Rivista dell'Università in Movimento
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Gli editori accademici fanno sembrare Murdoch un socialista
Italia / Europa - Analisi
George Monbiot    08.12.11

Traduzione di Giuseppe Caputo

gli editori accademiciState lontani

Chi sono i capitalisti più crudeli nel mondo occidentale? Quali pratiche monopolistiche fanno sembrare Walmart un negozietto sotto l’angolo e Rupert Murdoch un socialista? Non indovinereste neppure in un mese fatto solo di domeniche. Certamente c’è abbondanza di possibili risposte, ma il mio voto non va alle banche, né alle compagnie petrolifere né alle assicurazioni, ma agli editori accademici.

Il settore, potrebbe sembrare ammuffito e insignificante. Ma è qualche cosa di molto diverso. Più di tutti gli altri raggiri corporativi, i commerci gestiti dagli editori accademici necessitano urgentemente di un’indagine delle autorità garanti della concorrenza. Tutti sostengono che la gente dovrebbe essere incoraggiata a capire la scienza e la ricerca accademica. Senza reali conoscenze, non possiamo fare scelte democratiche coerenti. Ma gli editori hanno sprangato la porta ed hanno affisso il cartello «state lontani».

A piene mani

Forse siete risentiti della politica del paywall di Murdoch che chiede 1 sterlina per 24 ore di accesso al Times e al Sunday Times. Pagate, ma almeno potete leggere e scaricare tutti gli articoli che volete. Invece per leggere un singolo articolo pubblicato da una rivista di Elsevier servono 31.50 dollari. Springer ne chiede 34.95 e Wiley-Blackwell 42. Inoltre se vuoi leggere dieci articoli, ne devi pagare dieci. E non è finita. I giornali mantengono il copyright perpetuo degli articoli. Così se volete leggere una lettera pubblicata nel 1981 dovrete spendere ancora 31.50 dollari.

Naturalmente potreste entrare in biblioteca (se ne trovate ancora qualcuna aperta). Ma anch’esse sono gravate da tariffe esorbitanti. Il costo medio di un abbonamento annuale ad una rivista di chimica è $3.792. Alcune riviste costato $10.000 all'anno o più. L’abbonamento più costoso che ho potuto vedere è quello della rivista «Biochimica et Biophysica acta» dell’editore Elsevier che costa 20.930 dollari. Sebbene le biblioteche universitarie per sbarcare il lunario stiano tagliando gli abbonamenti, le pubblicazioni consumano ancora il 65% del loro budget e di conseguenza hanno dovuto ridurre l’acquisto di libri. Gli abbonamenti alle riviste scientifiche assorbono una quota significativa dei bilanci universitari che adesso vengono scaricati sugli studenti.

Murdoch almeno paga giornalisti e redattori, e le sue aziende producono in proprio gran parte dei contenuti che pubblicano. Invece, gli editori accademici ottengono gratis non solo gli articoli e la loro revisione, tramite il sistema della revisione fra pari, ma anche gran parte del lavoro editoriale. Gli studi che pubblicano gli editori accademici non sono stati finanziati da loro ma da noi, attraverso i fondi pubblici per la ricerca e tramite gli stipendi dei ricercatori. Eppure per leggere i risultati di queste ricerche dobbiamo pagare di nuovo e a piene mani.

Profitti stellari

I profitti sono astronomici: durante l'anno finanziario scorso, per esempio, il margine di profitto operativo di Elsevier era del 36% (724 milioni di sterline su ricavi di 2 miliardi di sterline). Margini che derivano da una stretta mortale sul mercato. Elsevier, Springer e Wiley dopo aver acquisito gran parte dei loro competitori, ora pubblicano il 42% degli articoli scientifici. Naturalmente la cosa più grave è che le università sono costrette ad acquistare i loro prodotti. Gli articoli accademici vengono pubblicati soltanto in una sede editoriale e devono essere letti necessariamente dai tanti ricercatori che vogliono tenere il passo con gli sviluppi scientifici e vogliono progredire nella carriera. La richiesta è anelastica e la concorrenza inesistente, perché riviste differenti non possono pubblicare lo stesso materiale.

