Rivista dell'Università in Movimento
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Dall'Inghilterra, la strada verso una ricerca mediocre
Italia / Europa - Analisi
Giuseppe Caputo    22.05.11

strada-verso-impattoLa strada verso una ricerca di impatto

Una lettera firmata da nove premi nobel inglesi è stata pubblicata nel mese di Aprile sul «Times Higher Education» per denunciare i rischi di una nuova iniziativa del Research Councils britannico intitolata «la strada verso una ricerca di impatto». In tempi di cieco filoesterismo e di provincialismo come i nostri, risulterà forse interessante vedere di che si tratta. Non fosse altro che per sapere quale nuovo modello di ricerca oggi costruito nella fucina inglese rischiamo domani d’importare nell’aziendina universitaria italiana.

«La strada verso una ricerca di impatto» richiede a tutti i proponenti dei progetti di ricerca che vogliano essere finanziati dal Research Council Funding di specificare il probabile impatto accademico, economico e sociale della ricerca proposta. In particolar modo riguardo all’impatto economico ai ricercatori viene richiesto d’illustrare come la ricerca possa contribuire a: 1) sostenere le «prestazioni economiche globali» e segnatamente quelle del Regno Unito 2) incrementare l’efficacia della politica e dei servizi pubblici 3) migliorare la qualità della vita, della salute e della creatività.

 Fare ricerca “SMART”

 L’ Economic and Social Research Council non si limita ad individuare i requisiti di base, ovvero i presupposti fondamentali che i progetti di ricerca finanziati dovranno possedere, ma predispone una griglia per la costruzione delle cosiddette «strade verso una ricerca di impatto». Questo schema prevede che i ricercatori debbano confrontarsi con gli «utenti» in tutti gli stadi del «processo di ricerca». Ciò comporta la necessità di fissare degli obiettivi che soddisfino la definizione di essere “SMART”. L’acronimo “SMART” indica che gli obiettivi siano:

-  Specifici, e dunque rispondano alla seguente domanda: «gli obiettivi specificano cosa si vuole ottenere?»

-  Misurabili, ovvero rispondano al quesito: «i dati ottenuti dimostrano che sono stati raggiunti gli obiettivi fissati?»

-  Abbordabili, e cioè: «è realistico ottenere gli obiettivi prefissati? È possibile ottenere i dati necessari nel tempo stabilito e con il badget a disposizione?»

-  Rilevanti: «gli obiettivi sono rilevanti per il progetto?»

-  Tempistici, e pertanto: «gli obiettivi possono essere misurati nel tempo predefinito del progetto?»

 «La strada verso una ricerca di impatto», chiaramente risponde ad una precisa strategia politica che il Research Council ha elaborato al fine di indirizzare i propri fondi di ricerca. Simile politica risponde alle pressioni economiche e fa proprie le richieste dell’attuale governo: fare ricerca di breve durata con finalità utilitaristiche. Il paradigma di ricerca sottostante a un simile modello prevede che gli “utenti” della ricerca siano coinvolti nel suo stesso processo di costruzione. Ne consegue che la ricerca diviene un co-prodotto di ricercatori e “utenti”, qualcosa di simile ad un mobile Ikea: progettato da esperti, prodotto da una fabbrica, assemblato dai clienti.

 La posizione dei Nobel

 I nove premi nobel sottoscrittori della lettera di Aprile, sorretti dall’autorevolezza delle loro firme, si sono opposti al nuovo modello di ricerca SMART. Hanno infatti affermato che il nuovo programma compromette la ricerca accademica e per di più spreca il denaro dei cittadini. Secondo i nobel: «l’iniziativa corrompe il pensiero dei ricercatori, li obbliga a pregiudicare i risultati mentre predispongono il progetto e li incoraggia a mirare a obiettivi possibili». In altre parole la strada verso una ricerca d’impatto, misurabile e immediatamente spendibile induce i ricercatori (se non addirittura li costringe per ottenere i fondi) ad esplorare il prevedibile, a pensare il già pensato. Per queste ragioni i nobel hanno lanciato un’iniziativa di protesta, invitando i revisori dei progetti a scrivere: «non sono competente a stabilire il futuro impatto socio-economico di questa proposta». In altri termini la lontananza dalla sfera economica è ancora una volta, come nella lunga storia del Novecento, rivendicata dagli intellettuali come un tratto di distinzione. Ciò che i nobel intendono difendere, però, non è tanto un requisito di ceto, ma l’autonomia stessa della ricerca e, a ben guardare, la sua effettiva utilità sociale: essere acquiescenti verso simili pratiche potrà forse offrire dei vantaggi nell’immediato, ma a lungo termine, pregiudicando ad esempio l’intero settore della ricerca di base, i danni anche in termini di risultati e di sviluppo di idee potrebbero essere irreversibili.

Se poi si volesse rispondere con argomenti tecnici all’invasione di campo dei tecnocrati, andrebbe ricordato che è ormai riconosciuto da diversi studi sul knowledge transfer che l’impatto della ricerca non è un processo lineare e non può pertanto essere ottenuto sommando “pezzi” di ricerca a breve termine. «La strada verso una ricerca di impatto» adotta un modello lineare ed elementare di ricerca che produrrà risultati mediocri. Ciò malgrado, appesi al capestro dei finanziamenti, i ricercatori britannici dovranno incorporare queste “indicazioni” nelle loro strategie di ricerca. Speriamo solo che la strada inglese per la ricerca d’impatto questa volta non porti fino a noi.

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NOTE

Corrosive impact merits only dismissal, «Times higher education», 14 Aprile 2011 http://www.timeshighereducation.co.uk/story.asp?sectioncode=26&storycode=415823&c=1

Pathways to Impact http://www.rcuk.ac.uk/kei/impacts/Pages/home.aspx

Allegati:
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