Rivista dell'Università in Movimento
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Presentazione del saggio La Tribu' Degli Antichisti
Insegnare / Ricercare - Analisi
Andrea Cozzo    16.05.10

Premessa metodologica

Come è noto, l’antropologia può declinarsi secondo la modalità di un’osservazione partecipante, può essere cioè un’opera di condivisione, da parte di uno studioso, dei costumi e del modo di vivere della società che egli studia. Il volume in questione (A. Cozzo, La tribù degli antichisti. Un’etnografia ad opera di un suo membro, Carocci, Roma 2006) rovescia quest’ottica, presentandosi piuttosto come una “partecipazione osservante”, una ricerca di chi fa parte di una comunità e cerca di osservare i suoi membri – dunque anche se stesso – come se fosse esterno ad essa, tentando di descrivere, a partire da un punto di vista altro, o forse meglio a partire da uno scetticismo di fondo su ciò che gli “indigeni” credono o credono di fare, il funzionamento delle sue abitudini di vita e delle sue categorie culturali.

La comunità presa in considerazione non è però quella di un gruppo etnico, ma quella di una categoria professionale - quella degli studiosi del mondo antico e in particolare del mondo greco - studiata come una “tribù”, dotata di una sua specifica strutturazione interna, di un suo specifico modo di rapportarsi al suo contesto (disciplinare, accademico, sociale) e di un suo specifico modo di pensare. Il periodo storico considerato è quello che va dal momento della costituzione del dominio della tribù - l’ambigua Altertumswissenschaft che è un po’ filologia, un po’ storia, un po’ lingua e letteratura, un po’ estetica - e anzi dalla sua preistoria, fino ad oggi. Principali punti di riferimento teorici di tale lavoro sono le epistemologie di Pierre Bourdieu e di Bruno Latour e a costituire la massima parte del corpus di fonti per l’indagine sulla tribù in oggetto sono gli scritti degli “indigeni” stessi: gli antichisti vengono abbondantemente citati e costantemente analizzati attraverso la contestualizzazione storica e l’indagine linguistico-filologica, cioè con i loro stessi strumenti tecnici. Tali strumenti appartengono del resto anche all’autore del volume in questione, che è ricercatore di Lingua e letteratura greca. Questi, “partecipante-osservatore”, se da un lato ha lo svantaggio di doversi guardarsi dall’esterno, d’altra parte fruisce del vantaggio di conoscere intimamente i costumi e i pensieri della tribù – anche i pensieri non esplicitati o esplicitati solo tra i suoi membri (il che vuol dire: nascosti agli esterni alla comunità, compresi gli eventuali osservatori-partecipanti). L’esperienza diretta dell’autore, fondata su una comunanza di vita, non aggiuntasi ad un certo momento ma tale fin dal tempo dell’iniziazione ai riti della tribù (cioè dall’inizio della sua carriera accademica), fornisce così ulteriore materiale d’indagine antropologico.


Introduzione

Una lunga introduzione (L’antropologia dei grecisti come contributo alla riflessione epistemologica, didattica e, soprattutto, sociale) presenta il senso del libro e mette già in evidenza, prendendone al contempo le distanze, alcuni presupposti culturali dominanti all’interno della comunità studiata: ad esempio, l’indagine storica come studio di fenomeni alla luce dei loro contesti considerato però a sua volta esente dall’influenza del proprio contesto, e l’«interessante» - nozione che, lungi dal designare un ovvio, magari atemporale, valore in sé, costituisce una categoria di pensiero inventata nell’Ottocento - come motore e scopo di ogni ricerca scientifica.


