare tentativo di ricreare il mondo che conosceva. La doppia inevitabilità è che questi sforzi falliranno e che niente altro sarà tentato finché non si raggiunge una qualche sorta di accordo sul respiro rivoluzionario della trasformazione richiesta. Ma un tale livello di consapevolezza è di là da venire.

La crisi di trasposizione

Per tutti i suoi sei secoli di storia, il capitalismo si è caratterizzato per quello che l’economista e geografo David Harvey chiama switching crises, crisi di trasposizione. Ogni ordine capitalista, più o meno radicato sul suolo di una nazione, spinge la produzione e l’espansione fino al punto in cui accumula più capitale di quanto il suo commercio possa assorbire, o produce tanto da non trovare più abbastanza clienti da garantirsi un guadagno. Quando il capitale accumulato in eccesso non riesce più a sostenere i pagamenti, si traspone a nuovo centro, promuovendo una nuova ondata di crescita e invadendo i mercati che il suo vecchio rivale è stato costretto ad abbandonare. Le crisi di trasposizione individuate da Harvey hanno luogo nei centri sistemici di una data epoca. Un eccesso di capitale si accumula in luoghi o pratiche tramite le quali non riesce ad ottenere i profitti previsti. Il capitale senza casa vaga allora in cerca di qualcuno da divorare, reso visibile dalle cifre della disoccupazione, dai negozi vuoti dei corsi cittadini, dalle merci immobili sugli scaffali e nei magazzini, dal giacere inerte dei soldi nelle banche e dalle ditte che fanno bancarotta per l’impossibilità di accedere a denaro liquido.

I capitalisti, con la loro feroce energia, avevano creato dal nulla una nuova risorsa che, si sperava, avrebbe scongiurato queste fasi di svalutazione. Questa creazione è il credito, il “capitale fittizio”, come lo chiama Marx nel terzo volume di Das Kapital (1894). Il credito è fiducia in atto. La sua funzione è di mantenere l’equilibrio fra produzione e consumo. Le crisi iniziano proprio con un fallimento che mina la fiducia nelle forme fittizie del capitale, come nel caso della caduta di Lehman Brothers, AIG, Northern Rock, Royal Bank of Scotland. La fiducia è sempre una pianta delicata. Perché i mercati funzionino, i produttori devono essere anche sufficientemente consumatori; vale a dire che i salari devono comprendere quel sovrappiù che permetta un po’ di acquisti terapeutici al centro commerciale. Invece negli scorsi quarant’anni i salari negli Stati Uniti e nell’Unione Europea sono stati tenuti così drasticamente bassi che il consumo sarebbe crollato a livelli paralizzanti se non si fosse evocato il capitale fittizio con carte di plastica per colmare l’ammanco.

La storia della “bolla” si è ripetuta molte volte a partire dalla Bolla dei Mari del Sud del luglio 1720. Se la bolla che scoppia è abbastanza grande, presagisce una crisi di trasposizione, vale a dire il drastico trasferimento del centro dominante dell’accumulazione capitalistica da un luogo all’altro. Oggi quel centro si sta infatti spostando dagli Stati Uniti alla Cina. La causa del recente tracollo – come tutti oggi sanno – è stata l’eccessiva accumulazione di capitale che giaceva speranzoso in valori immobiliari senza alcun collegamento con la produzione. Si confidava che il sistema “creditizio” (uno dei trucchi più spudorati dell’ultimo capitalismo anglofono è stato di ribattezzare “credito” il debito) fosse in grado di mantenere l’equilibrio fra produzione e consumo, in particolare per quanto riguardava l'industria edilizia. Ma si erano costruiti più edifici di quanti si potessero vendere, e si era distribuito più debito ipotecario di quanto i salari potessero ripagare. Il denaro giaceva senza profitto sui cantieri edilizi, incapace di riprodursi.

Fu così che si arrivò al crollo del 2008. Com’è consuetudine umana, tutti si rassicurarono a vicenda che era solo una recessione, che sarebbe finita in due o tre o quattro anni e i bei tempi sarebbero tornati. Ma in venticinque anni di ricorso a forniture estere e delocalizzazione (termine che tutti abbiamo imparato a conoscere), i salari mondiali sono stati colpevolmente mantenuti a livelli di sfruttamento, così che proprio quella gente di cui il sistema ha bisogno perché si guadagnino il paradiso spendendo e consumando non hanno le eccedenze per farlo. L’unica arma nelle loro mani per tirare su i salari, lo sciopero, è stata sottratta loro dalla legislazione. Delle risorse sacrificabili come il petrolio del Mar del Nord nel Regno Unito hanno finanziato i costi della disoccupazione di massa e il capitale fittizio ha fatto il resto, finché non è arrivato il crollo.

