Rivista dell'Università in Movimento
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La (s)ventura dell’assegno di ricerca: aporie giuridiche di una borsa di studio
Insegnare / Ricercare - Analisi
Roberto Pomelli - Isabella Tondo    23.11.10

assegnoricercaChimera di ogni giovane che abbia appena conseguito un dottorato di ricerca, l’assegno di ricerca appare oggi più che mai vessillo di un precariato “istituzionalizzato”. Figura al margine dal punto di vista istituzionale (ed economico), l’assegnista di ricerca, come il docente a contratto, è stato e continua ad essere centrale nell’università, dal momento che si ritrova a supportare l’attività universitaria dei docenti nello svolgimento di precisi incarichi didattici o nell’assistenza agli esami. Tali attività di sostegno, previste anche dal contratto, risultano tuttavia secondarie rispetto al compito principale dell’assegnista che rimane quello di portare a termine, nell’arco di due anni, il programma di ricerca che gli è stato affidato. Lungi dal configurarsi come una via di immissione in ruolo, l’assegno di ricerca rappresenta oggi, per molti giovani ricercatori italiani, il lento protrarsi di un precariato senza prospettive certe. Un preliminare sguardo allo status giuridico di questa figura risulta interessante per comprenderne luci e ombre di quello che appare essere un’indefinita “terra di mezzo”.  

 

La normativa generale 

 Com’è noto l’assegno di ricerca è un contratto di collaborazione coordinata e continuativa finalizzato allo svolgimento di un’attività di ricerca. Secondo la circolare del 12 marzo 1998 che disciplina questo tipo di incarico, l’attività di ricerca svolta dal titolare dell’assegno deve avere carattere continuativo e non occasionale. Ha come oggetto la realizzazione di un programma di ricerca e si svolge in piena autonomia senza orario di lavoro predeterminato. Al termine dei due anni previsti, qualora il risultato del lavoro di ricerca sia stato valutato positivamente, è possibile ottenere il rinnovo dell’assegno per altri due anni; tale prolungamento non è però previsto da tutti i dipartimenti e varia da un’università all’altra. Gli assegni, comunque, non possono avere una durata superiore ai quattro anni, mentre possono essere rinnovati fino ad un massimo di otto anni se il titolare non ha usufruito della borsa di studio per il dottorato di ricerca. Non è possibile cumulare l’assegno con altre borse di studio a qualsiasi titolo conferite, tranne quelle concesse da istituzioni nazionali o straniere utili ad integrare, con soggiorni all'estero, l'attività di ricerca dei titolari di assegni. Possono essere titolari degli assegni dottori di ricerca o laureati in possesso di curriculum scientifico professionale idoneo per lo svolgimento di attività di ricerca con esclusione del personale di ruolo presso le strutture dove l’attività di ricerca deve essere svolta. Spesso nei bandi la partecipazione alla selezione è ristretta ai soli possessori della cittadinanza italiana o dell’Unione Europea. Ciò, in palese contraddizione con quanto avviene negli altri paesi, limita di fatto la mobilità nel settore della ricerca.

 

Congedo e aspettativa

I titolari di un servizio presso amministrazioni pubbliche, una volta ottenuto l’assegno di ricerca, possono essere collocati in aspettativa non retribuita. A differenza del dottorato di ricerca, infatti, per cui si prevede il congedo straordinario dal lavoro e, dunque, la continuità nel servizio ai fini previdenziali e di carriera, per l’assegnista non è così. A tale disagio si aggiunge un ulteriore aggravante: mentre il dipendente pubblico che consegue il dottorato di ricerca può, a sua discrezione, optare per lo stipendio della pubblica amministrazione (attualmente più elevato rispetto alla borsa di studio), un assegnista di ricerca non può farlo. Tale svantaggio è l’esito della Legge 448/2001 finanziaria 2002, Art. 52, comma 57 che modifica l’articolo 2 della legge 476/1984.  

 

Retribuzione  

Per quanto riguarda l’aspetto finanziario, il decreto MIUR n. 45 del 26/2/2004 ha ridefinito l’importo lordo annuale degli assegni di ricerca in una somma compresa tra un minimo di euro 16.138 ed un massimo di euro 19.367, specificando chiaramente che tale importo si intende al netto degli oneri a carico dell’amministrazione erogante. Dunque un assegno di ricerca non è una vera e propria borsa di studio (come il dottorato) né, dall’altra parte, può ritenersi un’attività lavorativa stipendiata in modo congruo. 

 

Assicurazione e maternità

Nella legge istitutiva, poi, non si prevede copertura assicurativa da parte dell’ente o dell’ateneo che eroga l’assegno. Nella maggior parte dei bandi si specifica che l’assegnista è obbligato a fornire copia di una polizza assicurativa stipulata a proprio carico contro eventuali infortuni derivanti dall’attività di collaborazione e per la responsabilità civile verso i terzi. Particolarmente ambigua e deficitaria dal punto di vista giuridico è poi la condizione dell’assegnista che si trovi in stato di maternità, una sorta di accidente di percorso per la titolare dell’assegno. L’assegno di ricerca deve essere sospeso nei periodi di assenza dovuti a maternità ai sensi del decreto ministeriale 12 luglio 2007. La durata del contratto è prorogata per un periodo pari a quello della sospensione, fermo restando il limite massimo di 180 giorni. Su questo punto si registra infatti una clamorosa assenza di una normativa generale specifica (norma istitutiva AdR art 51, comma 6, legge finanziaria 1997, n. 499, in allegato; D.M. 1998, che fissa tra l’altro l’importo dell’assegno, in allegato). In ragione di questa assenza la maggior parte degli enti ed università eroganti assegni di ricerca prevede nei fatti che la maternità dia luogo a «sospensione non retribuita dell’assegno stesso», con corrispondente proroga della scadenza del contratto. Nei contratti individuali tale sospensione risulta per lo più obbligatoria per la durata di 5 mesi. L’assegnista viene quindi equiparata ad una lavoratrice dipendente (per l’obbligo di astensione dal lavoro) e, nel contempo, ad una lavoratrice indipendente (per la mancanza di copertura finanziaria).

Così si rileva bene in un appello stilato a favore dei titolari dell’assegno di ricerca(http://www.infn.it/cpo/pubbl/CPO2002/appendice_D.pdf): considerato che «gli assegnisti non hanno obblighi di orario o di presenza giornaliera (cfr. nota esplicativa D.M. 11 febbraio 1998)», si ritiene «del tutto ingiustificato e contraddittorio l’obbligo di sospendere la loro attività per un periodo di tempo determinato» senza poi la corrispondente e adeguata copertura economica. Tale obbligo infatti solleva gli enti erogatori da eventuali responsabilità senza tutela per la donna e la famiglia. In molti casi, poi, all’assegnista è vietata qualsiasi altra attività, così che nei 5 mesi di astensione obbligatoria l’unica eventuale entrata può essere rappresentata dall’indennità erogata dall’INPS a seguito dei versamenti nella gestione separata cui l’assegnista è tenuto (art. 64 del DL 151/2001). cioè volti ad un’«immissione in ruolo». Contratti che, pur a tempo determinato, godano però di un trattamento economico commisurato alla qualificazione e alle competenze, adeguato a quello delle altre università europee, di una rappresentanza negli organi accademici e di una copertura previdenziale che consenta il ricongiungimento ai fini previdenziali e di avanzamento di carriera nelle università, negli enti pubblici di ricerca e in altre amministrazioni dello stato (http://www.dottorato.it/documenti/ADI/2005/20050405-carrieraattraente.pdf).

 

Fine della borsa. Il caso del docente di ruolo ex assegnista 

Le deficienze di tale stato giuridico emergono tutte in modo eclatante nel momento in cui l’assegnista di ricerca, al termine della borsa di studio e senza la speranza di poter accedere ad un concorso per ricercatore, si affacci nel mondo del lavoro extra-universitario oppure, più semplicemente, rientri in servizio di ruolo presso la propria amministrazione o istituzione statale. Per frequenza statistica, nonché per esperienza personale degli scriventi, si prenderà qui in esame il caso particolare dell’assegnista di ricerca che sia anche docente di ruolo nella scuola. O, per meglio dire, il caso  del docente di ruolo cui capiti la (s)ventura di  ottenere un assegno di ricerca universitario.

Com’è noto, per fruire dell’assegno, il docente ottiene solitamente un congedo straordinario per motivi di studio senza assegni o un’aspettativa senza assegni, che lo esonera dall’insegnamento per l’intero periodo coperto dalla borsa. Sul piano economico, tuttavia, le conseguenze sono rilevanti. La borsa conferita, infatti, è pari a circa 150-200 euro in meno dello stipendio mensile di un docente neo–assunto nelle scuole secondarie di secondo grado (ma in base all’anzianità di servizio del docente, lo scarto potrebbe attestarsi anche intorno ai 500 – 600 euro mensili). Inoltre, a differenza del docente, l’assegnista non gode della tredicesima mensilità. A conti fatti, cioè, il passivo assegno–insegnamento si attesta su un minimo di 2900-3500 annui fino agli oltre 7.500 euro per le fasce di anzianità maggiori. Il tutto va poi moltiplicato fino ad una durata massima quattro anni.

Va inoltre ricordato che l’assegno di ricerca è esente da ritenute Irpef. Sul piano contributivo è soggetto al contributo Inps della gestione separata del lavoro autonomo (generalmente pari a 1/3 del 26,72%): ciò si traduce in un abbattimento netto dei contributi pari al 66% rispetto a quelli di cui il docente–assegnista usufruirebbe lavorando nella scuola. La perdita economica, però, rischia paradossalmente di costituire, per il docente-assegnista, l’aspetto meno rilevante, visto che in gioco sono persino le ricadute sul futuro lavorativo. Vediamo perché. Il docente - assegnista, per tutta la durata della borsa, mantiene il diritto di titolarità nella scuola di appartenenza e usufruisce della continuità del servizio di ruolo ai fini della graduatoria interna d’Istituto e della partecipazione alle operazioni di movimento. Tuttavia, per le medesime graduatorie, non viene riconosciuto il servizio continuativo nella scuola di titolarità. Il docente assegnista, pertanto, accumulerà, per ogni anno di assegno, due punti di distacco (tre dopo il triennio) dai docenti “veri” con la medesima anzianità di servizio. In pratica, alla decurtazione economica di cui abbiamo dato conto poco fa si aggiunge un’ulteriore penalizzazione, la cui ratio sembrerebbe doversi ricercare non tanto nella non-equipollenza dei servizi quanto nel mancato esercizio della docenza. Curiosamente, però, tale ratio, secondo i dispositivi di legge corrente, non si applica ai docenti che usufruiscano di distacchi sindacali o di posizioni di comando presso associazioni professionali ecc.: insomma, si utilizzano due pesi e due misure, a tutto discapito di chi, per alcuni anni del proprio percorso professionale, abbia deciso di imboccare il sentiero della ricerca.

L’incidenza di quest’ultimo fattore sulla vita concreta del docente-assegnista, va precisato, è tutt’altro che formale o puramente burocratica. È sotto gli occhi di tutti la scure dei tagli e il massiccio processo di precarizzazione che si sta abbattendo in questi anni sul corpo docente a seguito della riforma Gelmini; non è difficile dunque comprendere come il “famigerato” assegno possa trasformarsi, da opportunità di crescita culturale spendibile poi nella pratica professionale quotidiana, in concreto rischio di soprannumerarietà, perdita di titolarità, trasferimento ad altri istituti, spostamento in sedi disagiate ecc. Impoverito economicamente e privato della sua precedente titolarità, il docente-assegnista tenterà di recuperare il terreno perduto sui docenti “veri” nell’unica maniera possibile: ossia, previo esborso di congrua retta, tornare tra i banchi, questa volta però virtuali, di uno dei tanti corsi di formazione on-line proposti da una qualche università telematica cara al ministero. Insomma, la ricerca non paga, ma la paga chi la fa.

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NOTE

Sulla normativa del’assegno di ricerca risultano particolarmente utili le informazioni reperibili sulla pagina web http://ricercatoriprecari.wetpaint.com/page/Assegno+di+Ricerca.

 

Sulla sospensione dell’assegno per maternità vanno segnalati  alcuni enti che da qualche anno si muovono su linee d’azione diverse. Tra queste, le Università di Milano e Milano Bicocca che non considerano la maternità motivo di sospensione dell’assegno, permettendo comunque l’astensione dei 5 mesi senza alcuna decurtazione economica. Così enti come l’ICRAM e l’INGV. Accanto a questi si può menzionare anche l’INFM che ha istituito un fondo maternità per le titolari di assegno nel periodo di sospensione prima e dopo il parto (cfr. http://www.infn.it/cpo/pubbl/CPO2002/appendice_D.pdf ).

 

Commenti 

 
-1 #2 Irene Buonazia 2013-01-23 10:53
Salve, il vostro contributo mi è sembrato molto chiaro e, purtroppo, veritiero: io ho passato esattamente la medesima trafila di problemi, l'ultimo dei quali è stato dover rinunciare a un ulteriore anno di assegno già finanziato perché il preside della scuola dove sono docente di ruolo non mi ha concesso altra aspettativa (nel 2009). Ora, con la remota possibilità di un nuovo assegno, mi chiedo se sia cambiato qualcosa: sembra che dottorati e assegni siano equiparati nel fruire di "aspettative", anziché di congedo straordinario nel caso del dottorato - ciò va letto nel senso che un preside è obbligato a concedere l'aspettativa per assegno? potete darmi riferimenti normativi o soprattutto interpretativi a riguardo? grazie
Citazione
 
 
0 #1 Nicola Armenise 2012-04-25 16:48
Salve, sono docente di informatica in servizio dal 1989 presso un istituto tecnico. Condivido pienamente la vostra interpretazione della normativa quando affermate che il docente assegnista accumula per ogni anno di assegno due punti di distacco (tre dopo il triennio) dai docenti “veri” con la medesima anzianità di servizio. Purtroppo però non sono dello stesso avviso diversi presidi, sindacalisti e USP di Lecce, che nella graduatoria interna azzerano il punteggio relativo al servizio continuativo nella scuola convinti che il dottorato costituisca un'interruzione dello stesso. Il 17 u.s. anche SCUOLA OGGI ha pubblicato un contributo a favore dell'interruzione (http://www.gildavenezia.it/docs/Archivio/2012/apr2012/interrompe.htm). Dello stesso tenore anche la risposta ad un mio recente quesito al Sole24ore (rubrica L'esperto risponde). Avete qualche fonte particolare oppure è solo una vostra interpretazione ?

Grazie per l'attenzione.

Nicola Armenise
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