Il primo capitolo

L’articolazione del libro è in quattro capitoli. Il primo illustra gli aspetti relativi alle pratiche comportamentali e alle attività dei membri della tribù. Qui vengono considerati i rapporti numerici tra uomini e donne, le posture fisiche, i modi di vestire e la tendenza al litigio (tra i clan della tribù o tra i suoi singoli membri) ben documentata in tutto l’arco della storia degli studiosi del mondo greco... fin dagli antichi “filologi” greci stessi. Un’attenzione particolare è dedicata alle forme di insegnamento. Nell’organizzazione dei membri della tribù, pienamente rappresentativa del loro modo di autopercepirsi come cinghie di trasmissione di un sapere da un lato, e come docenti democratici ed aperti alla discussione dall’altro, le attività didattiche si vogliono divise in «lezioni» frontali e «seminari» circolari (di questi ultimi, tra l’altro, alcune pagine del volume tracciano brevemente la storia a partire dalle loro origini tedesche). All’occhio del “partecipante-osservatore”, tuttavia, tali prassi didattiche appaiono non molto dissimili, caratterizzate come sono dallo stesso indiscusso ed indiscutibile primato del docente, palese nel primo caso e camuffato nel secondo. Significativa, in un altro ambito in cui si esercita l’attività dei membri della tribù dei grecisti (ma anche degli antichisti in generale, e forse non solo di loro), risulta anche la «pragmatica» della comunicazione scritta in cui si traduce la strutturazione e la pubblicazione delle ricerche. Essa, nelle sue diverse forme, si muove tra il mondo dell’accademia e quello del mercato: al primo appartengono opere di consultazione, edizioni critiche, studi per riviste specializzate; al secondo traduzioni, ricerche monografiche, manuali – dei quali ultimi viene tracciata anche la storia culturale dall’Ottocento ad oggi –, opere “di propaganda” sul valore dello studio del mondo greco e romano e, insomma, tutto ciò che si può trovare di norma in qualsiasi buona libreria. Ognuna di queste forme, che costituisce un vero e proprio genere letterario, con il suo peculiare apparato paratestuale e la sua particolare forma di scrittura, ha però anche un ruolo specifico, tanto concreto quanto simbolico, nell’organizzazione dell’Altertumswissenschaft in quanto settore di studi particolare. Si pensi, per esempio, al ruolo dei manuali come costruttori non solo di un preciso campo disciplinare ma anche di un’organizzazione concettuale e gerarchico-valoriale dei suoi oggetti: l‘identificazione di una «Letteratura greca», che può però essere riportata all’esigenza nazionalistica dell’Ottocento; la netta distinzione tra generi letterari o autori che a ciascuno di essi farebbero riferimento e la nozione stessa di «autore» - e in questa la distinzione canonica tra «maggiori» e «minori» -, che, guarda caso, coincidono con l’attuale codificazione della letteratura di cui nella Grecia antica si cercano, e naturalmente si trovano, le origini. Si pensi, ancora, alle note a pie’ di pagina negli studi saggistici e monografici, che, attraverso la parvenza delle citazioni bibliografiche, hanno lo scopo di richiamare l’appartenenza di scuola dell’autore e confortare «autorevolmente» ciò che egli ha detto nel testo, o di dare l’impressione di progresso scientifico confutando (o meglio pretendendo come confutazione il semplice atto di contraddire) un altro studioso, e la cui numerosità è per lo più inversamente proporzionale al prestigio e al ruolo accademico di chi scrive. Si pensi, infine, alla retorica impiegata per giustificare una ricerca di cui non si comprende bene il senso e che a volte, ma non sempre, ci si vergogna a legittimare col semplice ricorso al topos del valore in sé di ogni granello di «conoscenza».

Tra tutti i generi letterari praticati, l’unico ad essere in immediato rapporto con il mondo esterno alla tribù è quello della traduzione dei testi antichi: «Opera di divulgazione del contenuto e dello stile di testi di una lingua che i profani non conoscono, la traduzione sembra il massimo contatto che gli studiosi hanno con la società civile: risultato di studio che produce lettura per altri» (p. 53).

La procedura di analisi portata avanti nel volume, ormai sarà chiaro, è volta principalmente a mettere in luce i rapporti tra sapere e potere insiti nelle pratiche comportamentali e scientifiche dei seguaci dell’Altertumswissenschaft. Con questo intento essa considera, nel resto del primo capitolo, anche i «miti» della scienza dell’antichità che ne strutturano la disciplinarità e le forme espositive (letteratura, storia della letteratura, storia culturale) nonché gli stili di scrittura (l’asettico-scientifico, il narrativo-letterario, l’affabulante-mondano, il trasgressivo-panflettistico...): tutto ciò, piuttosto che essere connesso ad un’evoluzione ‘naturale’ dell’Altertumswissenschaft, costituisce il modo, di volta in volta diverso, in cui la tribù si concepisce al suo interno e in rapporto alla più ampio contesto in cui si trova ad esistere.


Il secondo capitolo

Il capitolo intitolato Cosmologie. Scienza e non-scienza dell’antichità (greca), indaga storicamente, cioè alla luce della cornice socio-politica in cui si situa la tribù, il mito di fondazione e le evoluzioni dell’Altertumswissenschaft sia rispetto ai suoi ottocenteschi inizi “scientifici” sia rispetto alla sua genealogia “prescientifica” (mondo greco, romano, medievale, moderno); si potrebbe dire, insomma, rispetto alle pratiche di cui essa è stata in qualche modo riorganizzatrice. In queste pagine viene studiata la lenta elaborazione della nozione di «umanisti», che è il nome con cui la tribù ha chiamato se stessa, in certa misura analogo a quello di «Uomini» che molte organizzazioni sociali cosiddette primitive (i Bantu africani, gli indios Yanomami, i Rom ecc.) utilizzano per autodesignarsi in contrapposizione al loro esterno. Di seguito vengono considerati, e messi in rapporto al contesto della globalizzazione che ne può spiegare l’esistenza, gli approcci attuali (storia culturale, antropologia ecc.) di cui era stata già studiata la forma espositiva e lo stile di scrittura. Largo spazio viene infine dato alla presentazione di alcuni concetti che si vogliono oggi fondativi dell’Altertumswissenschaft – metodo/metodi, domande giuste, esaustività bibliografica nella pratica della ricerca, confutazione e progresso –  e che di essa fanno una scienza autoritaria, chiusa al suo esterno e rigidamente gerarchizzata al suo interno.


Il terzo capitolo

Nel terzo capitolo vengono prese in considerazione alcune nozioni utilizzate dalla scienza dell’antichità, facendone rilevare il carattere di «credenze» che gli “indigeni” scelgono di non sottoporre ad ulteriore indagine scientifica. In quest’ottica si esaminano per esempio le seguenti questioni: se in Grecia esistesse una «letteratura»; se la periodizzazione che se ne fa, quand’anche non pretenda di essere una precisa messa in luce delle caratteristiche comuni ad un certo periodo di tempo-spazio, sia anche solo semplicemente una comoda, innocua convenzione, piuttosto che un modo di guardare che, a sua volta, per un verso ha esso stesso una connotazione storica (della nostra storia odierna) e per un altro è produttivo di effetti sociali; se gli antichi Greci fossero assimilabili a noi Occidentali, o siano all’«origine dell’Occidente» (cosa che viene spesso ripetuta per giustificare il senso della loro attività); se gli studiosi odierni, per interpretare i testi antichi «dialogano» con essi e se questi possono per parte loro esercitare un «diritto di veto» rispetto a ciò che il commentatore può dire; se parole come «autore», «opera», «filosofia», «presocratici», «lirici», «storia» corrispondano a qualcosa «in sé», piuttosto che a qualcosa che è «per noi» e delle cui performatività sociali è bene perciò avere consapevolezza.


Il quarto capitolo

 Nell’ultimo capitolo si discute quello che viene considerato il nucleo forte dell’organizzazione disciplinare della scienza dell’antichità, ovvero, come recita il titolo, le parole e le pratiche della filologia. Qui, per mostrare che la pretesa ‘durezza’ di questa parte più tecnica che sta a fondamento dell’Altertumswissenschaft  è solo un pregiudizio scientifico (non a caso ancora forte nell’odierna società tecnocratica), viene instaurato un continuo parallelismo del modus operandi della filologia con quello della magia, in particolare con quello dell’antistregoneria praticata dagli Azande dell’Africa, per come la conosciamo negli studi antropologici condotti da Evans-Pritchard. Il punto di partenza che accomuna le due pratiche è dato dalla credenza che i loro oggetti - per l’una la tradizione manoscritta, per l’altra la vita quotidiana - sono permeate di danni (lì gli errori di trasmissione rispetto alla lezione originale dell’autore, qui gli atti di stregoneria che alterano i rapporti sociali) che, rispettivamente, il filologo e l’antistregone, operatori specialisti, hanno il compito di rintracciare ed eliminare. Non tutte le tradizioni filologiche sono assimilabili a questo tipo di magia che rimedia al male rimuovendolo. Per esempio, la filologia indiana e quella cinese hanno lo scopo di migliorare il testo nel senso di renderlo più chiaro o migliore dal punto di vista dottrinale: qui si tratta di includere piuttosto che di separare. Se poi è vero che la nostra filologia funziona secondo regole chiare a tutti i membri della tribù (il metodo), altrettanto vero è che l’antistregoneria degli Azande – per ammissione dello stesso Evans-Pritchard – funziona allo stesso modo per i membri di quella tribù. L’una e l’altra si muovono coerentemente con i regimi di verità validi all’interno delle rispettive comunità che le coltivano; e se noi siamo immediatamente in grado di “vedere” le contraddizioni che sussistono nelle regole dell’antistregoneria (che gli indigeni provvedono ad eliminare invocando l’esistenza di sottoregole ad hoc), grazie al parallelo con quanto accade in quella tribù possiamo “vedere” che non minori contraddizioni sostanziano il metodo filologico: c’è bisogno di ricordare che il criterio della lectio difficilior e quello dell’usus scribendi sono in opposizione tra loro e che la scelta di applicare l’uno o l’altro nei casi specifici è interamente demandata al singolo filologo? La pretesa rigorosità di principio della filologia viene poi ugualmente scandita in concreto facendo riferimento al concetto di flessibilità, cioè, in sostanza, all’esistenza di altre credenze particolari che non vengono poste in alternativa a quelle generali bensì come eccezione ad esse, giustificabili con il ricorso ad ulteriori credenze: anche qui le citazioni letterali dagli scritti di illustri filologi, da Lachmann a Pasquali a Timpanaro e ad altri ancora, costituiscono le fonti su cui si esercita l’analisi. Dunque, da un lato, come non ci si improvvisa filologi, non ci si improvvisa nemmeno antistregoni; dall’altro, filologia ed antistregoneria funzionano, all’interno dei rispettivi contesti di vita (secondo la lezione del secondo Wittgenstein), perché entrambe si attengono a regole formulate con un certo grado di vaghezza, che prevede la possibilità di chiamare in causa ora norme generali, ora principi particolari che costituiscono una deroga alle norme stesse.

Il capitolo sulla filologia si conclude con un’analisi del ruolo delle edizioni critiche che, proprio in virtù delle loro differenti scelte tra le varianti, mostrano che non l’autore antico è il vero artefice dei testi che esse presentano come originali, bensì il singolo filologo moderno. La mise en page delle edizioni critiche, inoltre, con la divisione grafica tra “testo” ed “apparato”, risulta funzionale a dare l’impressione che il caotico materiale dei codici sia stato finalmente ordinato secondo l’ordine della verità (in evidenza nel testo a caratteri in corpo maggiore) e della falsità (segregata nella parte bassa della pagina e in corpo minore), e al contempo a lasciare immaginare al lettore una qualche sua possibilità di controllo - che si rivela solo tutta teorica - sulla validità delle scelte dell’editore. Di più: «l'apparato, decentrato e seminascosto recinto in cui vengono trattenuti gli elementi che circolano liberamente nel testo contaminando la purezza dell'originale, sottratti il più possibile all'attenzione primaria dell'occhio del lettore, ha qualche analogia anche con i Centri di Permanenza Temporanea (CPT) in cui, in Italia, vengono segregati i migranti a cui è vietato il diritto di circolare liberamente tra i cittadini doc» (p. 255). I risultati a cui, attraverso esempi particolari, perviene la parte finale del volume sono i seguenti:
1) il metodo e la certezza di più studiosi non basta a decidere della correttezza di una congettura;
2) ci sono metodi e certezze diverse per studiosi diversi che usano, tra l'altro, per combattersi reciprocamente, proprio la retorica della certezza;
3) le certezze restano tali solo se nessuno vi lavora sopra per smuoverle;
4) l’autorità di uno studioso si può rivelare fondamentale per il successo di un'ipotesi (famoso è il caso di una congettura primonovecentesca ai versi 15-16 del fr. 31 L.-P. di Saffo che, sostenuta dall’autorevole Wilamowitz, ebbe fortuna fino alla pubblicazione del papiro fiorentino, nel 1965, ad opera di Manfredo Manfredi, che, sola, ebbe la forza di smentirla).


Un invito alla consapevolezza

Lo scopo di tutto il libro? Tentare di mostrare che i comportamenti e le pratiche scientifiche degli antichisti non derivano da una necessaria, neutra, organizzazione del Sapere, ma da abitudini di vita in rapporto funzionale o dialettico rispetto alla più vasta struttura sociale all’interno della quale la tribù si trova, in ultima istanza, ad operare. Si tratta di un invito alla consapevolezza delle determinazioni sociali che si subiscono e si producono, della effettualità in cui si è inseriti: affinché, se si vuole, si possa scegliere di ricercare altre modalità di studio, ovvero altre modalità di vita.


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