Dalla crisi della finanza alla crisi dello Stato

Ora la domanda è: chi dovrà sopportare il peso maggiore di quella che non è una svalutazione, ma un calo drastico e permanente della qualità della vita? Naturalmente in passato ci sono già state molte altre occasioni in cui le speranze sono andate deluse. Questa volta però la depressione sarà permanente e le aspettative dovranno essere costruite su basi diverse da modesti aumenti di stipendio, case ben rifornite e il maggior benessere dei figli rispetto ai genitori. Questa situazione è già in piena evidenza, ed è accompagnata dal solito immondo vociare dei nuovi orripilanti partiti politici, dal proliferare del razzismo sanguinario, e dalla distruzione delle vetrine dei negozi dei poveri senza clienti da parte dei poveri criminalizzati.

Stando così le cose, è il culmine della follia e dell’arroganza lanciare, come ha fatto l’attuale governo, un’ampia iniziativa per demolire lo Stato e molte delle sue istituzioni che forniscono alla gente quella protezione così necessaria contro le tempeste che stanno scuotendo il loro paese. E’ compito del governo, qualsiasi sia il suo colore, fare il possibile per riparare ai danni della storia e curare le ferite aperte della migrazione forzata, della miseria, della disoccupazione impotente e delle vite sprecate. I nostri ministri parlano dell’ “interesse nazionale”, ma la nazione è interessata alla sicurezza dei posti di lavoro, delle case e dei figli. Non si può sfuggire alla conclusione che i politici stiano aggravando e rendendo insolubile l’attuale crisi soltanto per le loro convinzioni ideologiche, restando totalmente indifferenti allo scandaloso estendersi dell’ineguaglianza sociale che deturpa la nostra società civile (e nonostante la totale inefficienza dell'ineguaglianza radicale come constante strutturale nella società moderna).

I super-ricchi sono lasciati indenni dai tagli, dai licenziamenti e dai repentini tagli degli stipendi. Le loro assicurazioni private, le scadenze dei pagamenti per l’istruzione privata dei loro figli, i cancelli elettronici dei loro viali d'accesso, chiusi per tenere fuori la rabbia e l’infelicità al di là di essi, restano intoccabili. La sfrontatezza arrogante di costoro ha trasformato la crisi contingente da crisi della finanza fittizia a crisi dello stato. Il nostro governo di coalizione avrebbe potuto creare le condizioni per una lenta ripresa economica che aiutasse a pareggiare il bilancio con aumenti degli introiti fiscali; avrebbe potuto esigere dalle banche un’imposta sui profitti molto più alta della somma ridicola proposta; ancora più semplicemente, avrebbe potuto aumentare l’imposta progressiva sul reddito e dare una bella sforbiciata all’IVA. Esso sta tradendo il suo dovere di agire nel pur costantemente invocato “interesse nazionale”.

Il suo dovere che è, ripetiamo, per quanto è nei poteri di un governo, di riportare gradualmente sotto controllo le tempeste economiche che hanno squassato il piccolo mondo del suo paese, di tenere a bada gli spaventosi pericoli della politica globale mentre premono sulla nazione, e di proteggere i suoi principi più nobili in modo da promuovere un futuro che tranquillizzi la gente e offra loro lavoro. La misura di un buon governo è che agisce sempre alla luce dei migliori valori che riesca ad immaginare nel presente e per il futuro.

La storia in pausa e il compito dell’università

Oggi però non c’è nessuna narrativa storica condivisa capace di dare a tali valori concretezza e moto. Incombe dunque, anzi è già sopraggiunta, una drastica lacerazione (uno iato) nel tessuto temporale. La storia stessa è in pausa, mentre le sue principali fonti di energia, che al momento sono gli eserciti del commercio e della produzione, cercano senso e direzione. È scopo e funzione dell’università proporre tale senso e dare delle interpretazioni della storia capaci di fornire dei punti cardinali per l’orientamento morale della società. “Il meglio di ciò che è stato pensato e detto”, e fatto e fabbricato, il meglio che possiamo fare per noi stessi, per il nostro paese e, laddove è possibile, per il mondo: è questo il soggetto e l’oggetto della nostra vita e della nostra vocazione. Nel suo conversare quotidiano la nostra cultura continua a esprimere tuttora con sicurezza giudizi riguardo al buono, al vero e al bello, ognuno visto come una componente essenziale della vita domestica e, diamine, politica! Definiamo, a ragione, alcune vite buone, alcuni oggetti belli, e non riusciremmo a muoverci in questo mondo affollato senza stabilire la verità delle cose e la veridicità degli altri nel riferirle.