Costi bassi

In molti casi gli editori obbligano le biblioteche a comprare le pubblicazioni in un unico grande pacchetto, anche quando non hanno interesse ad averle tutte. Non deve dunque sorprendere che uno dei più grandi truffatori che abbia mai predato i cittadini britannici - Robert Maxwell - ha fatto gran parte dei suoi soldi con le pubblicazioni accademiche. Gli editori sostengono che sono costretti ad applicare tariffe così esose a causa dei costi di produzione e di distribuzione; inoltre sostengono che essi aggiungono valore alle pubblicazioni (secondo il concetto di valore della Springer) perché «sviluppano il marchio della rivista e mantengono l’infrastruttura digitale che ha rivoluzionato la comunicazione scientifica degli ultimi 15 anni». Ma un'analisi della Deutsche Bank arriva a conclusioni differenti: «Crediamo che l'editore aggiunga relativamente poco valore al processo di pubblicazione […] se il processo fosse realmente complesso, costoso ed ad alto valore aggiunto come gli editori sostengono, non sarebbero possibili margini del 40%».

Rendite parassitarie

Ben lontani dall’aiutare la diffusione della ricerca, i grandi editori la impediscono, poiché i loro tempi lunghi di pubblicazione ritardano la divulgazione dei risultati delle ricerche di un anno o più. Assistiamo dunque a un esempio di puro capitalismo di rendita che monopolizza una risorsa pubblica e richiede tariffe esorbitanti per accedervi. Un altro termine per definire queste pratiche è parassitismo economico. Per ottenere le conoscenza per cui abbiamo già pagato una prima volta, dobbiamo pagare un dazio aggiuntivo ai proprietari terrieri della conoscenza.

Libertà di studio

Fin qui ho descritto una situazione certamente brutta per gli accademici, ma anche peggiore per i comuni lettori. Mi riferisco ai lettori non professionali di articoli scientifici che adottano il principio secondo il quale le scoperte scientifiche vanno studiate e giudicate basandosi sulle fonti originali. Questi lettori mi dicono che non possono permettersi di giudicare indipendentemente se i risultati delle ricerche sono presentati correttamente. I ricercatori indipendenti che vogliono provare a informarsi su temi scientifici importanti devono sborsare migliaia di sterline. Siamo in presenza di una tassa sulla formazione,di un soffocamento dell’opinione pubblica. Sembra anche una politica in contrasto con la dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, che afferma che «tutti hanno diritto   gratuitamente […] di condividere gli sviluppi della ricerca e i suoi benefici».

Open Access

Il sistema di pubblicazioni alternativo Open Access, malgrado le sue promesse, ed alcune eccellenti risorse come la Public Library of Science e il database di fisica arxiv.org, non è riuscito a scalzare i monopolisti. Nel 1998 l'«Economist», analizzando le opportunità offerte dall’editoria elettronica, ha predetto che «i giorni dei margini di guadagno di 40% potranno presto finire, così come è finito Robert Maxwell». Ma nel 2010 i margini di profitto di Elsevier erano gli stessi (36%) del 1998. Il motivo è che i grandi editori hanno arrotondato sulle riviste con impact factor più alto sulle quali per i ricercatori è essenziale ottenere delle pubblicazioni ai fini del loro avanzamento di carriera. Si può iniziare a leggere riviste del sistema Open Acess, ma al contempo non si può smettere di leggere quelle ad accesso limitato.

Le istituzioni accademiche, con poche eccezioni, non sono riuscite a confrontarsi su questi temi. Il National Institutes of Health americano obbliga coloro che hanno ricevuto finanziamenti dal loro istituto a pubblicare in archivi ad accesso libero. Invece, il Research Council britannico nella dichiarazione sull’Open Access, che è un capolavoro di chiacchiere senza senso, si basa sul «presupposto che gli editori manterranno lo spirito delle loro attuali politiche». Possiamo scommetterci che andrà così.

Regole editoriali da spezzare

Nel breve periodo, i governi dovrebbero sottoporre gli editori accademici al controllo dei garanti della concorrenza e dovrebbero insistere affinché tutti gli articoli nati da ricerche finanziate con soldi pubblici siano disponibili in database ad accesso libero. Nel lungo periodo, poi, dovrebbero lavorare con i ricercatori per eliminare definitivamente l'intermediazione editoriale, generando - sulla base delle linee proposte da Björn Brembs della Freie Universität di Berlino- un singolo archivio globale di letteratura accademica. Il sistema di peer-review sarebbe gestito da un ente indipendente finanziato dalle biblioteche che attualmente invece finanziano gli editori privati. Il monopolio della conoscenza è ingiustificato ed anacronistico quanto le leggi sul grano. Cacciamo via questi padroni parassitari e liberiamo la ricerca che appartiene a tutti noi.

 ____________________________________________________________________________________

NOTE

Questo articolo è stato pubblicato, privo della divisione in paragrafi, il 29/08/2011 in inglese su The Guardian ed è consultabile anche sul sito web dell’autore ( www.monbiot.com).

La traduzione di questo articolo è stata letta e autorizzata dall’autore.

 

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna