Rivista dell'Università in Movimento
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Dall’Inghilterra. «Non siamo più la generazione post-ideologica: noi oggi siamo il cuore della resistenza»
Italia / Europa - Analisi
Lucy Mayblin    13.02.11

Tradotto da Marina Lops

generazioneNotizie dalla Gran Bretagna

Il 10 novembre 2010 circa 50000 persone sono scese in piazza a Londra per manifestare contro il progetto governativo che prevede un aumento delle tasse universitarie da 3200 a 9000 sterline annue e il contestuale taglio dei fondi pubblici destinati alle scienze sociali, alle arti e alle discipline umanistiche, nonché la riduzione di quelli destinati alle discipline scientifiche. Quando il corteo ha raggiunto la sede del Partito Conservatore (MillibankTower) in migliaia sono rimasti all’esterno dell’edificio intonando slogan, nel cortile alcuni hanno acceso un falò con gli striscioni mentre un piccolo gruppo è stato coinvolto in azioni più dure, spaccando vetrine e imbrattando i muri di graffiti. Un certo numero di dimostranti è riuscito a entrare nell’edificio e a salire sul tetto. La macchina della propaganda governativa ha iniziato a lavorare immediatamente per cercare di delegittimare le istanze studentesche presentandole come frutto dell’azione di una “minoranza violenta”. All’inizio ha funzionato. C’è stata un’ondata di sdegno da destra e da sinistra e persino il Presidente della National Union of Students ha espresso la propria disapprovazione.

Le mobilitazioni degli studenti

La giornata sembrava destinata a essere archiviata come un fallimento, come l’espressione del disagio di una minoranza di accademici e studenti. Tuttavia, due settimane dopo, il 24 novembre, la National Campaign Against Cuts and Fees ha indetto una mobilitazione. Vi hanno aderito in 135.000, fra studenti liceali, universitari e docenti, e questa volta le proteste hanno avuto luogo anche a livello locale. Ci sono stati cortei nelle maggiori città, con momenti drammatici quando la polizia ha accerchiato e bloccato i manifestanti, sia gli adulti sia gli studenti delle scuole superiori. Poi, il 30 novembre una seconda giornata di mobilitazione ha visto l’occupazione di altre università, nuove dimostrazioni in tutto il paese e sit-in nelle sedi di molti consigli comunali, in particolare a Birmingham. Durante il primo giorno di mobilitazione (il 24 novembre) sono stati occupati 18 atenei, diventati poi 25 il 30 novembre. Fra questi la SOAS (School of Oriental and African Studies) e la UCL (University College London), e le università di Warwick, Leeds, Birmingham, Edimburgo, Oxford. All’UCL le autorità accademiche si sono rivolte agli ufficiali giudiziari, a Warwick hanno fatto presidiare gli ingressi prima dalla vigilanza e poi dalla polizia, hanno proibito agli studenti che volessero lasciare la sala occupata di rientrarvi (nella sala non vi erano servizi igienici), hanno impedito cha agli ingressi si tenessero lezioni e discorsi pubblici e hanno acceso l’aria condizionata per far morire di freddo gli occupanti. A Leeds il vicerettore Michael Arthur ha chiamato la polizia, e così hanno fatto la maggior parte delle autorità accademiche. La polizia agisce di concerto con i responsabili degli atenei a sostegno di una politica che reprime la libera discussione: migliaia di persone sono state circondate e bloccate per nove ore la settimana scorsa a Londra, molti erano ragazzi. Un osservatore ha detto di non aver mai assistito a una manifestazione in cui i poliziotti palesemente si vergognavano di quello che erano costretti a fare. Nel frattempo, in molte università i docenti hanno fornito cibo agli occupanti, hanno tenuto libere lezioni e hanno offerto il proprio pubblico sostegno alle azioni. La Unite Union sta cercando di organizzare una raccolta di fondi per le occupazioni, si sono fatti vedere deputati dei Verdi e musicisti, Noam Chomsky ha pubblicamente lodato gli occupanti e sono giunti messaggi di solidarietà da tutto il mondo.

Il cuore della resistenza

L’aspetto interessante di queste occupazioni è che gli studenti non si limitano a star seduti in un’aula rifiutandosi di uscire. In ognuna di esse è emerso il desiderio di creare uno spazio di insegnamento alternativo rispetto a un modello neoliberale di istruzione in linea con le logiche del mercato. Sei mesi fa i giovani erano oggetto di critiche diffuse, accusati di essere una generazione priva di coscienza politica e interessata solo a facebook e allo shopping. Uno dei messaggi più potenti emersi dalle occupazioni e dalle manifestazioni è che tale affermazione, almeno per una significativa minoranza, non potrebbe essere più lontana dalla verità. Animate da tale sentimento, le occupazioni hanno invaso lo spazio pubblico con gli studenti di Leeds che progettano di appropriarsi di un’area dismessa della loro città per attuare un progetto educativo di una settimana e discutere in maniera più articolata e approfondita dei tagli alla spesa, ma anche per aprire uno spazio di espressione creativa. Gli studenti della Goldsmiths University (Londra) in qualità di University of Strategic Optimism hanno svolto una lezione di cinque minuti in una banca, gli studenti dell’UCL la settimana scorsa hanno dato vita a un ‘flashmob’ a Oxford Street, davanti a Topshop, per protestare contro il proprietario, Philip Green, accusato di evasione fiscale. Tali occupazioni hanno avuto ampia copertura da parte dei media e goduto di campagne di sostegno, con lettere e petizioni inviate ai vicerettori, ai parlamentari e ai giornali.

Un’improvvisa ondata di commenti ha visto coinvolti non solo i media ma anche gli accademici, con un ruolo cruciale svolto dai social network. Sally Jefferson, una studentessa dell’Università di Cambridge a proposito dell’occupazione della sua università ha detto: «ci sentiamo motivati dalla solidarietà che abbiamo ricevuto dai docenti, dagli studenti delle altre università e dai cittadini». Anche quelli che si sono pronunciati a sostegno degli studenti si sentono motivati. Al Congresso della National Coalition of Resistance (che ha come scopo quello di opporsi in generale alle misure di austerità, in tutti i settori) sabato scorso Lynsdey German della Stop the War Coalition si è fatta portavoce di tutti i partecipanti quando ha affermato che: «gli studenti hanno radicalmente modificato i termini della discussione, dobbiamo appoggiarli». Barnaby, uno studente di scuola superiore ha forse espresso il sentimento di tutti i suoi compagni nella maniera più sintetica ed efficace quando ha affermato: «non siamo più la generazione posti-ideologica, noi siamo il cuore della resistenza».

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NOTE

Il testo in inglese dell’articolo di Lucy Mayblin è apparso il 3 dicembre 2010 sul sito di Universities in crisis all’indirizzo www.isa-sociology.org/universities-in-crisis.

Il 9 dicembre il parlamento britannico ha votato l’approvazione di una legge che consentirà di autorizzare l’aumento delle tasse universitarie in Inghilterra. Seguirà poi un Libro Bianco recante specifiche raccomandazioni, che pure dovrà essere votato (la procedura normale avrebbe previsto prima il Libro Bianco e poi il voto, ma il Governo teme una spaccatura all’interno della coalizione ad opera dei Liberaldemocratici, che prima delle elezioni avevano condotto una campagna contro l’aumento delle tasse). Il parlamento gallese ha già dichiarato che non attuerà questo provvedimento e quello scozzese sembra avere lo stesso orientamento.

 

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