Rivista dell'Università in Movimento
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Come cambia il dottorato di ricerca tra offerta (ridotta) e domanda (inascoltata)
Insegnare / Ricercare - Analisi
Giuseppe Caputo    15.03.12

come-cambiareVerso una riduzione dell’offerta formativa

Il nuovo decreto stabilisce che per attivare un corso di dottorato sono necessari 15 professori (ordinari e associati). Tali disposizioni combinate insieme a quelle sulla disponibilità di finanziamento da parte degli atenei determineranno una stretta fortissima sul numero di corsi di dottorato che potranno essere attivati dagli atenei italiani. Considerando che attualmente sono in servizio circa 32000 fra professori associati e ordinari, nel caso puramente ideale in cui si potesse ottimizzare la distribuzione dei docenti in gruppi di 15 per massimizzare il numero di corsi, si avrebbero circa 2100 corsi attivabili. Inoltre, poiché nel corso dei prossimi anni si stima una riduzione del numero di associati e ordinari, il numero di corsi idealmente attivabili diminuirà ulteriormente.

In realtà i corsi saranno molti meno. La distribuzione non “ideale” dei docenti fra le discipline, l’inattività scientifica di una parte dei docenti, il vincolo della disponibilità di almeno 6 borse per corso, più gli altri vincoli legati all’accreditamento porterà, già quest’anno, all’istituzione di poco meno di 1000 corsi. In un anno si passerebbe dunque dagli attuali 1886 (se poi si considera la suddivisione in curricula di alcuni corsi, il numero odierno sale a circa 3000, dati 2009/2010 CNSVU) a poco meno di 1000 corsi di dottorato che potrebbero poi diminuire ulteriormente nel tempo. Si prospetta in breve una contrazione del 50% dell’offerta di corsi dottorali, che oltretutto non sarà uniforme fra le aree scientifiche e fra gli atenei: in certe realtà e in certe discipline non sarà possibile attivare corsi, in altre si avrà una concentrazione maggiore. Le nuove norme sul dottorato porteranno dunque a una contrazione dell’offerta formativa e ad una concentrazione nelle aree scientifiche e negli atenei più attrezzati rispetto ai criteri ministeriali.

Anche attraverso il nuovo dottorato si rafforzerebbe quindi una tendenza già in atto, attraverso la quale si vuole ridisegnare il sistema universitario spaccandolo in teaching and research universities. Al riguardo basti pensare che già oggi il 70% dei corsi di dottorato è localizzato in atenei del centro-nord i quali, a loro volta, attraggono il 73% del numero di studenti iscritti. Per quanto riguarda le discipline, il 63% dei corsi sono offerti dalle scienze di base, scienze della vita e ingegneria. Il restante 37% dalle scienze umane e scienze economico-giuridico-sociali.

 

Verso una riduzione dei dottori di ricerca?

Non è ancora chiaro se a questa drastica contrazione del numero di corsi di dottorato corrisponderà anche una diminuzione del numero di studenti iscritti e, di conseguenza, anche del numero di dottori di ricerca. Le norme in questione non forniscono alcuna previsione in merito, né sembra che il ministero abbia accompagnato il decreto con una previsione sugli effetti che esse produrranno. Tuttavia alcune considerazioni possono indurre a ritenere che a fronte della contrazione dell’offerta di corsi di dottorato e alla loro ridistribuzione territoriale, si avrà anche un minore numero di iscritti.

In tal senso interessante e dirimente può essere la lettura dei dati forniti dal CNVSU nell’XI rapporto. Come mostrato nei grafici riportati in figura 1, al trend di diminuzione del numero dei corsi che, con alcune oscillazioni, si è registrato negli ultimi sette anni monitorati, si è accompagnata anche una diminuzione del numero di studenti che decidono di iscriversi al dottorato.

 

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graf2
Figura 1. Andamento del numero di corsi di dottorato e del numero di nuovi iscritti a primo anno nel settennio 2003/2004-2009/2010. Fonte dati: XI rapporto CNSVU.

Un altro elemento che potrebbe determinare una contrazione del numero di iscritti è la concentrazione dei corsi e delle borse in un numero minore di atenei rispetto alla situazione attuale: è probabile che per taluni studenti diventi troppo oneroso frequentare un dottorato fuori sede e che lo sia anche solo partecipare alle prove di accesso in una città diversa dalla propria. Già oggi si riscontrano notevoli difficoltà da parte degli studenti ad accedere al dottorato in una sede diversa da quella in cui si è conseguita la laurea. Come osserva il CNSVU: «è molto probabile infatti che a limitare la mobilità siano condizioni di tipo economico-logistico, come le spese di residenzialità, i disagi del trasferimento, ecc..».
Si tratta di limitazioni che determineranno un’ulteriore stratificazione delle opportunità sulla base del reddito familiare. Se infatti la mobilità nei processi di formazione è da considerare un valore, non bisogna trascurare che il cosiddetto “dottorato sotto casa” è anche l’unica opportunità di accesso alla formazione superiore per giovani appartenenti a famiglie poco abbienti.

Domanda e offerta: realismo politico o pervicacia distruttiva?

Per meglio esprimere un giudizio sulla congruità del numero dei corsi e dei dottori di ricerca che deriverà dalle nuove norme, a mio giudizio è necessario dare risposta a due ordini di domande:

  1. qual è il numero di dottori di ricerca di cui ha “bisogno” il paese e in quali discipline?
  2. qual è la capacità del paese di collocare sul mercato del lavoro i dottori di ricerca?

Si tratta di domande organiche al modo in cui oggi si considera la dinamica tra “offerta” della conoscenza e “domanda” del mercato e dunque di domande i cui presupposti sono opinabili. Ciò nondimeno, per poter sviluppare una politica coerente sul dottorato di ricerca, col suo decreto il governo avrebbe dovuto dare risposta proprio a questo tipo di domande. Ed invece sembra che la “numerologia” contenuta nel decreto sul dottorato non sia il risultato di una analisi del rapporto fra domanda e offerta di dottori di ricerca, ma piuttosto rappresenti l’ennesimo tentativo di raggiungere gli obiettivi di contenimento delle università che hanno ispirato tutta la legge di riforma Gelmini.
Un confronto con i dottorati europei potrà aiutare a meglio inquadrare la condizione italiana, al di là della carenza di realismo politico dell’attuale governo o della sua pervicacia distruttiva, almeno da un punto di vista quantitativo.

I numeri del dottorato in Europa 

PAESE

N° ISCRITTI

N° DOTTORI

DOTTORI/
LAUREATI

DOTTORI/
POPOLAZIONE

% dottorandi con borsa

GERMANIA

100.000

25.000

-

0.3‰

-

ITALIA

39.000

12219

15%

0.2‰

60

FRANCIA

65479

11000 (2008)

9%

0.16‰

65

UK

100.000

16.900

-

0.27‰

-

 

Come si evince dalla tabella, il numero di dottori di ricerca in Italia è ben allineato con gli altri paesi: maggiore di quello della Francia e minore dell’Inghilterra. La Germania ha un numero di dottori nettamente più elevato anche in proporzione alla popolazione. Ciò è principalmente dovuto ad un sistema che vede la coesistenza di due tipologie di dottorato, uno costituito dai dottorati strutturati in corsi (circa 600 corsi in tutta la Germania) come avviene negli altri paesi europei, l’altro costituito da dottorati individuali erogati in 140 università e numerose altre istituzioni di ricerca. Il numero di iscritti ai corsi negli altri paesi è sensibilmente più alto che in Italia, anche rapportato al numero di coloro che ottengono il titolo di dottore di ricerca, perché in questi paesi la durata effettiva del dottorato supera largamente i tre anni.

Questo dato è da considerare un punto di forza dei dottorati italiani che riescono ad assicurare un tempo di conseguimento del titolo di poco superiore alla durata normale del corso. C’è anche da notare che nel 2008 il dottorato francese è stato profondamente riformato in una direzione simile a quella che sta ora seguendo l’Italia, basata su una procedura di accreditamento dei corsi da parte dell’ARES. Ebbene, la crescita di iscritti che aveva caratterizzato il dottorato francese nel periodo 2000-2006, ha visto nel 2008 una brusca decrescita del 4% in corrispondenza dell’introduzione delle nuove regole di accreditamento.

Dottori di ricerca al lavoro

Quello degli sbocchi lavorativi dei dottori di ricerca è un aspetto fondamentale. Molto spesso si è ripetuto che il dottorato, rimanendo ancorato alla vita accademica come tappa obbligata della carriera universitaria, non è in grado di offrire opportunità occupazionali d’altro tipo. È sulla base di queste convinzioni che si tenta, come di fatto vuole fare la nuova normativa, di limitare il numero di studenti che possono aspirare a un titolo superiore, che alla resa dei conti (e dei costi) risulterebbe inutile.

Una controindicazione viene però dall’indagine ISTAT L’inserimento professionale dei dottori di ricerca relativa ai dottori di ricerca degli anni 2004 e 2006, i cui risultati sono in parte riportati nell’XI rapporto del CNSVU. L’indagine Istat ha evidenziato che, a tre anni dal conseguimento del titolo, il 92,8% dei dottori di ricerca della classe 2006 ( a tre anni dal conseguimento del titolo) svolge un’attività lavorativa, mentre il 5,4% è in cerca di occupazione. La quota di occupati tra i dottori di ricerca della classe 2004 (intervistati a cinque anni dal conseguimento del dottorato) sale al 94,2% e quella di quanti sono ancora in cerca di lavoro scende al 4,4%. È interessante notare che il dato di occupazione fra i dottori si mantiene elevato anche per le materie umanistiche. Infatti se per discipline come l’ingegneria l’occupazione è praticamente totale (97%), per le altre discipline non scende mai sotto la soglia del 90%. I nostri giovani dottori di ricerca vivono in questi casi in una condizione molto simile a quella inglese, ad esempio, dove il tasso di disoccupazione è intorno al 4%.

Sono molti, tuttavia, i dottori occupati in posizioni professionali a termine o impegnati in assegni di ricerca o borse post-dottorato. Anche questi giovani ultra-qualificati vivono una condizione di precarietà che è ormai una costante generazionale e le cui cause con ogni probabilità non vanno ricercate all’interno delle aule universitarie, ma nelle stanze dei consigli di amministrazione delle aziende e negli uffici dei ministri.

Per concludere senza chiudere

Il dottorato di ricerca in Italia ha un grado di frammentazione in corsi in linea con i principali paesi europei. Il numero di dottori di ricerca italiani è anch’esso in linea con quello dei principali paesi europei (UK, Francia) e potrebbe anche crescere significativamente se si volesse seguire la strada di un paese come la Germania. Dal confronto europeo non appaiono emergere elementi di criticità della situazione italiana, mentre, dall’esperienza empirica della gran parte dei docenti e studenti, emerge la consapevolezza che i dottori formati in Italia sono sempre ben accolti all’estero, anche fuori dall’Europa.

I dati sull’occupazione dei dottori di ricerca, per il disastroso contesto italiano, sono ampiamente positivi. Il legislatore dovrebbe semmai interessarsi alla questione della valorizzazione del titolo di dottorato, anche per consentire ai dottori di occupare mansioni professionali più qualificate, attraverso le quali potere restituire alla società la ricchezza della loro formazione. L’assunzione di dottori di ricerca, poi, andrebbe promossa nelle aziende private e favorita nelle pubbliche amministrazioni. A titolo di esempio, si ricordi come per la valutazione del punteggio degli insegnanti della scuola superiore, il titolo di dottore vale quanto un solo anno di servizio di insegnamento (12 punti) e poco più di alcuni corsi on line di dubbio livello (3 punti per un master on line annuale).

Il dottorato di ricerca offre una formazione fluida collegata alla ricerca avanzata che non si presta a forme di regolamentazione rigide e centraliste. Utilizzare parametri e numeri avulsi dal contesto specifico, come quelli che stabiliscono in modo rigido il numero minimo di professori per costituire il collegio di dottorato, rischia di togliere respiro e dinamicità al dottorato stesso. Il legislatore più che regolamentare questi aspetti, dovrebbe invece preoccuparsi di sviluppare un solido sistema di verifica ex post dei risultati che abbia come obiettivo quello di scoraggiare comportamenti e pratiche irregolari o dannose per gli studenti.

La nuova normativa è centrata su un programma di riduzione del numero dei corsi e di conseguenza dei dottori di ricerca. A ciò si potrebbe accompagnare anche una riduzione dell’investimento in borse di studio. Si tratta di una politica di contenimento dei costi incomprensibile per un settore della spesa pubblica quantitativamente marginale (il finanziamento del MIUR per le borse di dottorato è di circa 135 milioni di euro all’anno), ma strategico per la formazione della classe dirigente del paese. Per centrare gli obiettivi europei, ribaditi in più occasioni dai ministri dell’istruzione, andrebbe semmai sviluppata una politica di allargamento del numero di laureati e dei dottori di ricerca e di incremento del finanziamento delle borse di studio.

Infine, la mappa attuale dei corsi di dottorato vede una forte concentrazione nel centro-nord del paese che aumenterà a causa delle nuove norme. Si realizzerebbe così una divaricazione del sistema universitario fra teaching universities (al Sud) e research universities (al Nord) che penalizzerebbe ulteriormente le aree svantaggiate del paese. Possibile che anche questo occhialuto governo di professori sia tanto miope?

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NOTE

Un’ampia rassegna di dati sul dottorato relativi a numero di iscritti, numero di corsi, distribuzione geografica dei corsi e fonti di finanziamento e tassi di occupazione dei dottori di ricerca si trova nell’XI rapporto sullo stato del sistema universitario del CNVSU.

Attualmente (ultimi dati 2005/06), in Italia il numero di iscritti al dottorato è poco superiore a 12000, con una media di 6.4 iscritti e 4 borse per corso per anno. Se si considerano le sole borse “non ministeriali” la media scende ad appena 2 borse per corso, per anno. Dunque, l’asticella per l’attivazione di un corso, pari a 6 borse, è del 50% maggiore rispetto alle attuale capacità media di finanziamento. I dati sul numero di borse di dottorato si trovano nel Notiziario Statistico del MIUR nr 4/2011.

I requisiti per l’accreditamento sono demandati all’Anvur. Da quanto è stato possibile apprendere essi terranno in considerazione parametri quali: finanziamenti disponibili per le attività di ricerca, la disponibilità di strutture di calcolo; il numero minimo di corsi seguiti dai dottorandi; l’internazionalizzazione intesa come numero di studenti provenienti dall'estero; il tipo di collocazione lavorativa dei dottori di ricerca.

Nel calcolo del rapporto dottori/laureati si sono considerati i seguenti dati; Italia: 12219 iscritti su 80761 laureati magistrali; Francia: 10664 iscritti su 116000 laureati di livello master.

Alcuni dati statistici sul dottorato in Francia si trovano nel documento Etat de l'Enseignement supérieur et de la Recherche en France.

Dati sul dottorato in Germania si trovano sul sito Research in Germany.

Dati sul dottorato in UK e sui tassi di impiego si trovano nel documento UKGRAD-WDPD-Trends-Sep-2007 .

Allegati:
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