Rivista dell'Università in Movimento
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Risposte dalla crisi
Insegnare / Ricercare - Biblioteca
Emanuela Annaloro    11.12.11

Marianna Marrucci e Valentina Tinacci, Scrivere per leggere. La scrittura creativa e la didattica, Editrice Zona 2011

risposte dalla crisiIl libro di Marianna Marrucci e Valentina Tinacci, Scrivere per leggere è un libro intelligente, verrebbe da dire, innanzitutto in senso etologico. Denota infatti una notevole capacità di reazione e adattamento all’ambiente circostante. “L’ambiente” delle autrici, due italianiste quarantenni esperte di didattica e di letteratura, è quello colto e consapevole della crisi degli studi umanistici e più segnatamente di quelli letterari:

nel corso degli anni Novanta e Duemila la questione della crisi della critica, lungi dal risolversi, si intreccia al dibattito sul canone, sulla didattica della letteratura e sulle antologie scolastiche. […] Nel nostro caso specifico possiamo vantare l’onore di aver compiuto l’intera nostra formazione universitaria, dalla laurea al dottorato di ricerca in italianistica, durante la crisi, nella crisi immersa e dalla crisi al contempo nutrita e minacciata. Nutrita come indubbia palestra di consapevolezza critica; minacciata perché colorata di paradosso: ci veniva richiesto di imparare a fare qualcosa di cui intanto non si cessava di indicarci la crisi e l’emarginazione nella società (pp. 15-16).

In questo contesto si formano le autrici e in questo contesto di crisi permanente cominciano a lavorare, tra una scuola e un’università affaticate e in calo di legittimità e nel ronzante brusio di fondo di un paese (una civiltà?) in cui gli spazi del lavoro critico e dell’interpretazione dei testi si fanno sempre più angusti e inutili. Quando nel 2003 all’Università di Siena iniziano ad insegnare in un master di scrittura creativa sono ormai passati dieci anni dal famoso saggio di Cesare Segre, Notizie dalla crisi, che fece deflagrare il dibattito sulla crisi della critica letteraria in Italia. Insegnando al master le due studiose constatano una volta di più che la dialettica di produzione e fruizione dei libri è ormai rovesciata, dato che alla diminuzione dei lettori e all’impoverimento della loro capacità di lettura corrisponde una crescita espansiva degli scrittori e del loro “bisogno” - spesso velleitario - di far letteratura. La constatazione non è nuova, anche se meditata, e si accompagna ad una scoperta: scrivere insegna a leggere e su questa prospettiva ribaltata si può lavorare per sopravvivere alla crisi.

All’intelligenza etologica delle premesse si affianca allora quella ecologica della risposta. La loro risposta alla crisi diviene in breve una vera e propria proposta di lavoro per insegnare la letteratura oggi e consiste in un’elaborazione teorica snella, induttiva, pragmatica, innovativa e naturalmente rischiosa di una didattica «fondata sull’esperienza della scrittura e della riscrittura come guida alla lettura»:

L’incontro con il testo, nelle mutate condizioni storiche in cui ci troviamo in questo preciso momento, potrebbe spingersi anche oltre, dentro il corpo del testo. Se è vero che la nostra generazione (una sorta di generazione-ponte) educata all’idea di testo chiuso, si trova a fare i conti con un’idea diffusa che torna ad essere a favore di un “testo disarticolato” e aperto come in certe epoche passate, si può scommettere su un’ipotesi didattica basata sull’apertura del corpo del testo; beninteso apertura e non violenza, sperimentazione il cui fine è la conoscenza di quel corpo e non la sua disarticolazione (p.57).

Scrivere per leggere ci suggerisce di non separare più nell’insegnamento della letteratura produzione e fruizione, poiché «è nella frequentazione delle letteratura come laboratorio concreto (e non ideale) delle possibilità offerte dal linguaggio che si affinano le competenze di lettura/scrittura, di comprensione e ri-creazione del testo» (p. 61) e perché la sperimentazione pratica degli strumenti artigianali dello scrittore rende più consapevole la lettura e crea un rapporto profondo con «la complessità del linguaggio e le sue sfumature espressive» (p. 94).

I vantaggi di questo esercizio di «appropriazione» dei testi andrebbero esperiti in classe e in aula così come hanno fatto le stesse autrici; i rischi invece andrebbero paventati subito per difendersene al meglio. Nel lavoro di scrittura e/o riscrittura di un testo condotta da adolescenti o studenti universitari non troppo attrezzati c’è il rischio di incappare in pratiche ludiche banalizzanti o al contrario meramente tecniche; si corre poi il rischio di perdere la forza conoscitiva che viene dalla lettura di un testo sentito come Altro, distante per linguaggio e contenuti, e quindi a sé non riconducibile se non attraverso uno sforzo di ascolto e comprensione mai del tutto compiuto; ma soprattutto c’è il rischio di accarezzare il narcisismo diffuso dei nostri giovani (e non), di compiacere la loro tendenza a dare forma e significato al mondo rimanendo nei confini della propria esperienza (estetica o meno), con uno sguardo basso quasi sempre rivolto al proprio ombelico.

Infine, non dirò al lettore con quali materiali e idee concrete si conclude il percorso didattico indicato da Marianna Marrucci e Valentina Tinacci. Non lo farò né per ragioni di brevità, né per indurre nel lettore sentimenti di studiata suspance, ma perché in un libro come questo contano di più i semi delle premesse che il raccolto delle conclusioni. E perché le conclusioni spettano a tutti noi.


 




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