Rivista dell'Università in Movimento
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Il lavoro indipendente e i diritti del quinto stato
Insegnare / Ricercare - Biblioteca
Alessandro Viti    15.03.12

 

Roberto Ciccarelli e Giuseppe Allegri, La furia dei cervelli, Manifestolibri, Roma 2011


furiacervelliLa furia dei cervelli non è libro in sé conchiuso, ma atto inaugurale di uno spazio multimediale in aggiornamento permanente (il blog http://furiacervelli.blogspot.com/) al servizio di una piattaforma politica che sta cercando di unire le forze del vasto e disgregato mondo di indipendenti, freelancers, partite iva, lavoratori della conoscenza e dello spettacolo: gli “imprenditori individuali” e i parasubordinati iscritti alla gestione separata Inps, che, in un sistema incentrato sul lavoro subordinato e su ordini professionali chiusi come quello italiano, soffrono di una mancanza di diritti che, nella visione degli autori, si configura come negazione del pieno status di cittadinanza.

Questa zona grigia rappresenta la componente più visibile del Quinto Stato, categoria che in essa tuttavia non si esaurisce. La genealogia storico-filosofica e l’attuale presa di (auto)coscienza del Quinto Stato sono suggestivamente ricostruite e messe in parallelo attraverso cortocircuiti temporali che passano dalla Pantera a Diogene il cinico, dalla manifestazione studentesca di Roma del 14 dicembre 2010 a Spinoza e i Seduttori del Seicento, dal Teatro Valle Occupato alla Comune di Parigi. Viene delineato il concetto di autonomia come esperienza di libertà sciolta dalle condizioni materiali del lavoro: «è la condizione immanente che garantisce, da un lato, la possibilità dell’individuazione sociale attraverso la diffusione della capacità critica di distaccarsi da un mondo ingiusto (non vero, alienato) e, dall’altro lato, crea le possibilità di una socializzazione attraverso l’espressione di un desiderio di trasformare questo mondo in uno più giusto» (p. 76). Ciccarelli e Allegri si riallacciano al pensiero di sinistra eretico di Gorz, Deleuze, e soprattutto Foucault, anteponendo la spinta del desiderio alla sicurezza data dal senso di appartenenza dell’ortodossia marxista, che, sin dallo stesso Marx, ha sottovalutato la posizione autonoma dell’indipendenza nel conflitto tra capitale e lavoro.

Arrivando al presente, è costante la polemica contro la sinistra nelle sue varie declinazioni (riformista, radicale, sindacale), che negli ultimi decenni non avrebbe saputo staccarsi dal modello ormai tramontato del fordismo, continuando a reprimere l’indipendenza nel considerare il lavoro solo in termini di subordinazione salariata. Nel libro si insiste molto sulla specularità tra neoliberismo e pensiero di sinistra: il primo descrive ideologicamente l’indipendenza in termini di auto-imprenditorialità pronta a giocarsi le sue carte in termini di merito e concorrenza secondo un paradigma socialmente disgregante, oltretutto in un mercato come quello italiano in cui non esiste trasparenza; per il secondo i non subordinati sarebbero tutti precari svantaggiati in fila d’attesa per un’assunzione a tempo indeterminato. La cittadinanza è così riservata soltanto ai migliori (nella versione liberista) e ai “garantiti” (nella versione di sinistra). Insiders contrapposti alla massa informe degli outsiders.

Si entra qui in un terreno molto scivoloso. Alcune argomentazioni del libro sono sovrapponibili a quelle ripetutamente espresse dagli editorialisti sui grandi quotidiani: i sindacati difendono solo impiegati pubblici, operai di grandi aziende e pensionati; si devono superare le strutture burocratiche d’intermediazione tra capitale e lavoro; lo stato sociale italiano è diventato stato assistenziale. Quando si chiede, giustamente, un welfare attivante e promozionale anziché uno risarcitorio (p. 129), si deve tenere alta la guardia contro la verosimile possibilità che l’imminente riforma porti non già a un allargamento ma a un generale indebolimento delle garanzie. Una volta denunciate le similitudini tra neoliberismo e socialdemocrazia, è fondamentale esorcizzare quelle tra neoliberismo e indipendenza, due scuole di pensiero che considerano dato acquisito la fine dell’impiego stabile salariato e della piena occupazione nell’attuale società di accumulazione flessibile (Harvey).

Allegri e Ciccarelli individuano il discrimine nel superamento dell’individualismo con cui si punta ad aver ragione dell’esclusione dal mercato tramite la retorica del “talento”. Il passaggio, indicato già nel manifesto del lavoro autonomo di Acta (www.actainrete.it) e in linea con le tesi già portate avanti in Italia da Sergio Bologna, è «dallo status di professionista, individualistico e auto-referenziale, al riconoscimento della comune condizione dei lavoratori» (p. 60). Nella triade costituente del Quinto Stato, autonomia indipendenza e cooperazione, è quindi di fondamentale importanza il ruolo del terzo elemento. L’indipendenza ha bisogno di alleanze sociali e politiche, della creazione di leghe mutualistiche e cooperative come la Freelancers Union americana. Ciò che si cerca non è tuttavia un’altra struttura sindacale, bensì un nuovo modello che prenda le mosse dalla convinzione che il Quinto Stato sia destinato a diventare una condizione lavorativa generale.

Il nuovo welfare universale non dovrebbe più porre il lavoro come chiave di cittadinanza, partendo dal presupposto, scandaloso per la cultura liberal-socialista ma pragmatico di fronte alla realtà contemporanea, che il reddito di base vada garantito indipendentemente dal tempo di lavoro. Continuità di reddito, diritto alla maternità retribuita e all’autoformazione permanente sarebbero le invarianti di una società fondata, con Foucault, sull’autonomia personale anziché sul lavoro. La costruzione di questo nuovo mondo dovrebbe passare attraverso la valorizzazione del bene comune sottratto al dominio del mercato come a quello dello stato. Anche nell’università si auspica un nuovo patto intergenerazionale fondato sull’idea di autonomia dei saperi e di istruzione/cultura come bene comune, dal principio guida dell’occupazione del Teatro Valle. La centralità accordata a un concetto come quello di bene comune, di statuto ancora incerto pur nella sua attuale iperdiffusione, è il dato più pericolante dell’affascinante quadro prospettato da La furia dei cervelli. Nei rapporti di forza attuali, il rischio di utopismo è concreto. Diverso sarebbe, forse, se le proposte di ripensamento dei tempi di lavoro e superamento della dicotomia tra vita attiva e contemplativa fossero poste in un auspicabile confronto col pensiero della decrescita, prospettiva nella quale ben si inserisce la riflessione sui beni comuni.

 

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