Qualsiasi corso di laurea in, per esempio, fisica, letteratura, infermieristica o scienza dello sport comprende tuttora riferimenti impliciti ed espliciti al dovere pubblico della disciplina, a quello spazio della buona società in cui i principi e i contenuti della disciplina possono fiorire. Ma ora incombe su di noi un’ideologia nuova e odiosa, che potremmo chiamare del “tecnicismo”, la quale legittima una totale separazione fra colui che sa e l’oggetto del suo sapere. Questa profonda tendenza culturale è un aspetto centrale di ciò che oggi minaccia il senso e lo scopo dell’università. Essa fa sì che i principi del mercato e dei suoi gestori si infiltrino sempre di più nell’istruzione. Il mercato diventa il criterio primario per la selezione del discorso intellettuale. C’è una scissione fra il sapere e la gente, i loro valori, i loro impegni esistenziali. Il sapere, come ci ha spiegato Pierre Bourdieu anni fa, è diventato capitale. La secolare e valida tradizione che ci ha insegnato l’interiorità del sapere, la sua pertinenza alla struttura profonda del sé, il rapporto fra la propria disciplina e la definizione di se stessi, si sta logorando fino al punto di rottura.

Il coraggio di un’enorme incompletezza

L’importanza primaria delle università per la “buona” società è che esse sostengono e rinnovano il legame fra l'individuo e le solidarietà e i principi rigorosamente impersonali che danno massa ed energia alla vita individuale. Per esempio, un docente di infermieristica coscienzioso magari non formulerà le cose in modo così aulico, ma vorrebbe comunque che i suoi studenti fossero sufficientemente ispirati dai loro studi da trasformare il loro nuovo sapere in una fonte di energia e risorse. E attraverso questa trasformazione andrebbero talmente oltre il concetto fuorviato di addestramento che, scoprendo nello studio il coraggio di un’enorme incompletezza, ognuno troverebbe la determinazione per costruirsi un canovaccio di sapere infermieristico capace di nutrire sia la capacità di discernimento che la saggezza, persino davanti a una malattia terminale.

Per una civiltà futura – che certamente vedrà una nuova economia guidata dalla Cina e dall’India, una natura avviata a sfuggire al nostro controllo, la barbarie che sarà probabilmente il portato di entrambi i fenomeni, e le nostre vecchie fidate armi, la speranza e la capacità di recupero – per il momento l’università resta al contempo corte d’appello, laboratorio di restauro, teorica del nuovo e custode del bene. Per mantenerla tale, i docenti universitari dovranno coltivare una durezza e un'asprezza che mal si sposano con le loro fiduciose aspettative riguardo al mondo e la loro convinzione che, qualsiasi cosa facciano i pagliacci che ci governano, essi riusciranno in un modo o nell’altro a cavalcare il sistema. Se si dovrà creare una società passabilmente buona sotto cieli che si annunciano molto tempestosi, le università avranno bisogno come minimo di un agguerrito commando di pensatori tosti e intransigenti. Che le politiche del dopo-Guerra Fredda abbiano fallito è un dato di fatto. Un’intera generazione – per la precisione, la mia – è fallita marcia. I nemici della buona società sono potenti e possono essere affrontati solo con argomenti e azioni vincenti.

Dobbiamo subito scrollarci via l’affabile passività della vita accademica. I filistei ci sono addosso, sono nella stessa Camera del Senato, ed è giunta da un pezzo l'ora di riscrivere il grottesco quadro di «eccellenza nella ricerca» (l’espressione stessa è un insulto alla nostra vocazione). Quello di cui abbiamo bisogno è un appello accorato a un modo di fare ricerca più incisivo, arrabbiato e indomabile.
_________________________
NOTE
Questo articolo con il titolo Economical with actualité è stato pubblicato in inglese privo della suddivisione in paragrafi il 6 Ottobre 2011 su Times Higher Education.

 

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna