Rivista dell'Università in Movimento
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Differenza di genere e di passo. Gli ultimi 11 anni delle economiste accademiche italiane
Insegnare / Ricercare - Analisi
Giulia Zacchia    03.06.12

altQuesto lavoro

Le economiste sono state e sono tuttora sottorappresentate ai vertici della gerarchia accademica italiana; partendo da questa inconfutabile osservazione l'obiettivo di questo lavoro è dare un contributo all'analisi di genere della progressione di carriera nelle università italiane nelle discipline economiche, analizzando la componente femminile tra gli economisti accademici negli ultimi undici anni al fine di studiare come l'essere donna abbia influenzato e tuttora incida nei percorsi di carriera accademica in Italia.

Gli ultimi 11 anni in Italia

Infatti nonostante la  percentuale dei dottorati di ricerca in Economia e Scienze Statistiche conseguiti da studentesse è passata dal 39% nel 1998 al 52% nel 2006 secondo i dati del Ministero dell'Università e Ricerca (MIUR), la presenza femminile tra il personale docente universitario è tuttora scarsa: le economiste accademiche rappresentano ad oggi (dati Cineca-Miur aggiornati al 31/12/2011)  il 31,3% del totale degli economisti in ruolo nelle università italiane. Andando a disaggregare la composizione del personale accademico le percentuali si riducono ulteriormente, in quanto solo il 23,2% degli ordinari è donna mentre alla base della carriera accademica le donne sono pari al 45,5% dei ricercatori. Significativa in tal senso è la rappresentazione grafica della presenza femminile per fascia di docenza nel tempo (vedi Fig. 1), in quanto appare evidente e costante il netto divario tra ordinari uomini e donne nell'area 13 ed il perdurare nel tempo di tale gender gap; tuttavia si intravede un segnale di miglioramento, in quanto dal 2000 al 2011 c'è stato un incremento di 11 punti percentuali della presenza femminile per gli associati e pari a 8 punti percentuali per gli ordinari. 

Un confronto col Regno Unito

È noto come la scarsa presenza femminile tra gli economisti, in particolare in ruoli di prestigio non si limiti ai confini nazionali è quindi doveroso un confronto con l'estero; abbiamo dunque confrontato i dati nazionali con quelli del Regno Unito divulgati dal Committee for Women in Economics (CWE), associazione in capo alla Royal Economic Society che dal 1996 svolge un'attività di monitoraggio e promozione del ruolo delle donne nella professione di economista (si noti come in Italia dopo il 1999 anno di pubblicazione di Carabelli e altri,  Che genere di economista?  in cui si è condotto uno studio articolato sulle donne economiste nell'università italiana, nuove iniziative e associazioni/comitati  sono ad oggi assenti) analizzando i dati relativi all'indagine Survey on Gender and Ethnic Balance of Academic Economics condotta nel 2000, 2002, 2004, 2006, 2008 e 2010.

 

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Figura 1 Andamento di genere degli economisti accademici italiani (2000-2011)
Elaborazioni Cineca area 13

È importante sottolineare come i dati della Survey inglese si riferiscono ad un campione degli economisti accademici in ruolo in quanto vengono unicamente analizzate le risposte ad un questionario inviato a tutto il personale in ruolo (di conseguenza il risultato può essere influenzato dal tasso di risposta al questionario inviato on-line) , mentre nella analisi italiana si hanno i dati per tutto l'universo grazie al database Cineca Miur.
Come si evince dalla figura 2 la scarsa presenza femminile tra gli economisti accademici è un fenomeno diffuso e anzi più sentito ed evidente nel Regno Unito in quanto, tra il personale full-time, le donne rappresentano appena il 21,7% degli accademici in ruolo, mentre in Italia la percentuale femminile sale al 33,8%. Il trend in entrambi i paesi negli ultimi dieci anni è stato di crescita nella presenza femminile e ancora una volta più marcato il passo per le economiste accademiche italiana.

La gerarchia (maschile) italiana

Il dato aggregato sembra far tirare un sospiro di sollievo per la condizione femminile nelle università italiane ma quello su cui vogliamo soffermare l'attenzione è la struttura gerarchica per sesso in cui si evidenzia la patologia del sistema. La struttura gerarchica nelle università italiane nel settore economico è infatti fortemente influenzata dal sesso: per le donne si osserva una classica struttura piramidale con al vertice le donne ordinario (il 19,3% del totale delle economiste al 31/12/2011), seguite dagli associati (30,9%) ed alla base i ricercatori (49,8%); al contrario per gli uomini la struttura assume una forma ad "imbuto" con la percentuale più consistente rappresentata dagli ordinari (41%), seguiti dai ricercatori (31%) ed infine dagli associati (28%).
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Figura 2 Confronto % economiste accademiche in UK e Italia 2000-2010
Elaborazioni da Cineca area 13 e CWE 2000-2010

Ancora una volta proponiamo il confronto con il Regno Unito in quanto è interessante notare come la condizione sia peggiorata negli ultimi anni portando ad una configurazione per fasce di docenza più vicina a quella italiana. In questo caso abbiamo suddiviso gli economisti inglesi in tre fasce per facilitarne il confronto con la condizione italiana: professors (assimilabili agli ordinari), readers & senior lecturers (confrontabile con la fascia di associati) e Lectures (fascia che va ad includere sia i fixed term che i permanent alla base della carriera accademica). Mentre nel 2000 (vedi fig. 3) nel Regno Unito sia per gli uomini che per le donne la percentuale più ampia si concentrava nella fascia di docenza più bassa (Lectures) andando a definire una stessa conformazione piramidale della struttura per fasce di docenza, a distanza di dieci anni la struttura gerarchica si è completamente trasformata divenendo molto simile alla condizione italiana in cui la maggior parte degli economisti uomini ricopre una posizione ai vertici (professors) mentre per le donne permane la vecchia struttura piramidale con una bassa percentuale di donne al vertice della carriera accademica.


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Figura  3 Confronto di genere economisti accademici per fasce di docenza Italia - UK 2000
Elaborazioni da Cineca area 13 e CWE 2000-2010

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La tendenza in Italia e nel Regno Unito

È comunque da notare come negli ultimi dieci anni in entrambi i paesi la percentuale di economiste che raggiunge l'apice della carriera è aumentata, seppur permanga sempre al di sotto del 20%, anche se l'incremento maggiore si registra nel Regno Unito in cui si è riscontrato un incremento della presenza femminile nella fascia di docenza più alta dall'11% del 2000 al 17% nel 2010 mentre per l'Italia la percentuale di ordinarie tra le donne è passata negli ultimi 10 anni dal 16% al 19%.

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Figura 4 Confronto di genere economisti accademici per fasce di docenza Italia - UK 2010
Elaborazioni da Cineca area 13 e CWE 2000-2010

Differenza di genere e "di passo"

Tale differenza nella composizione di genere dei ruoli accademici induce ad una riflessione circa il diverso "passo" nei percorsi di carriera: mentre per le donne la persistenza in ruolo nelle fasce più basse sembra essere più frequente e l'avanzamento di carriera più lento e difficile, per gli uomini il passaggio di ruolo sembra essere più veloce e lineare tanto che la maggior parte degli economisti accademici già ha raggiunto il vertice della carriera. Per questo si propone un'analisi di genere sui diversi percorsi di carriera delle economiste accademiche italiane negli ultimi undici anni (dal 31/12/2000 al 31/12/2011) che si concentrerà principalmente su tre aspetti:

  • Percorsi di carriera: si verificherà empiricamente quante economiste negli ultimi  anni hanno migliorato la propria posizione accademica studiando nel dettaglio due gruppi di economiste:
  • coloro che in undici anni hanno compiuto tutto il percorso di carriera accademica partendo da ricercatrici nel 2000 e divenendo ordinario (40 economiste).
  • coloro che in undici anni hanno mantenuto lo status di ricercatrice (112 economiste)

L'analisi comparativa si concentrerà anche sulla produzione scientifica andando a verificare quali sono le caratteristiche che incidono nel successo della vita accademica in Italia e quelle che ostacolano il percorso (in particolare la tipologia di pubblicazione e l'eventuale ricorso al co-autoraggio).

  • Nuovi ingressi: si definirà poi la consistenza e la tipologia (in termini di ruolo d'ingresso) delle nuove assunzioni del personale accademico femminile negli ultimi undici anni nell'area 13.

Nell'ambito di tale si analisi si cercherà di verificare empiricamente se è veritiera l'ipotesi, avanzata in letteratura, per cui negli atenei con una maggior presenza femminile sia più frequente l'assunzione di donne.

  • Uscite: infine si studierà in un'ottica di genere il fenomeno degli abbandoni o meglio delle economiste che hanno rinunciato alla carriera accademica prima di aver raggiunto i vertici.

Percorsi di carriera

Nell'ambito del primo punto descritto, al fine di analizzare i percorsi di carriera delle economiste italiane ho considerato gli accademici dell'area 13 che risultano in ruolo sia al 31/12/2000 che al 31/12/2011; eliminando gli ordinari e gli straordinari in ruolo al 31/12/2000, che poco ci dicono sull'andamento dei percorsi di carriera, l'universo d'analisi si concentra su 1548 accademici di cui il 33,5% donne.
Da una prima analisi la differenza di genere nei percorsi di carriera sembrerebbe lieve in quanto il 25% degli economisti uomini non ha visto migliorare negli ultimi undici anni il proprio status accademico contro il 30% delle economiste. Tuttavia se si va a disaggregare il dato per fasce di docenza le differenze si fanno più consistenti  in quanto ben il 33% delle ricercatrici in undici anni non hanno mosso alcun passo in avanti nel percorso di carriera contro appena il 21% dei colleghi uomini.

Altro dato particolarmente interessante è che mentre solo il 10,7% delle ricercatrici è arrivato ai vertici, le percentuali si raddoppiano per i ricercatori uomini in quanto ben il 20,6% è divenuto ordinario nell'arco temporale osservato. Tuttavia tale informazione è incompleta se non viene integrata con l'età degli accademici considerati. Il problema principale in questo caso è stato reperire i dati sull'anno di nascita degli economisti accademici, in quanto non esiste un database che fornisca tale informazione, di conseguenza sono state interrogare le pagine web personali e, dove possibile, gli atti dei concorsi accademici in cui erano stati resi noti i CV dei canditati. Attraverso tali interrogazioni si sono raccolte le informazioni circa l'anno di nascita per il 75% dei ricercatori al 31/12/2000 rimasti tali e divenuti ordinari al 31/12/2011  (299 economisti vedi Tab.1).  Dall'analisi di tali dati si evince che la struttura per età è pressoché identica per le donne e per gli uomini e per entrambi la percentuale più significativa è quella degli economisti tra i 46 e i 50 anni, tuttavia le donne risultano lievemente più giovani rispetto ai propri colleghi uomini in quanto il 26,1% ha meno di 45 anni contro il 21,7% degli uomini. Ma quello che qui è interessante sottolineare è se i dati siano stati influenzati dall'attuazione del DPR 382/1980 (la cosiddetta "riforma universitaria") che ha generato forti scompensi all'interno dell'università italiana portando ad un accesso libero e di massa nelle università italiane tra il 1980 ed il 1990. Ho quindi considerato solo coloro che hanno meno di 45 anni che quindi presumibilmente non hanno usufruito dell'ope legis dell'80. Su tale campione così formato, tra le economiste solo il 28% in undici anni è divenuta ordinario mentre tra gli economisti uomini le percentuali sono molto più alte e arrivano a ben il 67,6%.

Economiste

Economisti

Ricercatrici_ordianario

Ricercatrici_Ricercatrici

Ricercatori_ordianario

Ricercatori_Ricercatori

età

%

%

età

età

%

%

età

36-40

0

3,8

>66

36-40

0

2,4

>66

>66

2,8

5,1

61-65

>66

1,0

3,6

36-40

61-65

5,6

6,3

36-40

61-65

3,0

13,1

56-60

56-60

8,3

6,3

51-55

56-60

6,0

13,1

61-65

51-55

11,1

12,7

56-60

51-55

10,0

14,3

41-45

41-45

19,4

22,8

41-45

41-45

25,0

15,5

51-55

46-50

52,8

43,0

46-50

46-50

55,0

38,1

46-50

Tabella 1 Confronto di genere economisti accademici per fasce di età.

Tuttavia va notato come per gli associati le percentuali variano: negli ultimi undici anni ben il 69,2% degli associati donne sono divenute ordinario in confronto al 68,8% dei professori associati uomini. Possiamo quindi concludere che il percorso di crescita per le economiste donne è più lento e difficile per le fasce più basse di docenza: il ciclo completo di crescita professionale è infatti più lento in quanto è più frequente e lunga la persistenza in ruolo di ricercatore.

Le pubblicazioni delle ricercatrici

È particolarmente interessante quindi studiare proprio le ricercatrici, per verificare come la produzione scientifica abbia influenzato i percorsi di carriera delle stesse negli ultimi undici anni; a tale fine si sono analizzate le pubblicazioni delle ricercatrici "più brave" (ovvero 40 ricercatrici che al 31/12/2011 risultano ordinario) e delle 112 ricercatrici rimaste tali in undici anni, andando ad interrogare due database molto diversi tra di loro per numero di informazioni e copertura: Econlit, database prettamente economico, e Google Scholar, motore di ricerca accessibile liberamente che consente di individuare testi di vario tipo come articoli, tesi di laurea e dottorato, libri, recensioni e working papers di tutti i settori della ricerca scientifica. Prima di descrivere i dati ottenuti è opportuno premettere che nel computo delle pubblicazioni vi sono molte imprecisioni per gli autori con doppi nomi o doppi cognomi sia nella banca dati Econlit che in Google Scholar, con il risultato a volte di sottostimare il numero effettivo delle pubblicazioni di quegli autori; inoltre vi sono errori nella classificazione delle pubblicazioni  per area disciplinare quando si utilizza il software Publish or Perish, con il risultato, anche in questo caso, di sottostimarne il numero.

Primo dato osservato: pubblicare aiuta ad accelerare il percorso di carriera, in quanto per le economiste che non hanno avanzato negli ultimi undici anni alcun passo in avanti nel proprio status ben il 28,6% non ha alcun documento presente in Google Scholar contro appena il 5% delle ricercatrici che al contrario in undici anni hanno sfondato il  "tetto di cristallo". Le percentuali si incrementano notevolmente se si prendono a riferimento le pubblicazioni presenti in Econlit: il 65% non presenta alcuna pubblicazione in Econlit, contro il 40%.

Altro dato è la produttività media che varia notevolmente tra i due gruppi osservati per entrambi i database di riferimento oscillando tra le 14,3 pubblicazioni in Google Scholar e 4,8 in Econlit per le ordinarie al 2011 a 7,79 pubblicazioni Econlit e 1,9 pubblicazioni Google Scholar per le ricercatrici al 31/12/2011. Oltre al numero di pubblicazioni presenti negli archivi interrogati è interessante vedere l'impatto che queste pubblicazioni hanno sulla propria comunità di riferimento, per questo ho analizzato anche l'indice h, misura sintetica del numero di pubblicazioni e relative citazioni. Anche in questo caso è marcato il divario tra i due gruppi osservati: il valore medio dell'indice h è di 3,5 per le ricercatrici divenute ordinario e di appena 1,75 per le ricercatrici rimaste tali ed ancora per quest'ultime ben il 46,4% ha un indice h pari a zero, ovvero il proprio lavoro non è mai stato citato (contro il 7,5% delle ricercatrici divenute ordinarie). Oltre al problema della produttività c'è anche un problema di "invisibilità" di tali pubblicazioni in termini di citazioni.  
Al fine di analizzare le caratteristiche della produzione scientifica si utilizzerà solo il database Econlit in quanto più dettagliato e scremato da errori di digitazione e duplicazioni. Il primo elemento su cui abbiamo focalizzato l'attenzione è il ricorso al coautoraggio: in questo caso le differenze sono minime tra i due gruppi di economiste, in entrambi i casi si predilige scrivere a più mani (72% per le ricercatrici-ordinario ha almeno un coautore ed il 74% per le ricercatrici ordinario); tra coloro che hanno almeno un coautore, in entrambi i casi, solo circa il 18% delle ricercatrici scrive solo con autrici donne. Altro elemento da evidenziare è la tipologia di pubblicazioni: le economiste considerate prediligono pubblicare articoli e articoli in volumi collettanei, tuttavia per le ricercatrici divenute ordinario la percentuale di coloro che ha scritto libri e working paper è maggiore rispetto alle autrici rimaste ricercatrici.

Nuovi ingressi

Dal 31/12/2000 al 31/12/2011 sono entrati in ruolo 2.382 economisti, il 40,2% di cui donne. La maggior parte dei nuovi ingressi riguarda i ricercatori, che rappresentano il 78,5% delle osservazioni. Quello che colpisce è la percentuale di donne tra i nuovi assunti per face di docenza infatti mentre tra gli ordinari assunti negli ultimi dieci anni la percentuale di donne è solo del 20% tra i ricercatori la proporzione si innalza al 44%. È interessante notare inoltre come queste nuove assunzioni siano influenzate dal sesso (vedi fig. 5): per gli uomini risulta più frequente l'assunzione diretta in fasce di docenza più alte infatti, per esempio, il 20% degli economisti uomini assunti negli ultimi anni ha ricoperto subito il ruolo di associato mentre per le economiste la percentuale scende al 13%. Tali dati forniscono uno spunto per analisi future sulle "motivazioni" di tale scostamento per verificare se esiste un effetto di "autoesclusione" delle donne che tendono a non presentarsi ai concorsi per associati e ordinari.
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Figura 5 Economisti entrati in ruolo dal 31/12/2000.

Donna "chiama" donna?

Si è poi voluto verificare empiricamente l'ipotesi avanzata in letteratura per cui negli atenei con una maggior presenza femminile sia più frequente l'assunzione di donne. Si è quindi condotta un'analisi su 79 atenei italiani andando ad incrociare i dati relativi alla presenza di economiste in ruolo (al 31/12/2000) negli atenei (in termini %) e la relativa percentuale di donne assunte negli ultimi undici anni. Per le poche osservazioni riscontrate le assunzioni di professori ordinari donne (non sembrano essere influenzate dalla presenza di donne ordinario negli atenei di assunzione; concentrandosi poi sulle ricercatrici, per le quali si ha un universo d'analisi più consistente di 813 osservazioni, si riscontra un effetto positivo della presenza di almeno un professore ordinario donna (area 13) sulle assunzioni di ricercatrici, in quanto mentre mediamente le assunzioni di ricercatrici negli atenei senza alcuna donna ai vertici riguarda il 41% dei neoassunti (si ricorda che in media le donne rappresentano il 44% dei ricercatori assunti negli ultimi undici anni) per gli atenei con almeno un ordinario donna la percentuale aumenta al 47%. Inoltre per gli atenei con donne pari al 4-9% degli ordinari negli ultimi undici anni mediamente il 46% dei ricercatori assunti è donna, se la percentuale di professori donne aumenta al 10-15% la percentuale di ricercatrici aumenta al 47% infine in quegli atenei in cui la presenza femminile ai vertici oscilla tra il 16 ed il 40% le ricercatrici neoassunte rappresentano il 49% del totale dei ricercatori entrati in ruolo.

Uscite

Per completare l'analisi dei percorsi di carriera è interessante studiare anche le uscite ovvero coloro che negli ultimi undici anni hanno deciso di abbandonare la carriera accademica, a tale fine non ho considerato gli ordinari ma solo i ricercatori e associati che dal 31/12/2000 non risultano più in ruolo (sono stati esclusi i congedi in quanto si è effettuato un controllo con il personale in ruolo al 01/03/2012). Si tratta di 511 economisti di cui il 33% donne.
Quello che colpisce è che nell'universo osservato tra le economiste la percentuale maggiore di abbandoni è tra i ricercatori mentre per gli economisti uomini sono gli associati (vedi fig. 6), anche in questo caso dunque sembra esserci una autoesclusione delle donne dalla vita accademica.
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Figura 6 Economisti non più in ruolo dal 31/12/2000.

Incrociando i dati Cineca con la banca dati Econlit, che riporta la sede di appartenenza degli autori, siamo in grado di verificare se gli stessi economisti abbiano assunto un ruolo all'interno di università all'estero o abbiano intrapreso percorsi di ricerca al di fuori delle università. Il 5% delle ricercatrici si è trasferito all'estero in università per lo più europee, mentre per i ricercatori uomini il 13% continua l'attività di ricerca al di fuori dell'università italiana anche se nella maggior parte dei casi gli economisti sono assorbiti nel settore privato (banche e Confindustria) o in strutture ministeriali e organismi internazionali (Commissione Europea, Nazioni Unite) di conseguenza solo il 5% ha intrapreso un percorso di ricerca in università straniere.

Considerazioni finali

Malgrado negli ultimi dieci anni si sia riscontrata una tendenza alla crescita della presenza femminile nelle università italiane, che ha visto anche aumentare la percentuale di economiste che raggiunge l'apice della carriera (anche se la loro presenza permane sempre al di sotto del 20%), la struttura gerarchica nel settore economico risulta ancora fortemente influenzata dal sesso: per le donne si osserva una classica struttura piramidale con al vertice le donne ordinario, seguite dagli associati ed alla base i ricercatori, mentre per gli uomini la struttura assume una forma ad "imbuto" con la percentuale più consistente rappresentata dagli ordinari, seguiti dai ricercatori ed infine dagli associati. Dal confronto con i dati relativi alle università inglesi si è riscontrato come la condizione delle economiste accademiche inglesi sia del tutto simile a quella italiana. Si è quindi cercato di analizzare il diverso "passo" tra uomini e donne nei percorsi di carriera negli ultimi undici anni, ovvero la più frequente persistenza in ruolo nelle fasce più basse ed il  più lento avanzamento di carriera per le donne attraverso tre aspetti: le economiste che hanno migliorato la propria posizione accademica, le economiste che sono entrate in ruolo negli ultimi undici anni e coloro che invece hanno rinunciato alla carriera accademica.

Alla luce dei dati appare necessaria un'attività sistematica di monitoraggio della condizione femminile delle economiste nelle università italiane al fine di favorire la creazione di network, la promozione del ruolo delle donne, l'andamento della loro produzione scientifica. Infatti proprio con la riforma del sistema universitario in Italia, che sta portando ad un massiccio utilizzo di indicatori bibliometrici come strumento di valutazione dell'attività scientifica individuale (e collettiva)  - per gli scopi di selezione reclutamento, valutazione della ricerca assegnazione di risorse in generale- è indispensabile un'analisi di genere delle banche dati di riferimento e dei diversi indicatori bibliometrici, al fine di definire se l'uso di un indicatore/una banca dati piuttosto che un'altra possa incidere sulla selezione/avanzamento di carriera delle economiste italiane.

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NOTE
Per quanto riguarda i dati MIUR si è considerata tutta l'area 13 di Scienze economiche e statistiche che raggruppa al suo interno i settori disciplinari (come da d.m. del 04/10/2000) da SECS-P01 a SECS-P13 e da SECS-S01 a SECS-S06, per una dettagliata descrizione dei settori si rimanda al seguente link sito Cineca Miur:
http://cercauniversita.cineca.it/php5/settori/elenco.php?area=13

Nella figura 2  il dato del 33,8% relativo alle donne impiegate come personale a tempo pieno Il dato si riferisce agli economisti in ruolo dell'area 13 al 31/12/2010 al fine di rendere confrontabile il dato con l'ultimo aggiornamento della Survey on Gender and Ethnic Balance of Academic Economics relativo all'indagine condotta nel 2010.

Per quanto riguarda l'analisi delle pubblicazioni sono state interrogate la banca dati Econlit e Google Scholar per verificare il numero di pubblicazioni delle economiste. Econlit è una delle banche dati più complete ed utilizzate, censisce articoli di periodici, dissertazioni, monografie, atti di convegni, e working papers relativi a tutti i campi della ricerca economica, dalla teoria e storia economica, alla teoria monetaria, l'economia del lavoro, l'economia internazionale e così via. Presenta un'ampia copertura territoriale (per le riviste sono presenti 65 paesi, le riviste italiane presenti sono ad oggi 50), temporale (dal 1969) ed è mensilmente aggiornata (mediamente ogni anno vengono aggiunti circa 27.000 records). Si è interrogato Google Scholar attraverso il software Publish or Perish (programma free-ware presente nel web 2006, sviluppato da Anne Will Harzing dell'University of Melbourne) andando ad inserire solo un controllo per argomento di pubblicazione.

L'indice h, creato da Jorge E. Hirsh (2005), è così definito: un ricercatore ha indice h se tra tutti i suoi lavori pubblicati, pari ad N, ve ne sono h che hanno almeno h citazioni ciascuno, mentre i restanti lavori, N-h, hanno al più h citazioni.

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO
Albrecht J., Bjorklund, A, and S. Vroman (2002), Is There a Glass Ceiling in Sweden ?, «Journal of Labor Economics», 21, 145-177.

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Carabelli A., Parisi D. and A. Rosselli (eds.) (1999), Che "genere" di economista?, Bologna, Il Mulino.

Cipollone A. (2005), Dinamiche di carriera nelle facoltà di economia delle università italiane, Mimeo.
Committee for Women in Economics (CWE), 2000-2010, Survey on Gender and Ethnic Balance of Academic Economics.

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